Scriviamo il futuro che vogliamo

27 Dicembre 2012 Posted by Articoli, Sindacato 0 thoughts on “Scriviamo il futuro che vogliamo”

Antonello Marzolladi Antonello Marzolla

“……  mai come oggi l’economia del nostro Paese è stata più solida, tutti gli indicatori che possiamo prendere in esame testimoniano un benessere diffuso e una forte capacità di produrre ricchezza.

L’industria marcia a gonfie vele trainata dai consumi interni e da un’esportazione che ha portato il “made in Italy” a diventare un modello da prendere ad esempio nei paesi dell’euro zona; meccanica, elettronica, alimentare e abbigliamento parlano italiano in buona parte del mondo.

Cultura e arte sono le principali attrazioni turistiche che portano ogni anno milioni di stranieri nel “bel paese” e che, dopo un’abbuffata di storia e di sapere si riversano sulle nostre coste dove possono riposare coccolati da un’ospitalità alberghiera invidiata in tutto il mondo.

Il mare italiano gode di ottima salute, le bandiere azzurre sui nostri litorali non sono un’eccezione ma una costante, il sistema turistico/portuale nazionale macina profitti grazie ad una lungimirante politica che ha incentivato il diporto attraendo imbarcazioni e armatori da tutti i paesi mediterranei che trovano nei nostri porti servizi di prim’ordine e un’ottima accoglienza.

La politica varata dai governi che si sono succeduti in questi anni, ha inoltre investito molto sui giovani, sulla scuola e sulla ricerca, e oggi l’Italia vanta le migliori università, dalle quali escono ragazzi formati e pronti ad affrontare un complesso mondo del lavoro nel quale la competitività è un fattore determinante del successo italiano.

È stato proprio grazie agli investimenti pubblici di questi ultimi anni nella scuola e nella ricerca e nelle infrastrutture che si è potuto creare quel benefico circolo virtuoso che ha ridato slancio a quei settori della nostra economia che da sempre sono il simbolo del nostro Paese e così i comparti automobilistico, meccanico, elettronico, tessile e abbigliamento, elettronica, e turismo oggi godono di ottima salute.

Le profonde riforme della Giustizia, della Pubblica Amministrazione, della Sanità e del sistema tributario hanno fatto balzare, secondo il recente rapporto Ocse, l’Italia in testa ai paesi con il più alto livello di efficienza amministrativa e i migliori servizi socio sanitari tanto da assegnare al “bel paese” uno tra i più alti punteggi, tra tutti i paesi dell’area euro, per qualità di vita e benessere diffuso.

Buone notizie anche dal fronte dell’occupazione ormai scesa a livelli tra i più bassi d’Europa e questo grazie anche a una saggia riforma del Lavoro, avviata dai passati governi e completata di recente dall’attuale Esecutivo grazie anche a uno storico accordo tra Governo e sindacati che ha ammodernato l’intero sistema delle relazioni sindacali del Paese.

La riforma tributaria approvata nel recente passato continua a dare i suoi frutti sia in termini di gettito che di equità, infatti l’introduzione del principio di contrapposizione di costi/ricavi che consente la deducibilità dal reddito imponibile delle persone fisiche di tutti i costi dimostrabili con scontrini, ricevute e fatture ha permesso l’emersione quasi totale dell’evasione e di conseguenza l’attuale Governo, come peraltro i precedenti, hanno potuto programmare una progressiva riduzione delle aliquote fiscali che risultano essere attualmente nel nostro Paese tra le più “leggere” d’Europa.

Il buon funzionamento del nostro apparato burocratico, la celerità e la certezza della nostra giustizia i cui tempi di funzionamento sono stabilizzati a non più di sessanta giorni, l’ammodernamento del quadro normativo inerente il lavoro e una pressione fiscale assestata su livelli accettabili ha infine attratto in Italia il capitale estero che ormai da tempo ha ricominciato a credere in noi sia per ciò che concerne le sottoscrizioni di titoli italiani che per ciò che riguarda gli insediamenti produttivi.

Infatti, si contano ormai a migliaia le aziende straniere che hanno scelto l’Italia per insediare i propri siti produttivi, di ricerca e sviluppo e di design creando veri e propri poli scientifici e di alta tecnologia che ruotano intorno alle nostre università considerate all’avanguardia rispetto ad altri paesi.

La riforma costituzionale varata dalla “costituente” e che ha ridotto il numero di onorevoli e senatori, ridistribuendo rispetto alla passata conformazione delle camere i compiti e le funzioni dei due rami del parlamento, ha consentito un’accelerata agli iter legiferativi snellendo altresì le procedure necessarie all’approvazione di tutto quell’insieme di norme e riforme che hanno consentito al Paese di adeguarsi celermente agli standard degli altri paesi europei eliminando nel contempo quell’insieme di benefici che avevano fatto si che la nostra passata classe politica fosse affibbiato l’appellativo di “casta”.

La nuova legge elettorale approvata con il passato Governo ha riconciliato la politica al Paese, ponendo fine a uno scollamento con la società civile che aveva portato l’Italia a essere considerata il Sudamerica d’Europa.

Ormai da anni si è completamente invertita la tendenza che aveva fatto dell’Italia un paese ad alta “fuga di cervelli” e attualmente sono i nostri centri di ricerca scientifica ad attrarre conoscenza da altri paesi.

Al buon funzionamento generale del nostro Paese ha dato anche un’importante mano l’ammodernamento della rete infrastrutturale; il ponte sullo stretto di Messina, la diffusione capillare dell’alta velocità ferroviaria, una rete autostradale completamente rinnovata e perfezionata, una copertura capillare della banda internet e una razionalizzazione degli scali aeroportuali e marittimi permette oggi a persone e merci di muoversi lungo lo stivale in modo celere e comodo dando all’Italia l’oscar in Europa per la capacità di movimentazione e comunicazione

Chissà quando potremo leggere un articolo nel quale trovare scritto anche solo una parte di tutto ciò.

Certamente non presto.

Come sia stato possibile che il nostro Paese sia sprofondato nel baratro di una crisi senza precedenti però tutti lo sappiamo; anni di lassismo, di tenore di vita sopra le righe, anni di disinteresse collettivo per la “cosa” pubblica, di sciupi, di favoritismi e di lotta alla meritocrazia in favore di un’omologazione sociale che ha portato profitto a chi “non” faceva e danno a chi invece faceva.

Ora forse fa comodo a noi tutti far finta di essere stupiti e di additare nella “mala politica” la colpa di tutto, ma sappiamo perfettamente che non è così!

La storia ci insegna che è sempre stata la borghesia, il così detto “ceto medio”, di cui la nostra Categoria fa parte, a imprimere agli Stati i grandi cambiamenti; l’ha fatto indignandosi prima e protestando poi, ma sempre occupandosi quale attore nella guida del Paese.

Proprio il ceto medio italiano ha lasciato che intorno a se proliferasse e si rafforzasse una classe politica da serie “C” composta spesso da falliti nel mondo del lavoro, riciclati in quello della politica, attratti da guadagni, benefici e poco impegno.

Le “caste” si sono alimentate principalmente del nostro disinteresse sociale mentre noi, la “gente comune”, la media borghesia, il ceto medio italiano abbiamo chiuso gli occhi e lasciato fare, ben sapendo però che quello che non volevamo vedere era brutta cosa.

Gli Agenti di commercio non hanno fatto diversamente, anzi spesso, perché troppo impegnati a interpretare il ruolo di “lupi solitari”, oppure assorti nel compito di far bene gli affari degli altri hanno disertato quel ruolo indispensabile in una democrazia che è l’impegno e la partecipazione.

Chi crede che la democrazia sia un “diritto” si sbaglia, la democrazia è per sua natura il risultato dell’impegno di tutti e la si coltiva e mantiene viva con la partecipazione.

La nostra Categoria troppo spesso si limita alla lamentela e al giudizio negativo dello stato in cui versa ritenendo, erroneamente, che le conquiste, i miglioramenti e la fissazione delle regole che sovrintendono il nostro lavoro siano un semplice diritto e non invece il frutto di una dura e serrata discussione con i nostri interlocutori sia che essi siano le controparti che le Istituzioni.

Questo periodo di durissima crisi ha portato allo scoperto una situazione di grande sofferenza per l’’intero mercato e noi che siano al centro, la patiamo due volte; da una parte attraverso le nostre aziende rappresentate che stentano a sopportare la forte contrazione delle vendite e dall’altra attraverso i nostri clienti, la maggior parte dei quali, se potesse, tirerebbe giù le persiane per non alzarle più.

Noi siamo logorati da una strepitosa contrazione delle vendite, da un ormai insopportabile ritardo nel pagamento delle provvigioni, da un innalzamento al limite dell’accettabile dei costi di gestione dell’attività, da una pressione fiscale che non ha precedenti in tutta Europa e dallo spauracchio di un insieme incrociato di redditometri e spesometri che rischiano di calarci sul capo come una ghigliottina.

Spesso si sente dire o ci si domanda “…come sia stato possibile arrivare a questo punto…” e altrettanto spesso viene spontaneo addossare tutto ciò alla mala-politica, ma se è vero che in questi ultimi anni siamo stati governati dalla peggior classe politica della storia del Paese è altrettanto vero che proprio in questo tempo è venuta meno la partecipazione della classe media, che, forse abbagliata da un’abbondanza fondata su di un debito pubblico in perenne ascesa, ha preferito lasciare la cosa pubblica nelle mani dell’incompetenza e del malaffare.

Non vi è settore della vita pubblica e di quella civile nella quale non si sia annidata la cattiva gestione e lo spreco, dove non siano cresciuti impuniti i privilegi, dove non siano proliferate le tangenti quali metodo di scelta per i servizi e le forniture, dove nepotismo e clientelarismo non siano protetti da chi invece dovrebbe vigilare sulla correttezza e sulla meritocrazia.

Se la democrazia in Italia sembra sia andata a “farsi benedire”, se il vedersi riconoscere il più elementare diritto sembra essere diventato un problema insormontabile, questo è si colpa di una classe di manigoldi, ma anche di chi glielo ha permesso.

L’Italia però non è solo fatta da brutta gente, da tangentisti, da raccomandati e da fannulloni; l’Italia è anche fatta di gente come noi che tutti i giorni si spacca la schiena e fa centinaia di chilometri in auto con pioggia, nebbie e neve, che tiene in vita con il proprio lavoro l’industria, il commercio ed i servizi, che permette a centinaia di migliaia di dipendenti di mantenere un lavoro che alla fine, per continuare ad esistere ha necessità di concludersi con una vendita.

Noi Agenti di commercio siamo la “cinghia di trasmissione” che collega la produzione alla commercializzazione, attraverso le nostre vendite si colloca circa il 70% del PIL nazionale e il nostro ruolo è indispensabile per lo sviluppo delle aziende e del Paese; proprio per questo non è accettabile che ci si tratti con sufficienza e che le nostre giuste istanze siano inascoltate.

Ma la democrazia si basa sui numeri, sulla coesione e sulla capacità di farsi ascoltare in maniera incisiva; senza questo le voci sono solo rumori privi di significato.

La democrazia è il giusto modo fatto di regole e di rispetto che serve a dar dignità a un Paese, a chi vi vive e a chi lì lavora.

La democrazia è lo strumento fondamentale per esercitare il controllo su chi governa e su chi gestisce la cosa pubblica e quando questa viene affievolita dalla mancanza di partecipazione cessa di essere lo strumento di libertà per trasformarsi in una “gabbia” di regole che ostacolano il benessere ed il progresso, ecco perché anche noi Agenti di commercio non dobbiamo rinunciare al nostro ruolo di lavoratori e cittadini partecipi alla vita del Paese.

La “casa” della nostra democrazia, lo strumento per esercitare il nostro ruolo di Categoria attiva e presente nella vita sociale, la cassa di risonanza delle nostre richieste anche di cittadini consapevoli è il nostro sistema associativo e l’Usarci ne è il concreto strumento.

Disertare l’associazionismo è l’errore di chi crede di poter fare da se, di chi pensa che la coesione e lo spirito di appartenenza a una Categoria sia un elemento inutile, eppure ben sappiamo quanto il sistema dell’industria, del commercio, dell’artigianato e della cooperazione siano coesi pur avendone forse meno necessità di noi Agenti di commercio. Sappiamo bene quanto organismi quali Confindustria, Confcommercio, Confartigianato ecc incidano sulla vita, sulla politica e sul futuro del nostro Paese; noi non possiamo essere diversi, non possiamo ridurre tutto a un solo calcolo di convenienze personali; m’iscrivo se mi serve altrimenti ne faccio a meno, perché così facendo si toglie voce a se stessi e a tutta la Categoria.

Se volgiamo far tornare il Paese alla “normalità”, se ci sta a cuore il futuro dei nostri figli, se crediamo che anche noi, insieme, si possa contribuire a scrivere in un prossimo futuro di un’Italia migliore e prospera dobbiamo unirci intorno alla nostra associazione, altrimenti per noi poco cambierà. Io credo che e nessuno di noi stia bene ricoprire un ruolo da comparsa al quale sia concessa solamente la possibilità di lamentarsi…… penso che sotto quell’articolo, oggi inventato, ma che tutti ci auguriamo di poter leggere in un prossimo futuro, che ha aperto queste mie riflessioni tutti noi si voglia poter leggere anche la nostra firma; quella degli agenti di commercio.

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