Posts by Gianluca Stanzione

Nuovi clienti e indennità, facciamo chiarezza

20 Dicembre 2016 Posted by Articoli, L'avvocato risponde 1 thought on “Nuovi clienti e indennità, facciamo chiarezza”

Sul concetto di “nuovi clienti” ai fini del riconoscimento dell’indennità ex art. 1751 c.c. alla luce della sentenza della Corte di Giustizia CEE del 7.4.2016.

Ai fini del riconoscimento dell’indennità di cessato rapporto ex art. 1751 c.c. appare preliminare l’individuazione dei clienti nuovi procurati dall’agente rispetto a quelli eventualmente ereditati dalla mandante all’atto del conferimento dell’incarico.

Trattasi di un presupposto alternativo a quello dello sviluppo – in termini di fatturato – degli affari con i clienti già esistenti.

Ciò nonostante, non si può prescindere dall’estrapolare all’interno dei clienti serviti dall’azienda preponente, la clientela procurata dall’agente in quanto ciò costituisce uno degli elementi centrali ai fini della determinazione dell’indennità nella misura massima prevista dalla sopra citata norma di legge. Ovviamente il relativo onere della prova è carico dell’Agente.

Se dubbi non possono sussistere nell’ipotesi in cui la mandante sia società di nuova costituzione o sia stato l’agente a trasmetterle i nominativi dei clienti operanti nella propria zona di competenza, la situazione è diversa nell’ipotesi in cui all’Agente sia stata affidata la commercializzazione di marchi diversi e/o nuovi che andrà ovviamente a proporre alla clientela già esistente.

Sul punto si è recentemente pronunciata la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (07 aprile 2016, n. 315/2014, nella causa Marchon vs. Karaszhiewicz) la quale è giunta alle seguenti conclusioni : “L’articolo 17, paragrafo 2, lettera a), primo trattino, della direttiva 86/653/CEE del Consiglio, del 18 dicembre 1986, relativa al coordinamento dei diritti degli Stati membri concernenti gli agenti commerciali indipendenti, deve essere interpretato nel senso che i clienti acquisiti dall’agente commerciale per le merci di cui il preponente gli abbia affidato la vendita devono essere considerati nuovi clienti ai sensi di detta disposizione, sebbene questi intrattenessero già rapporti commerciali con il preponente in merito ad altre merci, qualora la vendita delle prime merci realizzata dall’agente stesso gli abbia imposto di porre in essere rapporti commerciali specifici, cosa che spetta al giudice del rinvio accertare”.

La vicenda da cui ha tratto origine tale sentenza è stata emessa in un procedimento promosso da un agente tedesco dopo la cessazione di un rapporto di agenzia con una società tedesca produttrice di vari marchi di montature per occhiali, al fine di ottenere l’indennità di fine rapporto.

La società tedesca collaborava con vari agenti, ad ognuno dei quali aveva conferito l’incarico di promuovere la vendita relativa a montature per occhiali di determinati marchi, ma non per tutta la sua gamma di prodotti.

L’agente che ha promosso la causa in questione aveva ricevuto un incarico per la vendita delle collezioni di montature per occhiali relative a due marchi, con la conseguenza che lo stesso si trovava in concorrenza con gli altri agenti di zona della preponente ai quali era stato conferito un incarico per la vendita di altre collezioni di marchi di montature per occhiali.

La società tedesca aveva fornito all’agente un elenco di clienti comprendente ottici che avevano già acquistato da essa collezioni di montature per occhiali di marchi diversi da quelli oggetto del contratto e, quindi, la medesima società ha sostenuto in causa che tali clienti non potevano essere considerati “nuovi clienti” ai fini dell’ottenimento dell’indennità di fine rapporto.

Per contro, l’agente tedesco ha sostenuto che gli ottici che, grazie ai suoi sforzi, avevano acquistato per la prima volta montature per occhiali con i marchi a lui contrattualmente assegnati dovevano essere considerati come “nuovi clienti”, anche se erano già stati in precedenza clienti della preponente per altri marchi di montature per occhiali.

La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha risolto la controversia in esame enunciando il principio di diritto sopra riportato, e cioè che “nuovi clienti” possono essere anche quelli procurati dall’agente che ha già intrattenuto in precedenza rapporti d’affari con la preponente per quanto riguarda gli articoli commercializzati dalla preponente in una determinata gamma di prodotti, ma non per quanto riguarda quelli per i quali la preponente ha conferito all’agente un incarico di vendita esclusivo.

Tale principio potrebbe essere utilizzato anche in Italia nelle cause tra agenti e preponenti riguardanti il riconoscimento dell’indennità di fine rapporto di cui all’art. 1751 c.c. in presenza di circostanze analoghe a quelle contenute nella sentenza in commento (in particolare zona non in esclusiva e affidamento all’agente solo di determinate linee di prodotti).

Sarà, quindi, interessante notare se la giurisprudenza italiana interpreterà il concetto di “nuovi clienti” conformemente alla sentenza 7 aprile 2016 della Corte di Giustizia dell’Unione europea.

 

Agenti, quando la mandante non consegna gli estratti conto provvigionali

19 Luglio 2016 Posted by Articoli, L'avvocato risponde 0 thoughts on “Agenti, quando la mandante non consegna gli estratti conto provvigionali”

Si verificano sempre più frequentemente situazioni in cui, all’atto della cessazione del rapporto agenziale, la mandante adotti atteggiamenti ostruzionistici rifiutandosi di fornire all’agente la documentazione utile alla verifica delle provvigioni maturande, negando di fatto la quantificazione delle somme ancora dovute.

Ciò in violazione dell’art. 1749 c.c. che al 2° comma, prevede il diritto dell’agente a ricevere trimestralmente gli estratti conto provvigionali ove sono indicati tutti gli affari eseguiti dalla mandante (nominativo del cliente, sede, numero fattura, importo pattuito, misura ed entità della provvigione), mentre al successivo 3° comma, stabilisce altresì il diritto di esigere un estratto dei libri contabili “per verificare l’importo delle provvigioni liquidate“.

Un ulteriore importante obbligo di informazione è contenuto nell’articolo 7 comma 3 dell’AEC Industria, secondo cui “se per consuetudine la ditta non spedisce le fatture tramite l’agente o rappresentante, essa deve almeno alla fine di ogni mese o trimestre, fornire all’agente o rappresentante le copie delle fatture inviate direttamente ai clienti, o un riepilogo attraverso il quale sia possibile riscontrare le fatture ed i prodotti/servizi forniti alla clientela e l’aliquota provvigionale“.

L’agente è quindi titolare di un vero e proprio diritto finalizzato all’accesso di tutta la documentazione, in possesso della mandante, necessaria all’esatta ricostruzione contabile dei propri compensi provvigionali da liquidare.

Sul punto, una recente sentenza della Suprema di Corte di Cassazione ha confermato il principio secondo il quale “A fronte del mancato assolvimento da parte del preponente dell’obbligo contrattuale concernente l’invio degli estratti conto provvigionali, deve ritenersi che non è imputabile all’agente  la carenza di indicazione dei dati relativi alla quantificazione del proprio credito, derivando dall’inadempimento del non contestato obbligo contrattuale d’informazione posto a carico del preponente” (Cass. Sez. Lav., 20.10.2015 n. 21219).

Nel caso in esame, l’agente non aveva modo di quantificare gli importi dovuti atteso che il preponente non gli aveva inviato i relativi estratti conto.

La Corte di Cassazione ha ritenuto che il Giudice di merito avesse correttamente ritenuto ammissibile la domanda dell’agente e si fosse avvalso, nell’ambito dell’esercizio dei propri poteri discrezionali, di una consulenza tecnica d’ufficio contabile sulle scritture contabili della mandante.

Per l’ammissibilità dell’ordine di esibizione e/o della consulenza tecnica  è sufficiente che l’agente:

  • indichi gli affari promossi nonchè quelli in relazione ai quali non dispone delle informazioni necessarie;
  • dimostri di aver chiesto invano gli estratti conto analitici e/o comunque richiesto le informazioni utili alla verifica delle provvigioni adduca il motivo per il quale l’acquisizione di tali informazioni non è possibile mediante l’utilizzo di altri mezzi di prova.

 

Agenti, cosa fare se la preponente modifica le provvigioni

12 Gennaio 2016 Posted by Articoli, L'avvocato risponde 0 thoughts on “Agenti, cosa fare se la preponente modifica le provvigioni”

E’ sempre più frequente nella prassi che le mandanti, nel corso del rapporto di lavoro, riducano unilateralmente l’aliquota provvigionale originariamente riconosciuta all’Agente, in relazione a singoli e/o molteplici affari.

E’ purtroppo altrettanto frequente che l’agente nulla contesti per iscritto dopo aver ricevuto gli estratti conto provvigionali dai quali è possibile evincere la misura provvigionale riconosciuta per ogni singolo affare.

Spesso accade che tale prassi venga applicata dalla preponente anche per periodi di tempo più o meno lunghi; ciò in assenza di qualsivoglia variazione provvigionale contenuta in apposito negozio modificativo scritto.

E’ ovvio che in simili casi, l’eventuale instaurazione di giudizi finalizzati ad ottenere il riconoscimento del proprio diritto al pagamento delle differenze provvigionali non percepite nel corso del rapporto di lavoro, può presentare non poche problematiche laddove si decida di attendere la cessazione del rapporto di lavoro.

Ciò in quanto, dal punto di vista giuridico, si è posta la problematica del significato da attribuire al silenzio serbato dall’agente per un periodo di tempo più o meno lungo, spesso preoccupato, nell’immediato, di evitare contestazioni che avrebbero potuto pregiudicare la sopravvivenza del proprio rapporto di lavoro.

Un simile atteggiamento ha indotto la giurisprudenza sia di legittimità che di merito ad assumere l’orientamento secondo il quale l’accettazione tacita e prolungata dell’agente, accompagnata da circostanze e situazioni tali da renderla significativa come sintomo rilevatore della comune intenzione delle parti, lascia intendere che lo stesso si sia adeguato alle diverse condizioni economiche unilateralmente riconosciute dalla mandante per tutta una serie di affari, a nulla rilevando la mancanza di una pattuizione scritta in merito alla diversa aliquota provvigionale riconosciuta di fatto all’agente (Cass. civ. n. 13379/2009; Corte d’Appello Bologna n. 1484/2014; Corte d’Appello Firenze n. 641/2014).

E ciò nonostante altro consolidato orientamento giurisprudenziale secondo il quale “….l’inerzia o il ritardo nell’esercizio del diritto non costituiscono elemento sufficiente, di per sé, per dedurne la volontà di rinunciare del titolare…” (Cass. civ. 15.03.2004; Cass. civ. Sez. Lavoro, 21.06.2005 n. 13322).

L’accettazione del nuovo assetto contrattuale relativamente alle provvigioni, può quindi risultare da comportamenti concludenti quali la mancata contestazione degli estratti conto consegnati dalla mandante nel corso del rapporto di lavoro nonchè dalla successiva emissione dei relativi documenti fiscali per importi corrispondenti a quelli indicati dalla preponente, senza muovere contestazione alcuna in merito alla variazione dell’aliquota provvigionale.

E’ opportuno quindi non subire passivamente le conseguenze dannose di una decisione arbitraria ed unilaterale della mandante, atteso che la mera tolleranza dell’agente, allorquando sia accompagnata da comportamenti fattivi di quest’ultimo, non potrà mai giustificare l’inadempimento della prima, non essendo possibile desumere, in simili casi, acquiescenza alla violazione di un obbligo contrattuale, men che mai consenso alla sua modificazione.

 

Sul diritto di esclusiva nel rapporto di agenzia

17 Ottobre 2015 Posted by Articoli, L'avvocato risponde 0 thoughts on “Sul diritto di esclusiva nel rapporto di agenzia”

Spesso la preponente, dopo molti anni di collaborazione, deroga il diritto di esclusiva dell’agente, con conseguente riduzione dei compensi provvigionali

Com’è noto, il diritto di esclusiva è elemento non essenziale ma naturale del contratto di agenzia ovvero costituisce un naturale negotii che trova la sua ratio nel rapporto fiduciario che deve intercorrere necessariamente tra il preponente e l’agente.

Trattasi di un diritto bilaterale nel senso che vale sia a favore dell’agente, che non può trattare prodotti di altre ditte concorrenti alla propria mandante, che a favore della preponente che non può avvalersi della collaborazione di altri agenti nella medesima zona e per lo stesso ramo di attività ed è tenuta a corrispondere la provvigione all’agente anche nel caso in cui concluda affari direttamente.

In altre parole, l’esclusiva di zona in favore dell’agente, costituisce la contropartita dell’impegno di promozione e vendita assunto dallo stesso e gli dà la possibilità di beneficiare di tutti i frutti dell’attività svolta nella propria zona di competenza avendo diritto, altresì, alla provvigione sugli affari conclusi direttamente dalla propria preponente.

Invero, “il preponente, che, sottraendo una serie di affari all’agente con la conclusione di contratti di agenzia con altri soggetti per la medesima zona, ne leda il diritto di esclusiva, è tenuto al risarcimento del danno contrattuale. Il relativo diritto dell’agente è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale, la quale (come quella quinquennale in ipotesi di illecito permanente di carattere aquiliano) decorre da quando si è esaurita la fattispecie illecita permanente, comprensiva della persistenza dell’altro rapporto di agenzia (instaurato in violazione dell’esclusiva) e del danno che ne deriva, onde la pretesa risarcitoria può riferirsi solo al danno prodottosi nel decennio precedente” (Cass. Sez. Lav., n. 5591 del 17/05/1993; Cass. Sez. 2, n. 26062 del 20/11/2013).

L’esclusiva dell’agente in favore della mandante, invece, meglio qualificata come obbligo di non concorrenza, è finalizzata a garantire al preponente che l’agente dedichi tutte le proprie energie alla commercializzazione dei propri prodotti, cosa che non potrebbe fare se fosse libero di trattare anche prodotti concorrenti.

Tuttavia, il diritto di esclusiva può essere derogato per concorde volontà dalle parti in forza di clausola espressa oppure di una tacita manifestazione di volontà, desumibile dal comportamento tenuto dalle stesse parti sia al momento della conclusione del contratto, sia durante la sua esecuzione. Detta previsione pattizia altera sensibilmente il rapporto di collaborazione tra le parti.

Specificatamente, con riguardo al diritto di esclusiva a favore dell’agente, l’art. 1743 c.c. prevede espressamente che “il preponente non può valersi contemporaneamente di più agenti nella stessa zona e per lo stesso ramo di attività”.

Tale disposizione normativa mira, indubbiamente a tutelare l’agente e le sue prospettive di guadagno ma altresì l’immagine professionale acquisita dallo stesso nel corso del rapporto di lavoro, agli occhi, soprattutto, della clientela procurata e fidelizzata la quale, diversamente, si troverebbe da un giorno all’altro “spiazzata” di fronte alle visite di uno o più venditori incaricati dalla stessa casa mandante.

Il fatto che la legge consenta alla preponente la facoltà di derogare all’esclusiva, non impedisce, però, all’agente di pretendere l’apposizione di paletti a tale decisione, ad esempio, attraverso il diritto al mantenimento dell’intero pacchetto clienti acquisito nel corso del rapporto di lavoro.

 

Contratto di agenzia a tempo determinato: diritto all’indennità di fine rapporto

8 Aprile 2015 Posted by Articoli, L'avvocato risponde 6 thoughts on “Contratto di agenzia a tempo determinato: diritto all’indennità di fine rapporto”

La disciplina del trattamento di fine rapporto per l’agente di commercio a tempo determinato costituisce una delle questioni più delicate in tema di agenzia.

Come è noto l’agente, al termine del rapporto di lavoro, ha diritto a ricevere dal preponente una indennità di fine rapporto che risulta regolata dall’art. 1751 c.c., modificato dai D.Lgs. n.303/1991 e n.65/1999 che hanno recepito la direttiva 86/653/CEE.

Prima che intervenissero le modifiche legislative, l’articolo in questione stabiliva che: “all’atto dello scioglimento del contratto a tempo indeterminato, il preponente è tenuto a corrispondere all’agente un’indennità proporzionale all’ammontare delle provvigioni liquidategli nel corso del contratto e nella misura stabilita dagli accordi economici collettivi, dai contratti collettivi, dagli usi o, in mancanza, dal giudice secondo equità“ (testo introdotto dalla legge n.911 del 1971).

L’indennità era dunque dovuta, a prescindere dagli eventi che caratterizzavano il rapporto negoziale, all’atto della cessazione del solo contratto di agenzia a tempo indeterminato.

Ad integrare l’articolo in esame intervenivano, secondo il disposto legislativo, gli accordi economici collettivi che disciplinavano e disciplinano tuttora, l’indennità di cessazione del rapporto prevedendo due distinte voci, all’epoca del tutto svincolate da ogni valutazione meritocratica circa l’attività prestata dall’agente (F.i.r.r., fondo indennità risoluzione rapporto ed Indennità suppletiva di clientela).

Orbene, l’art. 1751 c.c., nel testo modificato dal decreto legislativo n. 303/1991, così esordi­sce: “All’atto della cessazione del rapporto, il preponente è tenuto a corrispondere all’agente un’indennità (…).

La norma, diversamente da quanto previsto nella versione precedente al menzionato decreto legislativo, non limita il riconoscimento del dirit­to all’indennità di fine rapporto all’ipotesi di scio­glimento del contratto a tempo indeterminato.

In attuazione della direttiva CEE 653/86, all’atto della cessazione del rapporto il preponente è tenuto a corrispondere all’agente un’indennità laddove questi abbia a) procurato nuovi clienti o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti ed il preponente riceva ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti, b) che il pagamento di tale indennità si equo e c) che la cessazione non sia imputabile all’agente.

Il comma 3, prevede, inoltre, un limite massimo per la liquidazione dell’indennità che non può superare l’importo medio di una annualità di provvigioni da calcolare con riferimento all’ultimo quinquennio e si conclude con una generale previsione di inderogabilità a svantaggio dell’agente.

Pertanto, in pre­senza delle condizioni costitutive di tale diritto enucleate nello stesso articolo, è evidente che il legislatore ne ha voluto estendere appunto l’applicazione anche al caso di cessazione del contratto per decorrenza del periodo di durata convenuto dai contraenti.

Ad analoga conclusione si arriva esaminando la disciplina dettata in materia dagli Accordi Economici Collettivi.

In dettaglio, l’A.E.C. Industria del 30 luglio 2014 – che disciplina il rapporto di agenzia per cui è causa unitamente alle norme del codice civile – all’art. 4 stabilisce che: “le norme previste nel presente accordo si applicano anche al contratto a tempo determinato in quanto compatibili con la natura del rapporto, con esclusione comunque, delle norme relative al preavviso di cui all’art. 9”, mentre l’A.E.C. Commercio del 16 febbraio 2009, all’art. 2 che: “Le norme contenute nel presente Accordo, ivi compresi i successivi articoli 12 e 13, in materia di indennità di fine rapporto, in quanto compatibili con la natura del rapporto, si applicano anche ai contratti a tempo determinato, con esclusione comunque delle norme relative al preavviso”.

Dall’espresso riferimento agli artt. 12 e 13, che appunto disciplinano l’indennità di fine rapporto (F.i.r.r., Indennità suppletiva di clientela ed indennità meritocratica), si deduce senza alcun dubbio, che l’agente ha diritto a tali emolumenti anche in caso di cessazione del contratto per scadenza del termine.

Non sussistono, dunque, incompatibilità tra le norme in materia di indennità di fine rapporto e la figura del contratto a termine; incompatibilità che si limitano semmai alla sola applicazione dell’istituto del preavviso.

A fugare qualsivoglia dubbio è intervenuta una recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione che ha riconosciuto “il diritto all’indennità di cessazione del rapporto di agenzia in ragione della durata del contratto stesso, anche nel caso di cessazione di un contratto determinato. L’art. 1751 c.c., nella nuova formulazione, prevede, infatti, la corresponsione di detta indennità “all’atto della cessazione del rapporto…”, senza alcuna ulteriore specificazione e distinzione tra la cessazione del rapporto a tempo determinato e quella a tempo indeterminato, in attuazione della direttiva 86/653/CEE del 18 dicembre 1986″ (sent. 04 settembre 2014 n. 18690).

Il nuovo AEC artigianato

12 Gennaio 2015 Posted by Articoli, L'avvocato risponde 0 thoughts on “Il nuovo AEC artigianato”

Dopo gli Accordi siglati per i comparti dell’industria e piccola industria, il rinnovo è toccato per l’AEC Settore Artigiano, che entrerà in vigore a far data dall’01 gennaio 2015.

Il nuovo Accordo del settore Artigiano, oltre a rispecchiare in gran parte le innovazioni dell’AEC 30/07/2014, presenta alcune novità.

In particolare, quest’ultime riguardano:

  • la descrizione puntuale del ruolo di agente e rappresentante di commercio (art. 1, lett. a).
  • La titolarità all’agente delle somme accantonate a titolo di Firr le quali sono definitivamente acquisite a favore dell’Agente di commercio in relazione al quale sono state versate, nel momento stesso in cui vengono ricevute dalla Fondazione (art. 10);
  • La indennità suppletiva di clientela e meritocratica vengono riconosciute anche in caso di cessazione dell’attività così come previsto all’art. 1 comma 490 della Legge 147 del 27/12/2013 e successive modificazioni sempreché tali eventi si verifichino dopo che il rapporto abbia avuto una durata di almeno un anno (art. 10 punti II e III).

Le ulteriori novità già presenti nell’accordo per l’Industria e previste anche nell’Aec del comparto artigiano, sono le seguenti:

– le comunicazioni tra agente e mandante si considerano conosciute dal momento in cui giungono a destinazione dell’altra parte (chiarimento a verbale all’art.1);

– la disciplina delle variazioni di lieve entità rimane immutata, mentre quelle di media e di rilevante entità sono state oggetto di importanti modifiche dal momento che le variazioni di media entità sono quelle che incidono oltre il 5% ed fino al 15%, mentre quelle di rilevante entità sono quelle che superano il 15% (rispetto al 20% previsto dal vecchio Aec), costituendo così il limite oltre il quale le aziende non possono diminuire le provvigioni (oltre che la zona, la clientela e i prodotti: in sostanza, i parametri che determinano il valore economico di un contratto di agenzia) senza il consenso dell’agente (art. 2);

– l’addebito del campionario all’agente è previsto solo in caso di mancata o parziale restituzione o di danneggiamento non dovuto alla normale usura da utilizzo e non per altri motivi (art. 3);

– il periodo di prova può essere apposto solo nel primo rapporto e non anche in caso di rinnovo (art. 4);

– il termine per il rifiuto delle proposte d’ordine da parte della preponente è ridotto a 30 giorni (art. 5) ;

– per l’attività di esazione svolta dall’agente nel corso del rapporto di lavoro è prevista una provvigione separata e/o compenso aggiuntivo in forma non provvigionale (art. 6);

– il diritto alle provvigioni relative alle trattative intraprese e concluse è esteso ad un arco temporale di sei mesi (e non più quattro) dalla data di cessazione del rapporto di lavoro (art. 6 ultimo comma);

– gli interessi applicabili, in caso di ritardato pagamento delle provvigioni, sono quelli di cui al D.lgs. 231/02, come modificato dal D.lgs n. 192/2012, relativo alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali (art. 7);

– la mandante può inviare all’agente, in luogo delle fatture emesse ai clienti, un riepilogo che consenta l’individuazione delle stesse e dei prodotti/servizi forniti alla clientela (art. 7);

– le provvigioni maturate e non più quelle liquidate costituiscono base imponibile utile ai fini del calcolo dell’indennità sostitutiva del mancato preavviso (art. 9);

– i criteri di calcolo dell’indennità meritocratica sono stati modificati con la finalità di adeguare più compiutamente la regolamentazione contrattuale della materia alle disposizioni dell’ordinamento comunitario e della nostra disciplina civilistica in caso di recesso dal contratto di agenzia, con la previsione di un periodo transitorio durante il quale continueranno ad applicarsi quelli di cui all’AEC 12/06/2002 (art. 11);

– la sospensione del rapporto di lavoro per gravidanza e puerperio è stata estesa anche ai casi di adozione o affidamento e di interruzione della gravidanza regolati dagli artt. 4, 5 e 6 della L. n. 194/78 (art. 13); – relativamente al patto di non concorrenza post contrattuale è stato espressamente chiarito che la relativa indennità deve avere natura non provvigionale (art. 14).

 

Il permanere dei vantaggi alla cessazione del rapporto di agenzia nei contratti di durata

8 Luglio 2014 Posted by Articoli, L'avvocato risponde 0 thoughts on “Il permanere dei vantaggi alla cessazione del rapporto di agenzia nei contratti di durata”

Alessandro Limatola e Gianluca Stanzione

Due recentissime pronunce della Suprema Corte di Cassazione hanno sancito un principio molto interessante relativamente ad uno dei requisiti previsti dall’art. 1751 c.c. e cioè, quello della percezione dei sostanziali vantaggi per la mandante dopo l’intervenuta revoca del contratto di agenzia.

Com’è noto, la norma prevede la corresponsione dell’indennità al momento della cessazione del rapporto finalizzata a indennizzare l’agente per la perdita delle provvigioni in conseguenza del recesso.

Se per l’agente non costituisce un particolare problema fornire la prova del primo requisito previsto dalla citata norma di legge, ovverossia che l’agente abbia procurato nuovi clienti al preponente o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con quelli esistenti, lo stesso non può dirsi relativamente alla conservazione di tali benefici per l’azienda.

Se relativamente a tale ulteriore presupposto la giurisprudenza di merito ha già chiarito che “La valutazione dei sostanziali vantaggi ancora ricevuti dal preponente dopo la cessazione del rapporto – che deve essere effettuata al momento della cessazione del contratto – non può che esprimersi in termini di potenzialità della clientela lasciata dall’agente e, dunque, in termini prognostici avuto, cioè, riguardo alla clientela reperita dall’agente e da lui “riconsegnata” al preponente al termine del rapporto” (Tribunale di Milano, Sezione Lavoro del 12.02.2013 n. 561, Giudice dott. Scarsella), la successiva giurisprudenza di legittimità, affrontando il diverso tema dei contratti di durata (a titolo esemplificativo quelli relativi alla telefonia) nell’ambito dei rapporti di agenzia, ha sancito il principio secondo cui la protrazione dei vantaggi per il preponente, anche dopo la cessazione dell’incarico, è “in re ipsa” (Cass. Sezione Lavoro, 01.04.2014 n. 7567; Cass. Sez. Lav. 05.11.2013 n. 24776).

Trattandosi, infatti, di contratti che proseguono anche dopo l’avvenuta risoluzione del mandato di agenzia, la preponente continua automaticamente a riceverne benefici, con la conseguenza che la relativa prova – che incomberebbe in capo all’agente – è fornita in re ipsa.

La Suprema Corte ha anche chiarito che restano comunque irrilevanti le circostanze che per fatto volontario della mandante impediscano alla stessa di usufruire di tutti i vantaggi derivanti dai contratti conclusi per il tramite dell’ex agente, atteso che, fattispecie come l’intervenuta cessione dell’azienda o anche la deliberazione di porre in liquidazione la società, sono inidonee a pregiudicare il buon diritto dell’agente a percepire l’indennità meritocratica.

 

Agenti, i crediti nell’abito delle procedure concorsuali

8 Aprile 2014 Posted by Articoli, L'avvocato risponde 0 thoughts on “Agenti, i crediti nell’abito delle procedure concorsuali”

A causa della nota crisi economica, è sempre più frequente l’ipotesi del fallimento del preponente o quella del concordato preventivo. Tale ipotesi è legata alla questione, solo in apparenza appare risolta, relativa all’ambito soggettivo di applicazione del privilegio generale sulle provvigioni e sulle indennità dovute all’agente all’atto di cessazione del rapporto di agenzia

Ai sensi dell’art. 2751 bis n. 3) c.c., hanno privilegio generale sui mobili i crediti riguardanti le provvigioni derivanti dal rapporto di agenzia dovute per l’ultimo anno di prestazione e le indennità dovute per la cessazione del rapporto medesimo.

Nonostante il tenore letterale inequivoco della norma di legge, all’indomani dell’entrata in vigore della legge n. 426/1975, con la quale è stata introdotta nel codice civile la norma in questione, in dottrina si è posto da subito il problema dell’applicabilità del privilegio generale anche agli agenti che espletino la loro prestazione d’opera professionale non come semplici persone fisiche ma avvalendosi della veste societaria.

Da subito si sono creati due orientamenti contrapposti, l’uno favorevole alla suddetta estensione e l’altro decisamente contrario, entrambi corroborati da una pluralità di argomentazioni giuridiche.

L’orientamento che depone a favore del diniego della natura privilegiata del credito provvigionale ed indennitario degli agenti di commercio  prevede che una simile equiparazione con le persone fisiche violerebbe il principio di uguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, comma 2 Cost., atteso che situazioni diseguali devono essere trattate in maniera diversa proprio per garantire l’uguaglianza di fatto tra soggetti in posizione di squilibrio. Apparirebbe iniquo ed ingiusto riconoscere il privilegio a persone giuridiche quali le società, caratterizzate da un regime di autonomia patrimoniale rispetto ai singoli soci, i quali evidentemente non destinano il patrimonio della società a bisogni individuali e della propria famiglia.

I fautori dell’orientamento contrario hanno anche sostenuto che laddove il legislatore ha voluto estendere il privilegio generale a soggetti diversi da persone fisiche lo ha precisato espressamente, con la conseguenza che laddove non via sia un simile innesto normativo, l’omessa indicazione va letta nel senso di esclusione dall’alveo del privilegio generale degli agenti di commercio – società.

Ciò in base ad un’interpretazione sistematica dell’art. 2751 bis, n. 5) e  n. 5 bis) che qualifica come privilegiati sia “i crediti…delle società od enti cooperativi di produzione e di lavoro, per i corrispettivi della vendita dei prodotti” che “i crediti delle società cooperative agricole e dei loro consorzi per i corrispettivi della vendita dei prodotti”.

Tali argomentazioni sono state confutate dai sostenitori dell’orientamento favorevole all’estensione del privilegio generale ai crediti degli agenti operanti sotto forma di società. Secondo questa tesi, negare il credito privilegiato agli agenti – società contrasterebbe con il principio di uguaglianza in senso formale, di cui all’art. 3, comma 1, cost., secondo cui: “Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di lingua, di religione, di razza, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Escludere il privilegio alle società si tradurrebbe, pertanto, nel discriminare situazioni del tutto uguali, atteso che le norme che disciplinano il contratto di agenzia, di cui agli art. 1742 e ss. c.c. non richiamano alcun tipo di distinzione tra l’agente persona fisica e l’agente persona giuridica, segno evidente che per il legislatore è assolutamente indifferente la qualifica soggettiva ai fini della nascita di un rapporto di agenzia.

In secondo luogo, anche da un’esegesi letterale dell’art. 2751 bis n. 3), si desume chiaramente che il privilegio generale è conferito in base alla natura del rapporto e non alla qualifica del soggetto, sicché è solo il rapporto di agenzia e niente altro che determina il privilegio.

Con la recentissima  decisione del 16 dicembre 2013, n. 27986, le Sezioni Unite della Cassazione hanno apparentemente risolto il contrasto di giurisprudenza sulla natura del privilegio riconosciuto al credito dell’agente, ammettendo la sussistenza di tale privilegio solo qualora il credito derivi dall’attività di un agente persona fisica ed escludendo, per contro, il privilegio nel caso in cui l’agente abbia la veste giuridica di società di capitali.

Tale decisione trova il proprio fondamento da un esame dei lavori preparatori della legge 426 del 1975 – che ha introdotto l’art. 2751 bis c.c. – nel senso di riconoscere una collocazione privilegiata a determinati crediti in quanto derivanti da una prestazione di attività lavorativa svolta in forma subordinata o autonoma e, perciò, destinata a soddisfare le esigenze del lavoratore ed escludendo, quindi, l’estensione del privilegio ai crediti da provvigioni per agenti che esercitano nella forma della società di capitali: e ciò in quanto nelle società, le somme che rappresentano il corrispettivo dell’attività costituiscono non già un compenso del lavoro prestato ma una eventuale remunerazione del capitale conferito, ponendosi quanto al di fuori della complessiva ratio giustificatrice della prelazione riconosciuta dall’art. 2751 bis, n. 3, c.c

A parere di chi scrive, appare del tutto illogico negare all’agente che, in maniera diligente, si è dotato di una struttura di regola molto più efficiente ed organizzata, quale è la società, il privilegio generale in questione. Infatti, non va dimenticato che alcune delle caratteristiche peculiari dei rapporti di parasubordinazione, come quello di agenzia, sono l’autonomia dal preponente e l’assenza di un rapporto gerarchico con quest’ultimo, ferma restante l’esigenza di coordinamento del lavoro dell’agente con quello del preponente; in tale concezione di autonomia, rientra sicuramente la scelta della forma societaria quale strumento di esercizio, da parte dell’agente, della propria prestazione professionale.

Del resto l’art. 1 della Direttiva 86/653/CEE – che ha introdotto nel nostro ordinamento gran parte dell’attuale disciplina codicistica sul rapporto di agenzia – definisce agente commerciale “la persona che, in qualità di intermediario indipendente, è incaricata in maniera permanente di trattare per un’altra persona, qui di seguito chiamata preponente, la vendita o l’acquisto di merci, ovvero di trattare e di concludere dette operazioni in nome e per conto del preponente”. Dal disposto letterale della norma, si evince chiaramente che la Direttiva utilizza l’espressione persona per qualificare l’agente commerciale, senza precisare di che tipo di persona debba trattarsi, se fisica o giuridica.

Ciò senza considerare che il diniego del privilegio agli agenti – società di capitali può, inoltre, avere ripercussioni, sia pur in un regime di autonomia patrimoniale, sul patrimonio delle persone fisiche che ne fanno parte. Si pensi, infatti, alle società di capitali dove gli utili prodotti vengano destinati a retribuire i dipendenti della stessa società oppure a remunerare gli stessi soci. In tali casi, è chiaro che negare il privilegio sulle provvigioni e sull’indennità all’agente – società di capitali, specie nell’ambito di una procedura concorsuale, avrebbe inevitabilmente delle ripercussioni anche sui soggetti facenti parte della società che rischierebbero di non vedersi riconosciuto un compenso per l’attività svolta e che soprattutto rischierebbero il licenziamento per incapacità della società di far fronte ad una situazione di dissesto economico – finanziario. Ciò è ulteriormente confermato dal fatto che il più delle volte, i creditori chirografari di un preponente nei confronti del quale è in atto una procedura concorsuale, assai difficilmente si vedranno soddisfatti nella loro pretesa creditoria, dovendosi piuttosto “accontentare” di ciò che eventualmente residua dalla vendita dei beni del preponente.

 

Indennità di fine rapporto, la prova a carico dell’agente

30 Dicembre 2013 Posted by Articoli, L'avvocato risponde 0 thoughts on “Indennità di fine rapporto, la prova a carico dell’agente”

agenteCostituisce preciso onere dell’Agente che richiede l’indennità di cessato rapporto ex art. 1751 c.c. quello di fornire la prova degli elementi costitutivi previsti dalla citata norma di legge.

La cd. indennità meritocratica di cui all’art. 1751 c.c. va, infatti,  riconosciuta laddove ricorrano cumulativamente due condizioni: a) che l’agente abbia procurato nuovi clienti alla mandante o abbia sviluppato gli affari con quelli esistenti ed il preponente abbia ancora vantaggi dagli affari con tali clienti; b) che il trattamento risponda ad Equità, tenuto conto di tutte le circostanze del caso ed in particolare delle provvigioni che l’agente commerciale perde e che risultano dagli affari con tali clienti.

Orbene,  mentre non desta alcuna perplessità la dimostrazione da parte dell’agente dell’apporto di nuovi clienti e/o l’aumento del fatturato da parte dei clienti ereditati nella propria zona di competenza, a dividere l’orientamento giurisprudenziale è l’ulteriore requisito necessario per il riconoscimento di detta indennità, vale a dire la permanenza di “sostanziali vantaggi”  in capo alla ex mandante successivamente alla revoca del mandato di agenzia.

Secondo alcuni giudici di merito, i “sostanziali vantaggi” devono coincidere con le vendite effettive concluse negli anni successivi dalla preponente, con la conseguenza che laddove solo alcuni dei clienti in precedenza procurati dall’agente uscente continuino ad intrattenere rapporti commerciali con la mandante, il riconoscimento dell’indennità in parola sarebbe discutibile.

Trattasi di un orientamento non condivisibile atteso che i benefici di cui all’art. 1751 c.c.  non devono coincidere con il mantenimento di rapporti commerciali da parte della preponente nel periodo successivo alla chiusura del rapporto, dal momento che la corresponsione dell’indennità in parola potrebbe “dipendere” dalla volontà della parte più forte del rapporto contrattuale che, arbitrariamente, potrebbe decidere di non concludere più affari con i clienti procurati dall’agente, seppur limitatamente ad un determinato periodo temporale.

Infatti, la norma prevede la corresponsione dell’indennità al momento della cessazione del rapporto finalizzata ad indennizzare l’agente per la perdita delle provvigioni in conseguenza del recesso (cfr. Relazione Comm. Europea del 23.07.1996).

Se il Legislatore avesse voluto subordinare l’indennizzo al risultato della preponente nel periodo successivo, avrebbe stabilito un tempo diverso per la liquidazione dell’indennizzo.

In altre parole, ciò che si vuole tutelare con l’indennizzo è il danno patito dall’agente in conseguenza del recesso.

Ove s’intendesse sostenere che i “sostanziali vantaggi” debbano coincidere con le vendite effettive effettuate negli anni successivi dalla preponente, l’agente uscente dovrebbe solo sperare che il nuovo agente sia più bravo di lui.

Se così fosse un agente bravo non avrebbe, quindi, mai diritto all’indennizzo.

I “sostanziali vantaggi” vanno, conseguentemente, valutati al momento della cessazione, in termini di potenzialità della clientela lasciata e in relazione a quanto costruito – e poi perso – dall’agente.

Si deve quindi considerare se dalla complessiva gestione della clientela (sia in relazione all’acquisizione di clienti nuovi, sia in relazione allo sviluppo in termini di fatturato procurato dall’agente) la preponente ottiene – anche solo in via potenziale – un vantaggio nel tempo al momento del recesso.

Questa interpretazione appare, del resto, coerente con le regole processuali, consentendo, per un verso di dedurre specifiche circostanze fattuali e, per altro verso, di rispettare quella linea evolutiva della giurisprudenza che in tema di onere della prova va accentuando il principio della vicinanza della prova, inteso come apprezzamento dell’effettiva possibilità per l’una o per l’altra parte di offrirla (Cass. n. 23918 del 09.11.2006  che richiama le conclusioni di Cass. Sez. Un. n. 13533 del 30.10.2001).

Sul punto, la recente giurisprudenza di merito ha condiviso la suddetta interpretazione, affermando che la permanenza dei “sostanziali vantaggi” ancora ricevuti dal preponente, dopo la cessazione del rapporto, dall’opera dell’agente, ex art. 1751 c.c., va considerata  “in termini di potenzialità della clientela lasciata” da quest’ultimo, visto che la relativa verifica, dovendo per legge essere effettuata al momento della cessazione del contratto, non può che avvenire in termini prognostici, avuto cioè riguardo alla clientela reperita dall’agente e da lui “riconsegnata” al preponente al termine del rapporto, non potendosi evidentemente verificare, alla medesima data, l’effettiva conclusione e il buon fine di successivi contratti eventualmente stipulati, anche a distanza di anni, dalla preponente con i clienti precedentemente reperiti dall’agente. Diversamente, il diritto alla corresponsione dell’indennità in questione non sarebbe mai concretamente valutabile e, quindi, riconoscibile al momento della cessazione del rapporto di agenzia, dipendendo oltretutto la relativa debenza, in tal caso, anche dalla verificazione di circostanze non direttamente riconducibili all’operato dell’agente o da lui non concretamente controllabili  (cfr. sentenza del 12.02.2013, Trib. di Milano, sez. lav., nella persona del Giudice dott. Fabrizio Scarzella, parti Lettieri contro Damare srl; Trib. Mantova, est. Bettini, 24 maggio 2011, n.102 in Agenti & Rappresentanti di Commercio n. 2/2011; Trib. Pistoia 24.07.2008 n. 301).

Giuanluca Stanzione

 

Sull'attività di coordinamento nel contratto di agenzia

8 Ottobre 2013 Posted by Articoli, L'avvocato risponde 2 thoughts on “Sull'attività di coordinamento nel contratto di agenzia”

L’avvocato risponde

Alessandro Limatola e Gianluca Stanzione

 

contratto-tempo-determinatoĖ sempre più frequente nella prassi che la preponente affidi ad un soggetto, unitamente all’incarico di promozione e vendita in una zona ben delimitata, anche l’incarico di controllare e stimolare una rete di agenti dietro pagamento di una provvigione sul fatturato dei medesimi agenti, o su quello realizzato nella zona in cui gli stessi operano.

Trattasi, ovviamente, di attività complementare e accessoria rispetto a quanto previsto dagli articoli 1742 e 1746 del codice civile, caratterizzata da controlli sull’operato degli agenti, affiancamento degli stessi presso la clientela, suggerimenti e stimoli verso nuove iniziative.

L’attività concretamente resa non è, quindi, solo quella finalizzata alla conclusione personale di affari, ma anche quella tesa a consentire alla propria rete vendita di sviluppare un fatturato tale che consenta al coordinatore di ottenere un compenso ulteriore ed aggiuntivo.

L’oggetto principale del contratto deve esser comunque quello di promozione degli affari, rimanendo quello di coordinamento un’attività solo accessoria rispetto al primo.

In sintesi, l’agente generale non può limitare il proprio incarico ad una semplice attività di controllo e stimolo degli agenti a lui affidati, ma dovrà pur sempre continuare nella promozione e conclusione diretta degli affari.

Trattasi di una figura recepita negli AEC di settore i quali ne hanno confermato la compatibilità con quella di agente semplice.

Così, l’articolo 6 comma 4 dell’AEC 20.03.2002 prevede che “nel caso in cui sia affidato all’agente o rappresentante l’incarico di coordinamento di altri agenti in una determinata area, purché sia specificato nel contratto individuale, dovrà essere stabilito uno specifico compenso aggiuntivo, in forma non provvigionale”.

L’AEC 16.02.2009, Settore Commercio, stabilisce a sua volta che se all’agente fossero affidate attività accessorie o complementari a quelle previste negli articoli 1742 e successivi del codice civile, dovrà essere stabilito uno specifico compenso aggiuntivo in forma non provvigionale.

La problematica che attanaglia da tempo gli operatori del settore è quale sia la sorte del contratto principale di agente semplice, in caso di revoca da parte della mandante dell’incarico di coordinamento.

Secondo la giurisprudenza dominante, è possibile configurare l’attività di supervisione di altri agenti come incarico accessorio avente vita indipendente dal contratto di agenzia vero e proprio.

In presenza di un simile accordo, è stato infatti ritenuto che il preponente potesse revocare tale incarico senza essere tenuto al rispetto dei termini di preavviso previsti in materia di agenzia (Cassazione numero 196798/2005; Cassazione numero 14436/2000).

Di diverso avviso è stata la Suprema Corte in alcune successive pronunce laddove ha ritenuto che costituisse giusta causa di recesso la revoca improvvisa dell’incarico accessorio di capoarea, tale da impedire all’agente l’opportunità di continuare il rapporto in essere con la preponente (Cassazione Lavoro numero 22295/2008).

In tale ambito si colloca un recente intervento del Giudice di merito, il quale è giunto alle conclusioni che in assenza di una espressa pattuizione contraria, la libera recedibilità possa trovare applicazione anche all’incarico accessorio essendo, quest’ultimo, un rapporto negoziale distinto dal contratto di agenzia che può venir meno nonostante perduri l’incarico principale di agente (Tribunale di Prato 19.11.2012).