Posts by Mario Marsico

Le ispezioni amministrative nell’agenzia commerciale

12 Luglio 2017 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Le ispezioni amministrative nell’agenzia commerciale”

L’agenzia che occupa dipendenti (segretarie, impiegati amministrativi o commerciali) è soggetta al controllo degli organi di vigilanza sul lavoro.

Secondo l’art. 13 della legge 689/1981 e successive integrazioni e modificazioni gli organi addetti al controllo sull’osservanza delle disposizioni previste dalla legge in materia di lavoro subordinato possono, per l’accertamento delle violazioni di rispettiva competenza, assumere informazioni e procedere a ispezioni di cose e di luoghi, diversi dalla privata dimora.
A partire da quest’anno l’organo che coordina le attività di vigilanza in materia di lavoro (svolta precedentemente dagli Ispettori delle ex DTL – Direzioni Territoriali del Lavoro, dall’INPS e dall’INAIL) è L’INL, cioè l’Ispettorato Nazionale del Lavoro.
Tale Ispettorato è delegato a controllare:

1)      L’esistenza di eventuale lavoro nero;

2)      La presenza in azienda di soggetti non assicurati contro gli infortuni sul lavoro;

3)      L’esatta qualificazione del rapporto di lavoro;

4)      L’eventuale corresponsione di compensi non assoggettati a contribuzione;

5)      La regolarità di trasferte, di rimborsi e di ogni altra somma non compresa nelle retribuzioni imponibili dichiarate all’INPS.

Oltre a tali aspetti, in fase di controllo gli Ispettori controllano anche la presenza di violazioni in materia di regolare tenuta del Libro unico (che come è noto ha sostituito gli ex libri paga e matricola), in materia assicurativa ed in genere su tutte le violazioni che danno luogo all’applicazione di sanzioni amministrative originate da appositi verbali di constatazione.
Per quanto riguarda il punto 1) l’avvalersi di un collaboratore dipendente senza che siano posti in essere tutti gli adempimenti formali e sostanziali per una regolare assunzione può comportare rischi notevoli. In caso di inosservanza della normativa è sancito (legge 183/2010) per ciascun lavoratore che non sia stato regolarmente inquadrato e, quindi, irregolare, è prevista, dopo l’introduzione del D.lgs. 151/2015, una sanzione compresa tra i 1.500 e i 9.000 euro, in caso di impiego dello stesso per un periodo fino a 30 giorni di effettivo lavoro; la sanzione è elevata da 3.000 a 18.000 euro per un impiego del lavoratore “in nero” fino a sessanta giorni di effettivo lavoro e, ancora, da 6.000 ad euro 36.000 in caso di impiego oltre i 60 giorni di lavoro. Tenuto conto delle agevolazioni previdenziali previste dalle attuali disposizioni e dalla mancata deducibilità fiscale del costo del personale non inquadrato questo allontanamento dalla legalità, a parte ogni aspetto etico, comporta un grosso rischio che, in caso di accertamento della violazione, può pericolosamente impattare sull’agenzia da un punto di vista economico.
In relazione alle altre tipologie di controllo va attentamente valutata la posizione di soggetti, soci e familiari del titolare, che prestano la loro opera nell’agenzia. Basti pensare al caso di ditta individuale di familiari del titolare non inquadrati come dipendenti (laddove sussistano le condizioni) o come coadiutori dello stesso con versamento dei contributi alla Gestione INPS Commercianti.
L’accertamento dello svolgimento “in nero” da parte del familiare di un vero e proprio lavoro subordinato può condurre all’applicazione della maxi-sanzione sopra prevista mentre l’irregolare posizione di soggetto coadiutore può condurre alla richiesta dei contributi dovuti e non versati per questa figura alla Gestione Commercianti i quali, per rapporto nell’ambito della prescrizione quinquennale , tenuto conto della quota contributiva annuale, ammontano ad un importo minimo di circa 15.000 euro.
A conti fatti un inquadramento alla rispettiva gestione di questi lavoratori per una durata di lavoro compatibile con il loro apporto collaborativo di fatto all’azienda e con la deducibilità del relativo costo (nei casi previsti dal reddito d’impresa) può addirittura comportare un vantaggio economico oltre al beneficio previdenziale futuro nel caso di collaboratori di giovane età.
Nei casi di agenzie sotto forma di società di persone vanno valutate le posizioni dei singoli soci. Ad esempio in una Sas il socio accomandante che presta la propria opera nell’azienda (tranne alcuni casi di stretti rapporti familiari con l’amministratore), può essere regolarmente inquadrato riducendo i pericoli di invasivi accertamenti. Cosi come la posizione di un soggetto che presta la propria opera nell’agenzia tenuta sotto forma di società di capitali va attentamente valutata per le implicazioni che possono riguardare la Gestione Lavoratori Dipendenti, quella Commercianti o nel caso di Amministratore, la Gestione Separata.
Un altro caso che bisogna attentamente valutare è quello delle “collaborazioni occasionali” trattate con l’assoggettamento alla sola ritenuta d’acconto, delle false partite IVA o delle associazioni in partecipazione tanto osteggiate dal Job Act.
In altre parole occorre fare sempre, razionalmente e attentamente, un’analisi precisa che metta a confronto da un lato i costi di un regolare impiego dei collaboratori e dall’altro dei consistenti rischi che si corrono nella ricerca di una soluzione contra-legem.
La Lanarc-Usarci nel rispetto della normativa e delle esigenze operative delle singole agenzie mette a disposizione la professionalità dei propri consulenti per la migliore soluzione del singolo problema.
Nei prossimi articoli continueremo a trattare tale argomento nonché quello legato ai controlli Ispettivi operati dai funzionari dell’Enasarco nell’ambito dei rapporti instaurati nell’agenzia con i relativi sub agenti.

 

L’importanza del controllo della liquidità aziendale: il budget di cassa

20 Dicembre 2016 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “L’importanza del controllo della liquidità aziendale: il budget di cassa”

Una qualsiasi impresa, anche di modestissime dimensioni, deve controllare con molta attenzione sia gli elementi reddituali, ovvero il flusso dei ricavi e dei costi che portano al risultato dell’esercizio (utile/perdita), sia la trasformazione monetaria di tali costi e ricavi. Ordinariamente l’impresa deve fronteggiare tempestivamente le uscite monetarie con gli incassi e gli altri mezzi che costituiscono le liquidità a disposizione. Occorre, quindi, porre particolare attenzione ai “flussi di cassa” per evitare che uno squilibrio tra le entrate e le uscite monetarie possa compromettere il risultato economico: un’impresa, anche in utile, può essere scompensata da uno squilibrio monetario; diversamente un’attività che crea liquidità può sopravvivere (sia pure per un certo tempo) anche in presenza di risultati in perdita.

Nasce, pertanto, l’esigenza del controllo costante della gestione monetaria al fine di:

  • preventivare il fabbisogno di cassa;
  • individuare le fonti di finanziamento (interno o esterno);
  • definire, per tempo, le opportune strategie per l’eventuale indebitamento.

Anche per l’agenzia commerciale il controllo della liquidità rappresenta una necessità operativa e deve essere svolto, ancorché in forma minimale, con continuità.

Per l’agenzia commerciale   la mancanza di liquidità può essere provocata ad esempio da:

  • carenza di provvigioni derivante dalla riduzione dell’attività di promozione delle vendite;
  • allungamento dei termini di incasso dei compensi provvigionali da parte delle mandanti (una costante di questi ultimi tempi);
  • sottrazione di mezzi monetari per esigenze di sopravvivenza del titolare della ditta individuale o dei soci di una società;
  • indebitamento (banche, istituti di leasing) per l’acquisizione di beni strumentali (locale ufficio, auto, attrezzature, ecc.).

Anche in presenza di una buona gestione economica (ricavi superiori ai costi) il guadagno realizzato (reddito) non è ancora trasformato in flussi finanziari restando ancora nelle mani del debitore che, ordinariamente, non ha fretta di pagare. I ritardi cronici nei pagamenti da parte dei clienti (nel nostro caso le mandanti) comportano, oltre ai predetti squilibri nella gestione finanziaria, danni   derivanti da eventuali situazioni di dissesto di quest’ ultimi, cosa oggi molto frequente. Se alle difficoltà di incasso si aggiungono, poi, quelle connesse all’esistenza di scarse risorse finanziarie proprie, nonché le problematiche   crescenti riguardanti l’accesso al credito bancario, si ottiene il quadro di una difficile situazione finanziaria aziendale.

Diventa, quindi, di vitale importanza un monitoraggio costante, e per periodi sempre più ravvicinati, della liquidità aziendale affinché si possa intervenire tempestivamente e strategicamente sulla gestione, finanziaria, riportandola su una situazione di maggiore equilibrio o meno allarmante squilibrio.

Con tale monitoraggio la gestione dell’impresa sarà in grado di fronteggiare tempestivamente le uscite previste con gli incassi e gli altri mezzi liquidi a disposizione. Un ciclo finanziario virtuoso prevede che i debiti a breve-medio termine verso fornitori vengano pagati con gli incassi dei crediti verso le mandanti facendo in modo che le entrate finanziarie del periodo coprano le uscite finanziarie.  Quest’aspetto acquista ancora maggiore importanza se si considera che la maggior parte delle piccole aziende e, quindi, la maggior parte delle agenzie commerciali, sono sottocapitalizzate. Per esse, poi, è prioritaria l’attenzione per   l’aspetto commerciale sul presupposto che è sufficiente un buon mercato per non avere problemi. Occorre, invece, un salto di qualità che preveda tra l’altro un buon controllo direzionale esteso anche al monitoraggio della liquidità per il quale si rende necessaria la redazione oltre al budget economico (relativo a ricavi e costi) un budget “di cassa” o “di tesoreria”.

Il budget di cassa è uno strumento di previsione finanziaria di breve periodo che viene sviluppato all’interno di un’azienda e consiste in un documento di previsione finanziaria che permette di analizzare l’effettivo generarsi di flussi monetari e le consistenze delle risorse di tesoreria a disposizione dell’azienda nel periodo considerato (normalmente un esercizio) e, pertanto, è un’articolazione del più esteso budget finanziario.

Le risorse “liquide” o “monetarie”, uno dei modi d’impiego delle risorse finanziarie a disposizione dell’azienda sono rappresentate dalle disponibilità di cassa (contanti e assegni) e da quelle dei conti correnti bancari o postali. La consistenza di tesoreria è un dato pressoché certo che può   essere utilizzato costantemente per far fronte ai debiti a breve.

La costruzione del budget di cassa si fonda sul budget economico (previsione costi e ricavi), sul budget degli investimenti e su altre informazioni   come i tempi medi di incasso o pagamento, calcolati con riferimento agli accordi contrattuali e, ancor più, in base all’esperienza.  La sua logica è quella di individuare preventivamente il momento in cui il pagamento o l’incasso si verificheranno: il budget di tesoreria si scompone, di fatto, in un budget delle entrate e in un budget delle uscite monetarie.

Per la costruzione di tale documento, partendo dal saldo dei mezzi monetari all’inizio del periodo considerato si vanno ad individuare   le entrate e le uscite monetarie previste, al fine di ottenere il saldo alla fine del periodo considerato.

Tra le “entrate” andranno preventivati gli incassi dalle mandanti o degli altri utilizzatori di servizi, sulla base delle condizioni di pagamento, quanto meno concordate, anche se, come detto, il   rispetto di tali condizioni non sempre viene assicurato. È pur vero che ogni previsione è sinonimo di “incertezza”, ma va pur sempre effettuata. Si terrà evidentemente conto di aspettative che non appartengono alla categoria ottimistica né a quella pessimistica (o addirittura catastrofica) ma   sono fondate   su un ragionevole e sano principio di concretezza e realistica attendibilità.

Le “uscite” accoglieranno i pagamenti relativi ai costi di gestione previsti (canoni di locazione e leasing, utenze, spese per il personale, collaboratori e subagenti, consulenze e servizi vari, gestione autovettura, viaggi e trasferte, cancelleria, postali, spese bancarie ed altre spese dell’agenzia).  Occorrerà, poi, preventivare le uscite per l’acquisto di   beni strumentali necessari per lo svolgimento dell’attività (autovettura, attrezzature ufficio, software ecc.).

La differenza tra entrate ed uscite di ciascun mese tenuto conto del saldo iniziale del periodo darà luogo ad un avanzo finanziario ovvero ad una eccedenza di liquidità o ad un disavanzo finanziario, ovvero un deficit o fabbisogno di liquidità.

Mese per mese occorre, poi, sostituire i dati previsionali con i dati consuntivi e, a fronte di variazioni rispetto alle previsioni iniziali, aggiornare i dati dei restanti mesi.

Particolare attenzione dovrà essere dedicata all’ammontare del saldo finale soprattutto, ovviamente, in caso di situazione finanziaria deficitaria, sia di tipo continuo, sia di tipo   altalenante, al fine di verificare gli opportuni interventi strategici da effettuare, anche in termini di scelta di finanziamento esterno, valutando le opportunità alternative offerte dalle diverse operazioni, con le relative condizioni, (tassi di interesse, garanzie etc.).

Va ricordato che normalmente, ai fini dell’equilibrio finanziario, ai crediti a breve (che si trasformano in liquidità entro 12 mesi) occorre correlare debiti a breve (debiti verso fornitori, fido bancario etc.)  mentre investimenti a lungo termine (con monetizzazione oltre i 12 mesi) come quelli relativi all’acquisizione di immobilizzazioni in beni strumentali devono essere finanziati con fonti a lungo termine rappresentate dall’autofinanziamento o dal finanziamento esterno (bancario e non). Il prospetto che segue intende dare un’idea, alquanto semplice e schematica, della rappresentazione del flusso finanziario sulla base dei 12 mesi di un determinato anno.

*Segue tabella fac-simile

  ANNO MESI
G F M A M G L A S O N D
LIQUIDITA’ INIZIALE

CASSA

C/C BANCARI E POSTALI

TOTALE

                                       

 

 

INCASSI DA:

CLIENTI (FATTURE DA INCASSARE)

CESSIONE CESPITI

ACCENSIONE MUTUI

APPORTI SOCI O TITOLARE

ALTRI (ES. VENDITA BENI STRUMENTALI)

 TOTALE INCASSI (FONTI DI LIQUIDITÀ)

USCITE                      

PAGAMENTI            

FORNITORI ORDINARI   

FORNITORI BENI STRUMENTALI

ESTINZIONE MUTUI       

PRELEVAMENTI SOCI O TITOLARE

COSTI DI ESERCIZIO       

PERSONALE            

………..             

SPESE GENERALI  

……………         

ONERI FINANZIARI         

INTERESSI E SPESE BANCARIE

VERSAMENTI:

IVA                  

IMPOSTE      

RITENUTE ACCONTO     

TOTALE PAGAMENTI (IMPIEGHI LIQUIDITÀ)

LIQUIDITÀ FINALE PREVISTA (A+B-C)  

Indennità per la cessazione del rapporto d'agenzia

19 Luglio 2016 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 2 thoughts on “Indennità per la cessazione del rapporto d'agenzia”

In occasione di un recente incontro con gli associati LANARC si è avuto modo di verificare che esistono, ancora oggi, alcuni dubbi e incertezze sull’argomento per cui riteniamo affrontare nuovamente la tematica per fornire i chiarimenti del caso.

Per un corretto approccio al problema occorre fare riferimento sia alla normativa civilistica, sia alla contrattazione collettiva di settore.

 

  1. La normativa civilistica

Sostituendo il precedente articolo 1751 del codice civile il D.lgs. n. 303 del 10/9/1991 ha introdotto una nuova disciplina dell’indennità di cessazione del rapporto di agenzia, in linea prima con quanto previsto dalla Direttiva della Comunità Europea (art. 17 direttiva CEE 653/86) e successivamente dal disposto del D. Lgs. n. 65 del 15/2/1999.

L’attuale formulazione di tale articolo subordina il diritto all’indennità (la cosiddetta “indennità europea”) al verificarsi di una serie di condizioni, stabilendo testualmente che:

“All’atto della cessazione del rapporto, il preponente è tenuto a corrispondere all’agente un’ indennità se ne ricorrono le seguenti condizioni: l’agente abbia procurato nuovi clienti al preponente o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti e il preponente riceva ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti; ………….L’indennità non è dovuta: quando il preponente risolve il contratto per un’inadempienza imputabile all’agente, la quale, per sua gravità, non consenta la prosecuzione anche provvisoria del rapporto; quando l’agente recede dal contratto a meno che il recesso sia giustificato da circostanze attribuibili al preponente o da circostanze attribuibili all’agente, quali età, infermità o malattia, per le quali non può essergli ragionevolmente chiesta la prosecuzione dell’attività; quando, ai sensi di un accordo con il preponente, l’agente cede ad un terzo i diritti e gli obblighi che ha in virtù del contratto di agenzia”.

In relazione al “quantum” lo stesso articolo prevede che:

“L’importo dell’indennità non può superare una cifra equivalente a un’indennità annua calcolata sulla base della media annuale delle retribuzioni riscosse dall’agente negli ultimi cinque anni e, se il contratto risale a meno di cinque anni, sulla media del periodo in questione”.

“Il pagamento di tale indennità sia equa tenuta conto di tutte le circostanze del caso, in particolare delle provvigioni che l’agente perde e che sono gli affari di tali clienti”.

Aggiunge poi: “Le disposizioni di cui al presente articolo sono inderogabili a svantaggio dell’agente”.

Orbene, per quanto riguarda le condizioni essenziali, l’indennità è dovuta (sull’esempio del sistema tedesco) tutte le volte che l’agente riesca a dimostrare, nel concreto, per quanto riguarda lo stato degli affari, l’esistenza, congiuntamente o alternativamente, delle seguenti condizioni:

  • di avere procurato nuovi clienti alla mandante;
  • di avere sviluppato gli affari con i clienti preesistenti.

E ancora, in entrambi i casi, deve verificarsi che il preponente riceva ancora sostanziali vantaggi dagli affari con tali clienti che l’agente lascia all’atto della risoluzione del rapporto.

L’indennità non spetta quando:

  • il contratto si sia risolto per inadempienza dell’agente che per la sua gravità non abbia consentito la prosecuzione anche provvisoria del rapporto;
  • il recesso sia avvenuto ad opera dell’agente (tranne i casi giustificati da malattia, infermità che non rendono possibile una ragionevole prosecuzione dell’attività) in base ad uno specifico accordo venga realizzata la cessione del contratto di agenzia.

Una volta sorto il diritto a favore dell’agente la valutazione dell’ammontare spettante viene effettuato non in base ad un criterio predefinito che porti ad un valore univoco ma   fissando unicamente un “tetto”, una “soglia”, un limite massimo che tale valore può raggiungere. Tale limite è costituito da un’annualità di provvigioni calcolata quale media delle provvigioni maturate (anche se la norma in maniera imprecisa parla di “retribuzioni riscosse”) dall’agente negli ultimi cinque anni o quale media del minore periodo del rapporto, se il contratto ha avuto esecuzione per meno di cinque anni. L’indennità in questione viene, quindi, valutata con un criterio di “equità”, con riferimento alle circostanze relative allo svolgimento del mandato nonché alle provvigioni che risultano dagli affari con i clienti procurati e che l’agente perde.

In ordine all’applicazione delle norme citate la puntualizzazione che la normativa civilistica in oggetto non è derogabile quando ciò si possa tradurre in uno svantaggio per l’agente comporta la disapplicazione delle citate disposizioni quando la loro applicazione possa risultare sfavorevole all’agente. Il che vuol dire, in altre parole, che la disposizione civilistica è da ritenersi prevalente sulla contrattazione collettiva o sulla contrattazione individuale ovvero la regolamentazione pattizia tra mandante ed agente quando essa sia più favorevole a quest’ultimo.

 

  1. La contrattazione collettiva

Come è noto gli Accordi Economici Collettivi sono stipulati fra le associazioni di categoria ed hanno natura privatistica. Ciò vuol dire che essi vincolano unicamente le parti che, attraverso l’adesione diretta alle relative associazioni stipulanti, indirettamente vi aderiscono.  Tali pattuizioni esplicano ugualmente la loro efficacia qualora le parti le abbiano richiamate nei contratti individuali.

In base a quanto previsto rispettivamente dagli Accordi attualmente in vigore:

  • AEC 30/07/2014 del settore Industria e cooperazione;
  • AEC 16/02/2009 per il Commercio.

L’indennità di fine rapporto si compone di due distinti emolumenti:

  • Indennità Risoluzione Rapporto (FIRR);
  • Indennità di clientela.

A queste si va ad aggiungere un’ulteriore particolare indennità che vuole, in presenza di taluni requisiti, remunerare l’agente in funzione di parametri che intendono   valutare il lavoro svolto dall’agente, e quindi i risultati raggiunti, nel corso   dell’attività svolta: Indennità aggiuntiva o meritocratica

È opportuno analizzare partitamente le singole indennità.

 

  1. L’ indennità di risoluzione del rapporto – firr

Alla cessazione del rapporto, secondo quanto previsto dalla contrattazione collettiva, spetta all’agente una indennità calcolata in una certa misura percentuale sulla base delle provvigioni maturate con riferimento all’anno solare. Tale indennità, accantonata presso l’ENASARCO, spetta a tutti gli agenti, qualunque sia la forma giuridica dell’agenzia (ditta individuale, società di persone, società di capitali) la durata  del contratto (a tempo indeterminato o determinato) o la causa di risoluzione dello stesso,  ad  eccezione delle ipotesi in cui il recesso avvenga da parte della mandante  in conseguenza di violazioni contrattuali relative a ritenzione indebita di somme di spettanza della preponente, concorrenza  sleale, violazione del vincolo di operare in esclusiva per una sola ditta.

La liquidazione del FIRR all’agente è “automatica” nel senso che una volta che la mandante abbia comunicato l’avvenuta cessazione del rapporto, ENASARCO dovrà provvedere al pagamento di quanto dovuto all’agente medesimo. Alla risoluzione del rapporto il FIRR maturato nell’ultimo periodo a favore di quest’ultimo ma non ancora versato all’ENASARCO viene erogato direttamente all’interessato.  Così ad esempio viene liquidato all’agente l’importo del FIRR relativo all’anno solare precedente se la cessazione del rapporto avviene prima del 31 marzo o l’indennità maturata in corso d’anno se la cessazione avviene prima della fine dell’anno medesimo.

 

  1. Indennità suppletiva di clientela

Quando  il contratto si scioglie ad iniziativa della casa mandante per fatto non imputabile all’Agente o Rappresentante, sarà corrisposta dalla ditta preponente all’Agente o Rappresentante medesimo, in aggiunta all’indennità di risoluzione del rapporto , una indennità suppletiva di clientela, da calcolarsi sull’ammontare globale delle provvigioni per le quali è sorto il diritto al pagamento in favore dell’agente per tutta la durata del rapporto (dalla data di stipulazione del contratto alla data di risoluzione dello stesso) anche se le stesse somme non sono state interamente corrisposte al momento della cessazione del rapporto.

Pur avendo natura risarcitoria (e questo elemento ne caratterizza la tassazione) l’indennità suppletiva di clientela, al pari dell’indennità risoluzione rapporto e a differenza dell’indennità “meritocratica”, è sganciata da qualsiasi valutazione relativa all’attività dell’agente connessa allo sviluppo e al mantenimento della clientela nel tempo rispetto alla data di conferimento del mandato.

Elemento essenziale per il sorgere del diritto dell’agente o rappresentante alla liquidazione dell’indennità è, invece, la causa dello scioglimento del rapporto di agenzia. Solo se questa non è da attribuirsi a fatto imputabile all’agente l’indennità è dovuta. Non spetta quindi all’agente che effettui con le proprie dimissioni il recesso volontario dal mandato (tranne il caso in cui tali dimissioni siano assistite da giusta causa, o siano provocate dal comportamento  del preponente o siano dovute a causa di forza maggiore) o quando la cessazione del rapporto sia dovuto a  recesso del preponente per colpa dell’agente che costituisca grave inadempimento e non consenta la prosecuzione del mandato, tenuto conto della natura fiduciaria del rapporto, in base a quanto previsto dall’art 1453 e ss. del c.c. (es. violazione del divieto di concorrenza, inattività prolungata ecc., violazione dell’obbligo di riservatezza,  incasso e trattenuta indebita di somme e/o titoli ecc.). Tra le cause di cessazione del rapporto che non precludono il diritto all’indennità la normativa contrattuale collettiva prevede anche il caso delle dimissioni dell’agente dovute a invalidità permanente o il conseguimento della pensione di vecchiaia Enas arco o Inps.

L’indennità viene calcolata sull’ammontare globale delle provvigioni maturate – per le quali, quindi, è sorto il diritto al pagamento a favore dell’agente – per l’intera durata del rapporto di agenzia, anche se le stesse somme non sono state ancora corrisposte al momento della cessazione del rapporto.  Nel computo rientrano anche le somme espressamente e specificatamente riconosciute all’agente o rappresentante a titolo di rimborso o di concorso spese o di premio.

 

  1. Indennità meritocratica

La contrattazione collettiva prevede oltre all’indennità di clientela una indennità aggiuntiva che tenga conto dell’attività svolta dall’agente a favore della mandante consistente nell’acquisizione e lo sviluppo di clientela, rispetto alla data di conferimento del mandato di agenzia.

Questa volta la natura risarcitoria trova una specifica “ratio”: il vantaggio tratto dalla preponente dagli affari conclusi con tali clienti.

L’indennità spetta soltanto quando l’agente o rappresentante abbia procurato nuovi clienti al preponente o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti ed il preponente medesimo riceva ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti. Si tratta, quindi, di valutare e risarcire il “merito” dell’agente in base a determinati criteri numerici.

Occorre, pertanto mettere a confronto il fatturato iniziale e quello finale prodotto dall’agente.

Il fatturato iniziale di riferimento va opportunamente rivalutato in base all’ indice ISTAT relativo al costo della vita per renderlo omogeneo con il dato finale.

Una volta determinati i due valori, iniziale e finale, occorre calcolare l’incremento percentuale ottenuto. A seconda, poi, della durata del rapporto di agenzia, si computeranno le percentuali di indennità rispetto al valore massimo calcolato in base all’art. 1751 c.c.

In un prossimo articolo si potrà esaminare il trattamento fiscale di tali indennità.

 

Il calcolo della pensione INPS di vecchiaia degli agenti di commercio

11 Gennaio 2016 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 2 thoughts on “Il calcolo della pensione INPS di vecchiaia degli agenti di commercio”

Nel precedente numero di questo giornale sono stati trattati i criteri generali in base ai quali è erogata dall’INPS la pensione agli iscritti alla Gestione Commercianti della quale fanno parte gli intermediari del commercio.

Per i lettori che, armati di buna volontà e muniti di calcolatrice, desiderano avviarsi nell’impresa di effettuare autonomamente il calcolo della rendita pensionistica, possiamo procedere all’individuazione delle operazioni da eseguire per individuare la misura del trattamento in base ai versamenti eseguiti e alle risultanze del proprio estratto contributivo. I lettori meno curiosi e intraprendenti si accontenteranno di richiedere all’Istituto di Previdenza, via Web, con il proprio PIN, l’importo dell’assegno mensile spettante.

Occorre ovviamente, a titolo esemplificativo, fare riferimento a una certa tipologia di assicurato, con la relativa posizione previdenziale, non potendo ovviamente fare riferimento, in questa sede, alle varie casistiche (uomo, donna, anzianità contributiva pregressa ecc.)

Consideriamo, per il calcolo della pensione di vecchiaia, un iscritto alla Gestione Commercianti (Categoria VOCOM) che abbia le seguenti caratteristiche:

  • Uomo;
  • Domanda pensione: dicembre 2015;
  • Età anagrafica: 66 anni e 3 mesi;
  • Anzianità contributiva al 31/12/2005: 900 settimane, pari a 17 anni e 3 mesi. Per un’anzianità inferiore, a tale data, a 18 anni si applica il cosiddetto sistema MISTO (parte retributivo e parte contributivo);
  • Numero settimane utili e importo del montante accumulato come segue;

 

 

 

Settimane utili n (a)

Reddito rivalutato euro (b)

Contributo medio settimanale euro (b/a)

Anzianità maturata nel periodo settimanale N

Calcolo contributivo
  • calcolo anzianità contributiva al 31/12/1992

520

440.845,00

847,78

280

  • calcolo anzianità contributiva dall’1-1-1993

900

1.005.675,00

1.117,42

156 (1/1/93-31/12/1995)

Calcolo contributivo
  • dall’1/1/1996 al 31/12/2015

Montante

120.346,32

 

 

PROCEDURA

Calcolo sistema retributivo:

QUOTA A

Periodo contributivo fino al 31/12/1992;

  • Il reddito annuale va rivalutato secondo l’indice previsto;
  • reddito anno 2000 euro 38.262,00; coefficiente ISTAT (relativi alle variazioni della scala mobile industria) dello stesso anno 1,25,80 ; reddito rivalutato euro 48. 134,53 (38.262,00 x 1,2580 = 48,134,53 ) e così, di seguito, per ciascun anno.
  • Il reddito complessivo rivalutato così ottenuto è diviso per i 520 contributi settimanali utili degli ultimi 10 anni, ottenendo il reddito settimanale medio di euro 847,78;
  • Occorre, poi, moltiplicare la retribuzione media settimanale degli ultimi 10 anni per le settimane utili del periodo (dall’inizio della contribuzione al 31/12/1992), nel nostro caso pari a 280 pervenendo al valore di euro 237.378,40 (847,78 x 280 = 237.378,40) sul quale applicare l’aliquota di rendimento. Tale aliquota (percentuale da applicare alla retribuzione pensionabile per ricavare l’importo della pensione) è stabilita nella misura del 2% per ogni anno di contribuzione versata. Quando, però, la base pensionabile supera una certa somma, il cosiddetto “tetto”, è ridotta, secondo i periodi, all’1% o allo 0,90%. Ipotizzando, in assenza di superamento del “tetto”, un’aliquota nella misura del 2% si perviene all’importo di 4.745,70 (237.378,40 x 2/100 = 4745,70) che rappresenta il valore annuale della quota A della pensione. Dividendo per 13 si ha il valore mensile di tale quota pari a euro 365,06 (4.748,00/13=365,06.)

 

QUOTA B

Periodo dall’1/1/1993 al 31/12/1995

  • La retribuzione media settimanale ottenuta dal reddito degli ultimi 15 anni, opportunamente rivalutato come sopra detto, pari a euro 1.117,42, è moltiplicato per le 156 settimane di anzianità contributiva che vanno dall’1/1/1993 al 31/12/1995 pervenendo al valore di 174.317,52 (1.117,42 x 156 = 174.317,52) sul quale applicare la percentuale di rendimento che nella misura del 2% comporta una quota pensionistica B annuale di euro 3.486,35 (174.317,52 x 2 /100) e mensile di euro 268,10.

Calcolo sistema contributivo

  • Quota dal 1/1/1996 al 31/1/2015

Per il calcolo di tale quota i passi da effettuare sono i seguenti:

anno per anno si applica al reddito imponibile contributivo l’aliquota di computo, che ora è del 22,65% nel 2015 (20% fino al 2011, 21,30% dal 2012 e, successivamente incremento di 0,45 punti ogni anno fino ad arrivare al 24% nel 2018); ottenendo i contributi utili alla pensione di ciascun anno, rivalutati annualmente come innanzi detto. Tale valore rappresenta il montante, pari a euro 120.346,32, su cui va applicato il coefficiente di trasformazione che all’età di 66 anni e 3 mesi è pari a 5,62 per cui la quota del contributivo della pensione annuale è pari a euro 6.763,46 annuali (120,346,32 x 5,62 = 6.763,46), che per 13 mensilità ammonta a euro 520,27 mensili.

Siamo finalmente così pervenuti al valore mensile della pensione dato dalla somma dalle due quote A e B del retributivo e della quota del contributivo, come sopra calcolato, per un importo complessivo di euro 1.153,43.

Pensione fai da te: il calcolo INPS Commercianti

17 Ottobre 2015 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Pensione fai da te: il calcolo INPS Commercianti”

Guida pratica per calcolare la pensione ed ottenere una stima della rendita previdenziale che sarà erogata dall’INPS

Con questo articolo intendiamo fornire un contributo operativo pratico a chi, in prossimità del pensionamento o anche per valutazioni personali relative alla costituzione di un plafond contributivo, desidera conoscere il procedimento di calcolo della pensione ed ottenere una simulazione, con sufficiente approssimazione, dell’entità della rendita previdenziale che sarà erogata dall’INPS.

E’ opportuno, prima di procedere alle operazioni di calcolo, premettere che il trattamento pensionistico è legato essenzialmente al requisito dell’età anagrafica del richiedente (ETA’ PENSIONABILE) . Attualmente e fino al 31/12/2015, salvo deroghe e regimi speciali, per gli iscritti alla Gestione commercianti il requisito di età per richiedere la pensione di vecchiaia è di 66 anni e 3 mesi per gli uomini e   64 anni e 9 mesi per le donne. In funzione della speranza di vita su base nazionale tali limiti aumenteranno ancora progressivamente fino al 2018, anno in cui si verificherà il pareggio dei requisiti di età per tutti.

lavoratori autonomi
dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2015 66 anni e 3 mesi
dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2018 66 anni e 7 mesi

 

lavoratrici autonome  
dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2015 64 anni e 9 mesi
dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2017 65 anni e 7 mesi
dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018 66 anni e 7 mesi

 

Per quanto riguarda l’entità della rendita previdenziale occorre, poi, tener conto di altri due elementi:

  • il numero totale degli anni accreditati in tutto il periodo assicurativo ovvero, più semplicemente, degli anni in cui è avvenuto il versamento dei contributi (ANZIANITA’ CONTRIBUTIVA). Per richiedere la pensione di vecchiaia occorre oggi un’anzianità contributiva minima di 20 anni (1040 settimane).
  • l’ammontare dei redditi relativi ai vari periodi di attività e le relative medie settimanali (RETRIBUZIONE PENSIONABILE).

Occorre a questo punto chiarire, sia pure brevemente, le modalità adottate nel tempo dall’Istituto di Previdenza per pervenire all’importo della pensione (SISTEMA DI CALCOLO).

Fino al 31 dicembre 1992 la pensione era calcolata con il   SISTEMA RETRIBUTIVO   il quale si basa appunto sui due elementi dell’anzianità contributiva e del reddito pensionabile, prendendo in considerazione la media dei redditi degli ultimi anni di attività lavorativa, opportunamente aggiornati, ovvero rivalutati – con esclusione di quello dell’anno di decorrenza e quello dell’anno immediatamente precedente, in base ad uno specifico indice Istat. L’anzianità contributiva massima è pari a 40 anni   per cui con la percentuale del 2% prevista dalla normativa (ALIQUOTA DI RENDIMENTO) applicata al reddito pensionabile si può pervenire ad un trattamento pensionistico massimo pari all’80% del reddito. Se, pertanto, il reddito pensionabile non supera un certo   limite (44.161,00 euro annui con decorrenza 2012) con 35 anni di anzianità contributiva la pensione è pari al 70% del reddito.

Il sistema retributivo ha dato luogo a sperequazioni e conflitti generazionali. Con l’invecchiamento della popolazione (l’aumento dell’età media degli italiani) e un numero percentualmente sempre minore di giovani lavoratori,   questi ultimi si facevano carico dei trattamenti pensionistici di un numero sempre maggiore di anziani. Inoltre, da un punto di vista di politica pensionistica, il sistema non consentiva una valutazione rigorosa del rapporto tra l’ammontare delle pensioni erogabili (SPESA PER LE PENSIONI) e la produzione di ricchezza del Paese (Prodotto Interno Lordo – PIL) che avrebbe dovuto consentito tali erogazioni, creando continui disequilibri gestionali.

A partire dal 1 gennaio 1993 furono apportati dei correttivi a tale sistema. Il calcolo della pensione per i lavoratori autonomi veniva effettuato su due quote: una quota relativa all’anzianità maturata fino al 31/12/1992, ed una quota calcolata in base all’anzianità maturata dopo tale data e fino alla decorrenza della pensione.

Con la riforma pensionistica del 4 agosto 1995, visto che anche con i correttivi apportati il sistema retributivo non assicurava l’equilibrio atteso e la sostenibilità del sistema, si passava, per l’anzianità maturata dal 1° gennaio 1996. ad una nuova metodologia di calcolo, il SISTEMA CONTRIBUTIVO, in base al quale ogni lavoratore riceve una pensione basata sul totale degli accantonamenti contributivi effettuati annualmente su un conto previdenziale individuale, opportunamente rivalutati in base alla variazione quinquennale del PIL, ottenendo un certo accantonamento (MONTANTE CONTRIBUTIVO) alla stregua di un conto di deposito bancario. Con il sistema contributivo si ha il vantaggio di rendere uguale il montante contributivo al montante pensionistico.

Va opportunamente sottolineato che ogni anno viene presa in considerazione ai fini della formazione del montante una quota percentuale del reddito soggetto a contribuzione ovvero una percentuale della stessa considerata accantonata ai fini della determinazione dell’ammontare della pensione (ALIQUOTA DI COMPUTO). Per gli autonomi della Gestione Commercianti l’aliquota di computo è pari al 20% del reddito. Sul montante ottenuto verrà applicato, in base all’età del richiedente la pensione, un certo tasso (COEFFICIENTE DI TRASFORMAZIONE),   ottenendo il valore della pensione media annuale. In altre parole alla data del pensionamento sul montante contributivo si applica un coefficiente di conversione che cresce con l’aumento dell’età. I coefficienti di trasformazione in vigore dal 1° gennaio 2013 sono i seguenti:

Ad es. per un soggetto che richiede la pensione a 67 anni il coefficiente da applicare al montante contributivo è 5,826%.

La pensione è calcolata con il sistema di calcolo contributivo per i lavoratori privi di anzianità al 31/12/1995.

A favore dei lavoratori che alla data del 31/12/1995 avevano un’anzianità contributiva, avevano cioè versato contributi pensionistici, per evitare penalizzazioni, veniva previsto che il calcolo della pensione fosse effettuato in parte con il sistema retributivo ed in parte con il sistema contributivo (SISTEMA MISTO). Anche a questi lavoratori a partire dall’1/1/2012 sarebbe stato applicato il calcolo contributivo.

Attualmente , per coloro che al 31/12/1995 avevano un’anzianità contributiva inferiore a 18 anni  la pensione viene calcolata in parte con il sistema retributivo per l’anzianità maturata fino al 31/12/1995 ed in parte con il sistema contributivo per l’anzianità maturata dall’1/1/1996. Pertanto si avranno tre quote di cui le prime due con il sistema retributivo.

  • una prima quota ( quota A) sull’anzianità contributiva maturata al 31/12/1992 sulla base della media dei redditi degli ultimi 10 anni ( 520 settimane immediatamente precedenti la data di pensionamento);
  • una seconda quota ( quota B) per l’anzianità maturata dall’1/1/1993 alla data di decorrenza della pensione, basata sulla media dei redditi degli ultimi 15 anni, ovvero 780 settimane.
  • una terza quota con l’applicazione del sistema contributivo dall’1/1/1996.

Per i lavoratori con un’anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni al 31/12/1995  la pensione viene calcolata in parte secondo il sistema retributivo, per l’anzianità contributiva maturata fino al 31 dicembre 2011, con i criteri di cui sopra, e in parte con il sistema contributivo, per l’anzianità contributiva maturata dal 1° gennaio 2012.

Fatta questa necessaria, sia pur sintetica, premessa dovremmo passare ad una semplificazione pratica dei calcoli da eseguire su un caso concreto, ma sono quasi certo che , tranne qualche lettore più determinato gli altri hanno già abbandonato la lettura per   passare ad argomenti più ameni di questo giornale. Riteniamo, pertanto, di rinviare l’argomento ad una seconda parte dell’articolo da trattare in un prossimo numero.

 

Gli agenti e la riforma del lavoro Job Act

8 Aprile 2015 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Gli agenti e la riforma del lavoro Job Act”

Il 2014 è contrassegnato, per quanto riguarda le norme sul lavoro, da due importanti gruppi di modifiche legislative, il ben noto “ decreto Poletti” e l’ancor più complesso e discusso “ Job Act” della fine dell’anno cui il primo intervento già si rapportava.

Tralasciando le novità che riguardano le problematiche relative al cosiddetto “contratto a tutele crescenti” che limita l’ipotesi di reintegra del lavoratore in caso di licenziamento, e tutte le diatribe, ancora oggi esistenti, sull’abolizione del famoso, direi famigerato “art. 18”, ci limitiamo in questa sede a trattare delle nuove disposizioni intervenute sulle assunzioni del personale.

1. LAVORO DIPENDENTE A TEMPO DETERMINATO

Un primo provvedimento emanato a marzo e convertito con la legge n. 78 del 19/5/ 2014 ha modificato la previgente normativa riguardante la cosiddetta “flessibilità in entrata” nel mondo del lavoro. Vediamo quanto può interessare gli agenti di commercio per i loro dipendenti e collaboratori. Quando parliamo di collaboratori e dipendenti in agenzia, non facciamo certamente riferimento ai subagenti (il rapporto di subagenzia è un vero e proprio rapporto di agenzia non esistendo nel nostro ordinamento uno specifico contratto “nominato” di tale tipo e tra l’altro il subagente civilisticamente è un imprenditore e fiscalmente produce redditi d’impresa). Ci riferiamo esclusivamente ai lavoratori subordinati che svolgono mansioni amministrative o commerciali o ai collaboratori occasionali, ai prestatori di collaborazioni coordinate e continuative o ai collaboratori “a progetto” che sono pur sempre lavoratori ma “autonomi”. Queste ultime tipologie contrattuali sono state spesso e in maniera massiva utilizzate per occultare un vero e proprio contratto di lavoro subordinato e quindi hanno formato oggetto di particolare attenzione a livello governativo al fine di un loro rientro in un alveo di regolare e corretto utilizzo. Vediamo le novità della riforma.

Con l’impiego più diffuso del contratto di lavoro a termine ovvero con l’incentivazione della cosiddetta “flessibilità” nel lavoro si cerca appunto di scoraggiare e/o ostacolare prestazioni di lavoro dipendente camuffate, in passato, con rapporti di collaborazione di vario tipo ed anche false “partite IVA”.

La flessibilità lavorativa è un concetto teorico che riguarda la possibilità che un lavoratore muti più volte, nell’arco della propria vita, la propria attività occupazionale non restando legato durevolmente, in base ad un contratto a tempo indeterminato, a uno stesso datore di lavoro. Il contratto a termine è una tipologia contrattuale da tempo al centro dell’attenzione degli operatori. E’ evidente che il contratto a termine è meno vincolante per le aziende per la presenza dell’apposizione di un “termine ” finale che comporta la relativa durata limitata del rapporto.

L’aspetto più deterrente ai fini del relativo utilizzo di tale istituto in passato risiedeva nell’incertezza collegata al possibile contenzioso attivabile da parte del dipendente che alla fine del rapporto di lavoro invocava l’inesistenza di una particolare ragione che giustificasse il “termine”, per cui era richiesto l’accertamento giudiziale di un rapporto a tempo indeterminato anziché a tempo determinato, cosa questa ancor più complicata dal manifestarsi di una o più proroghe contrattuali. Con la previsione di contratto di lavoro a tempo determinato caratterizzato da poche e chiare regole e soprattutto “acausale”, inteso come senza causale (e non senza causa: la causa del contratto va pur sempre individuata nella prestazione del lavoratore e nella controprestazione del datore di lavoro consistente nel corrispettivo) si è inteso dare un pratico impulso a tale tipologia contrattuale. Il datore   di lavoro per utilizzare tale rapporto di lavoro non deve, quindi, specificare, come avveniva in passato, le particolari ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo che giustificassero l’apposizione di un termine. In base alle nuove disposizioni, comunque, questa caratteristica può essere utilizzata per contratti a tempo determinato fino a 36 mesi con la possibilità di arrivare fino a cinque proroghe, permanendo le medesime mansioni del lavoratore. Le proroghe devono sempre essere concordate fra le parti. Durante il periodo prorogato il lavoratore deve essere adibito, si ripete, alla stessa attività svolta in esecuzione del medesimo contratto a termine nel periodo ante proroga. Dopo la cessazione di un contratto a termine, le medesime parti possono stipulare altri contratti a termine (e la legge non prevede alcun numero massimo di contratti che possono essere stipulati in successione) purché siano sempre rispettati gli intervalli di tempo di 10 o di 20 giorni tra la fine di un contratto a termine, rispettivamente di durata fino a 6 mesi o superiore, e l’inizio di un nuovo contratto a termine.

Rispetto alla normativa previgente ora c’è da rispettare un limite massimo di utilizzo del contratto rappresentato dalla percentuale massima consentita di lavoratori con contratti a termine pari al 20% del personale in forza a tempo indeterminato esistente nell’azienda datoriale all’inizio dell’anno in cui avviene l’assunzione.

2. LAVORO A TEMPO INDETERMINATO

La novità più sostanziale, e certamente quella più interessante, del pacchetto di modifiche previste dal “Decreto Sviluppo” ma rientrante pur sempre nella complessa manovra governativa sul lavoro è quella relativa al beneficio contributivo triennale per i nuovi assunti nell’anno 2015 a tempo indeterminato, sempreché i lavoratori interessati non abbiano svolto nel semestre precedente l’assunzione alcuna mansione sempre a tempo indeterminato. Per l’azienda è prevista la regolarità contributiva attestata dal Durc.

Il bonus è riconosciuto anche a lavoratori già dipendenti nella stessa attività d’impresa, sotto forma di uno o più contratti a termine trasformati a tempo indeterminato.

L’agevolazione riguarda i soli contributi previdenziali e non anche quelli assistenziali (INAIL) o il TFR da erogare al Fondo di Tesoreria dell’INPS o i contributi dovuti ai Fondi di solidarietà degli Enti Bilaterali.

Il valore massimo oggetto di sgravio contributivo è rappresentato dall’importo annuale di euro 8.060, nella misura mensile quindi di euro 671,66.   In caso di contributi mensili inferiori al tetto, l’eccedenza sarà accantonata e utilizzata nei periodi successivi fino al raggiungimento del tetto imposto dalla legge.

In altre parole per un lavoratore del settore commercio, impiegato amministrativo IV livello con retribuzione imponibile contributiva annuale di circa euro 22.000, con aliquota contributiva a carico ditta di 26,93% (iscritti alla gestione commercianti) spetterebbe uno sgravio di contributi annuali di euro 5.925,00 (€ 5,925,00 rientra nel massimo di € 8,060) che per un triennio comporta un risparmio di euro 17.775,00 che certamente non è poca cosa.

Occorrerà per il beneficio la richiesta all’INPS di un apposito codice agevolativo da utilizzare per il periodo di validità 1/1/2015 – 31/12/2018. L’agevolazione è certamente da valutare adeguatamente.

Per eventuali informazioni su tale argomento come per altri chiarimenti e approfondimenti pratici in materia di lavoro contattare la segreteria USARCI-LANARC.

 

ENASARCO, i contributi per il 2015

12 Gennaio 2015 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “ENASARCO, i contributi per il 2015”

Per l’anno appena iniziato trovano applicazione ai fini degli adempimenti contributivi per gli Agenti e Rappresentanti di Commercio   le seguenti variazioni previste dal regolamento delle Attività Istituzionali dell’Ente del 22 dicembre 2010 e successivi aggiornamenti.

Contributo previdenziale obbligatorio (art. 4 del Regolamento)

Il contributo previdenziale obbligatorio che deve essere calcolato su tutte le somme dovute all’agente a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di agenzia (compresi acconti e premi) passa per il 2015 al 14,65 (di cui il 7,325 a carico dell’agente) secondo la progressione che deve condurre gradualmente l’aliquota al 17% nel 2020.

Il contributo segue il criterio “di competenza” nel senso che va liquidato sulle provvigioni maturate, anche se non ancora liquidate.

La contribuzione è dovuta da parte degli agenti che operino sia in forma individuale sia in forma di società di persone, Snc e Sas. Per queste ultime il contributo è suddiviso tra i soci illimitatamente responsabili in misura corrispondente alla quota di partecipazione societaria di ciascuno.

Esempio : Sas con 4 soci

Socio A   accomandatario   quota 40%

Socio B   accomandatario   quota 20%

Socio C   accomandante   quota 30%

Socio D   accomandante   quota 10%

Totale quote soci illimitatamente responsabili   (40%+20%= 60%)

Attribuzione contributi Socio A 66,67%           (40 su 60)

Attribuzione contributi Socio B 33,33%           (20 su 60)

Il preponente che si avvalga di agenti operanti in forma societaria o associata deve precisare per ciascuna struttura di agenzia gli estremi dell’atto costitutivo con l’indicazione per ciascuno dei soci illimitatamente responsabili la quota di partecipazione societaria. In difetto della comunicazione i contributi sono ripartiti tra i soci in maniera paritetica.

Eventuali modifiche della quota di partecipazione societaria hanno efficacia dal trimestre successivo a quello della relativa comunicazione alla Fondazione.

Le società di agenzia costituite sotto forma di società di capitali (Srl, Spa) sono assoggettate al pagamento di un’aliquota paritetica con il preponente, secondo la seguente progressione:

 

Importi provvigionali annui             Aliquota contributiva 2015

                                                        

Fino a 13.000.000,00                                         3,60%                                            

Da 13.000.000,01 a 20.000.000,00           1,80%                                                  

Da 20.000.000,01 a 26.000.000,00           0,90%                                                    

Oltre 26.000.000,00                                           49%

 

Nel quadrimestre successivo all’approvazione del Bilancio Consuntivo di ciascun anno la Fondazione mette a disposizione di ciascun agente un riepilogo della sua posizione previdenziale aggiornata con i contributi pervenuti entro il 31 dicembre dell’anno precedente. Entro la stessa data la Fondazione mette, altresì, a disposizione di ciascun preponente un riepilogo dei contributi versati (estratto conto), compresi quelli oggetto di regolarizzazioni e accreditamenti ritardati. L’eventuale contestazione di tali riepiloghi deve pervenire, a pena di decadenza, entro sei mesi, decorsi i quali i riepiloghi dei contributi accreditati s’intendono approvati. Eventuali segnalazioni di inesattezze o incongruenze possono essere effettuate attraverso il “Contact Center” dell’Istituto,   tramite mail o direttamente,   recandosi presso un Ufficio territoriale Enasarco. L’estratto conto può essere acquisito solo “online”. Il suo aggiornamento segue di circa 4 mesi l’approvazione del bilancio consuntivo che la Fondazione Enasarco approva entro il mese di giugno.

 

Massimali provvigionali (articolo 5)

Il contributo previdenziale obbligatorio è dovuto, per ciascun rapporto di agenzia, nel limite inderogabile del massimale provvigionale annuo che nel 2015 con un regime transitorio di elevazione graduale transitoria ha raggiunto i seguenti valori:

 

Tipologia del rapporto di agenzia         massimali provvigionali 2015

Monomandatario                                       37.500,00

Plurimandatario                                       25.000,00

Il massimale provvigionale annuo non é frazionabile.

Il preponente è tenuto a comunicare per ciascun agente l’ammontare di tutte le provvigioni liquidate, anche nel caso di superamento dei massimali provvigionali.

 

Minimale contributivo (articolo 5.2)

Il minimale contributivo annuo, per ciascun rapporto di agenzia rimane fissato anche per il 2015 ad Euro 800,00 per l’agente monomandatario e ad Euro 400,00 per l’agente plurimandatario. Il minimale contributivo è frazionabile per quote trimestrali ed è dovuto per tutti i trimestri di effettiva durata del rapporto di agenzia nell’anno considerato sempreché, in almeno uno di essi, sia maturata una provvigione. In caso di mancato raggiungimento del minimale contributivo annuo, la differenza tra il minimale e l’entità dei contributi effettivamente maturati (applicando le normali aliquote sull’importo delle provvigioni) è a totale carico del preponente.

 

Contributo facoltativo (articolo 7)

Al solo fine di incrementare il montante contributivo è data facoltà all’agente iscritto alla Fondazione antecedentemente al 1° gennaio 2004 che abbia almeno un rapporto di agenzia in essere di versare, a suo esclusivo carico, un contributo annuo facoltativo ulteriore rispetto a quello obbligatorio citato. Tale facoltà è riconosciuta agli iscritti al solo fine di incrementare la quota di pensione di vecchiaia ed in particolare di quella corrispondente all’anzianità contributiva maturata a partire da tale data calcolata oggi con il sistema contributivo. L’entità del contributo facoltativo è liberamente determinata dall’agente, in misura almeno pari alla metà del minimale contributivo previsto per l’agente plurimandatario e quindi nella misura minima di euro 200,00 (50% di euro 400).

 

Modalità di versamento: Il versamento dei contributi è effettuato nei modi e con le forme consuete, stabiliti dalla Fondazione. Esso è preceduto dall’invio di una distinta conforme a quella richiesta dalla Fondazione, compilata in ogni sua parte e trasmessa nei modi e con le forme dalla stessa stabiliti. I contributi devono pervenire alla Fondazione, salvo diversa scadenza, entro il 20° giorno del secondo mese successivo alla scadenza di ciascuno dei seguenti trimestri e quindi:

           Periodo                             Scadenza versamento

1 gennaio – 31 marzo                           20 maggio

1 aprile – 30 giugno                             20 agosto

1 luglio – 30 settembre                         20 novembre

1 ottobre – 31 dicembre                       20 febbraio

Il preponente è esclusivo responsabile del pagamento anche per la parte a carico dell’agente che viene trattenuta all’atto del pagamento delle somme a cui si riferiscono i contributi stessi.

 

Il TFR e la polizza assicurativa per i dipendenti

10 Ottobre 2014 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Il TFR e la polizza assicurativa per i dipendenti”

In un momento di difficoltà finanziarie come quello che stiamo vivendo, un evento come le dimissioni o il licenziamento di un collaboratore subordinato dell’agenzia (addetto alla segreteria, all’amministrazione o al lavoro commerciale) può essere causa di problematiche riguardanti la liquidità aziendale per effetto del relativo e talvolta consistente esborso monetario che comporta.
Com’è noto il “Trattamento di fine rapporto” o, brevemente, “TFR”, rappresenta una somma che spetta di diritto a qualsiasi lavoratore subordinato alla fine del suo rapporto di lavoro con l’azienda.
Dal 1° giugno 1982, con la legge n. 297, esso sostituisce la vecchia indennità di anzianità e costituisce un elemento della retribuzione “differito” poiché il relativo pagamento è legato a un momento successivo (la cessazione del rapporto di lavoro) rispetto alla prestazione dell’attività lavorativa, pur essendo disciplinata la possibilità della concessione di acconti nel corso della stessa ricorrendo ben determinati motivi e secondo particolari condizioni (acquisto casa, malattia, spese sanitarie ecc.)
Va subito evidenziato che prima della riforma della previdenza complementare del 2005, il trattamento di fine rapporto era accantonato presso il datore di lavoro e restava in azienda fino alla cessazione del rapporto. Dall’1/1/2007, con la nuova normativa, il TFR assumeva finalità di strumento di finanziamento previdenziale con la costituzione di un apposito Fondo di Tesoreria presso l’INPS per la gestione degli accantonamenti delle somme maturate a tale titolo. In ogni caso per le aziende con meno di 50 dipendenti (ed in tale casistica ricadono nella pratica la quasi totalità delle agenzie) la gestione del TFR è di competenza esclusiva del datore di lavoro.
Sinteticamente, il procedimento di calcolo del TFR è basato sul seguente meccanismo:
– per ciascun anno di servizio è calcolata una retribuzione utile ai fini del TFR tenendo presente le voci oggetto di trattamento economico, escludendo da tale base di calcolo alcune voci retributive occasionali (come straordinario a carattere saltuario o non continuativo) e altre previste dal contratto collettivo applicato;
– la retribuzione utile è divisa per il coefficiente 13,5;
– la somma ottenuta è accantonata e annualmente rivalutata al 31/12/ di ciascun anno secondo determinati coefficienti di aggiornamento ISTAT;
– l’importo dell’accantonamento risultante alla fine di ciascun anno va opportunamente contabilizzato e deve essere comunicato al lavoratore.
Il TFR non è assoggettato a contributi previdenziali ma è tassabile fiscalmente ai fini delle imposte dirette come previsto dal relativo Testo Unico.
Per il relativo calcolo va altresì tenuto conto che per le assunzioni antecedenti al 1° gennaio 1990 è previsto un particolare criterio di calcolo che tiene conto delle modalità di computo della vecchia indennità di licenziamento fino al 31/5/1982 e delle norme che disciplinano lo stesso fino al 31/12/1989.
Nel caso, come spesso avviene, di lavoratori dipendenti che hanno operato nell’agenzia da molti anni, l’ammontare dell’indennità di fine rapporto (pari, come si è visto, a circa una mensilità per ogni anno si servizio, oltre a rivalutazione) può risultare consistente e tale da comportare qualche problema finanziario per la relativa liquidazione. Il datore di lavoro può decidere, in via del tutto spontanea, non sussistendo alcun obbligo di legge, di stipulare una polizza assicurativa a tutela dell’erogazione dell’importo dovuto al lavoratore. L’intervento di una compagnia di assicurazione consente di coprire gli impegni dell’azienda nei confronti dei propri dipendenti per il pagamento del dovuto TFR e dei relativi anticipi senza, nel contempo, rinunciare a una forma di risparmio.
Si tratta, quindi, di un’operazione finanziaria che consiste nel pagamento alla compagnia di assicurazione di un premio che matura interessi; i montanti cumulati nel tempo permettono la copertura finanziaria del fondo trattamento di fine rapporto maturato. Le diverse compagnie prevedono specifici “Piani di accantonamento” i quali prevedono, in ogni caso, che gli accantonamenti possono essere corrisposti dal datore di lavoro in qualsiasi momento, senza alcun costo aggiuntivo e senza vincoli d’importo; per questo motivo l’azienda ha la possibilità di pianificare il piano di risparmio senza esserne vincolata.
I piani per l’accantonamento possono essenzialmente essere ricondotti a due tipologie. La prima e più frequente (c.d. TFR azienda), utilizzata per la gestione del risparmio aziendale, prevede che il beneficiario di tutte le posizioni sia l’azienda medesima. Dopo un certo periodo dal primo versamento relativo alla polizza sottoscritta, è possibile riscattare il contratto totalmente o parzialmente anche per fini diversi dal pagamento del TFR. A fronte dei premi versati normalmente matura una rendita finanziaria che sarà riscossa, al verificarsi dell’evento che prevede il rimborso assicurativo, unitamente al capitale versato.
La seconda tipologia prevede quale diretto beneficiario della polizza il dipendente (c.d. TFR dipendente). Alla cessazione del rapporto di lavoro (o in caso di erogazione di un anticipo) la Compagnia provvede all’erogazione del capitale maturato dal singolo prestatore (o una porzione in caso di anticipo) sulla relativa posizione. Tale forma è utilizzata dalle aziende anche a titolo d’incentivo a favore del dipendente, il quale ha innanzitutto la certezza che il suo TFR sia sottratto al rischio impresa. Alla cessazione del rapporto l’esistenza di un capitale maggiore rispetto al TFR dovuto rappresenterebbe, poi, per il lavoratore un benefit aggiuntivo.
Ogni azienda sceglierà la soluzione assicurativa più adatta alle sue esigenze.
La polizza assicura un rendimento legato alla gestione degli accantonamenti. In alcuni casi è previsto un rendimento percentuale minimo garantito legato alla cessazione del rapporto di lavoro o alla scadenza della polizza.
Il capitale liquidato in caso di cessazione del rapporto di lavoro non può risultare inferiore al totale degli accantonamenti effettuati per quello specifico dipendente fino alla data il giorno dopo l’ingresso in assicurazione.

Il redditometro è operativo

8 Aprile 2014 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Il redditometro è operativo”

In occasione del Convegno tenuto a Napoli presso la locale CCIA su una serie d’interessanti problematiche in materia di agenzia, si è avuto modo di affrontare anche il problema della fiscalità. Nell’occasione l’attenzione è stata principalmente concentrata su un tema di attualità e soprattutto di grande impatto sull’intera comunità nazionale, il cosiddetto “redditometro” visto in particolare come uno strumento di lotta all’evasione. Sono stati quindi trattati i vari aspetti del problema e, poiché è finita la fase organizzativa dello stesso, si è passati alla fase operativa.

La lotta all’evasione in Italia

Il fenomeno dell’evasione fiscale ha rappresentato e rappresenta, come è noto, una piaga sociale di particolare gravità nei paesi in cui esso si manifesta con un alto tasso di incidenza.  oltre a creare danni  ai contribuenti onesti aggirando il principio di equità sociale di fronte al fisco, rappresenta un nodo centrale all’interno dell’analisi economica e della conseguente politica economica di ciascuno Stato.  Infatti il mancato recupero di entrate  da parte dello Stato, da impiegare nella spesa pubblica oppure nel finanziamento della crescita economica, crea da una parte un potenziale contributo all’eventuale deficit pubblico e quindi alla creazione di debito pubblico, dall’altra mancati interventi di stimolo statale per la crescita economica stessa. Alla lunga, oltre a possibili disservizi pubblici, la maggiore imposizione fiscale può determinare una diminuzione dei redditi dei consumatori, con calo dei consumi e quindi ulteriore flessione della crescita economica. Il recupero di evasione sarebbe dunque potenzialmente in grado di affrontare e risolvere due distinti problemi, quello del debito pubblico e quello della crescita economica, in maniera tanto maggiore, rapida ed efficace quanto più esso si avvicina al totale dei fondi evasi.

Lo stato, se impossibilitato, come spesso accade, a recuperare completamente i fondi da evasione, è costretto di conseguenza a ridurre la spesa pubblica con conseguente possibile diminuzione della qualità dei servizi  offerti e/o all’aumento della tassazione e del prelievo fiscale sui contribuenti (es. aumento delle accise) con effetto di aumento della pressione fiscale. o del cuneo fiscale. Un breve passaggio va fatto sulla pressione fiscale.

L’incidenza della tassazione nel nostro Paese ha raggiunto livelli insostenibili. L’Italia è sul podio più alto rispetto agli altri Paesi Europei. Con il 54 % della pressione fiscale effettiva, quella riferita al PIL emerso, il nostro Paese conquista nel 2013 il record della tassazione fra le economie sviluppate. E poco consola che nel 2012 questa fosse al 55%. A dare agli italiani il primato tra i pagatori di tasse è l’Ufficio Studi Confcommercio, che stima la pressione fiscale apparente di quest’anno al 44,6% del PIL (44,3% nel 2012). Sul podio, dunque, e con l’intenzione di restarci.

Se nel resto del mondo sembra prevalere la tendenza al ridurre la pressione fiscale, il nostro Paese è in controtendenza con un incremento di quella apparente di 2,7 punti di PIL nel 2013 rispetto al 2000. Nello stesso periodo in Svezia il calo è stato di 7,6 punti, di 3,3 punti negli Usa e di 2 punti in Germania. La pressione fiscale record è confermata dal confronto con gli altri paesi occidentali. Le tasse in Italia sono, quindi, più alte che nel mitico Nord Europa, pur con servizi e strutture decisamente inferiori.

Detto questo, non è in alcun modo giustificabile il ragionamento: “le tasse sono alte, i soldi vanno sprecati per cui è giusto non pagarle”.

Nulla di più sbagliato, le tasse vanno pagate. Chi non le paga e utilizza strutture e servizi pubblici è un parassita e  prima o poi si dovrà vergognare. Si rende, pertanto, necessaria una lotta all’evasione intelligente e generalizzata con strumenti operativi nuovi consentiti dalle moderne tecnologie offerte dal mondo del web.

 

Redditometro

Già dal 1991 uno studio effettuato dall’Ufficio centrale per lo sviluppo e la coscienza civica del contribuente rilevava: “Affinché i cittadini siano chiamati a concorrere alla spesa pubblica con maggiore equità occorre creare una mentalità diffusa in tutti gli ambienti affinché non ci si compiaccia della furbizia dell’evasore, ma la condanni decisamente come un comportamento egoista e disonesto nei confronti della collettività”.

Tutti i cittadini e i contribuenti onesti hanno il dovere di collaborare con le istituzioni preposte affinché la lotta all’evasione su presupposti di equità e giustizia tributaria possa avere successo. La cooperazione delle altre istituzioni e della collettività nel contrasto all’evasione fiscale è uno strumento significativo nella lotta agli illeciti tributari e a tutela dei contribuenti onesti. Ciò rende più efficace l’azione di contrasto all’evasione, anche grazie ai nuovi “attori” che ogni giorno affiancano la Guardia di Finanza e le altre istituzioni da sempre impegnate in prima linea: comuni, ordini professionali, associazioni di categoria e non solo.

E in questa sede va sottolineato che tra le associazioni di categoria come la nostra (La Federazione Nazionale USARCI e la locale LANARC) devono fornire il pieno contributo alla riuscita di qualsiasi intervento diretto in tal senso. Si difendono gli interessi della categoria non solo intervenendo con spirito di collaborazione per migliorare, nel rispetto di quell’equità fiscale la normativa che talvolta non tiene conto delle esigenze specifiche del settore operativo (come avvenuto con gli studi di settore, la deducibilità di particolari costi, l’assoggettabilità all’IRAP per gli agenti) ma operando a tutela di tutti i cittadini onesti che vogliono pagare le giuste imposte non sottraendosi ai loro doveri costituzionali. La Costituzione non detta solo regole per i diritti del singolo ma anche e soprattutto i doveri di ciascun componente la collettività.

Il Fisco italiano sta tentando, da tempo, di compiere un cammino verso una maggiore giustizia tributaria da attuarsi attraverso controlli sempre più raffinati di lotta basati sul controllo del tenore di vita dei contribuenti per determinare “sinteticamente” il reddito tassabile di questo.

Il presupposto del redditometro sinteticamente è il seguente: chi spende dovrebbe avere guadagnato più o meno in proporzione. Questa metodologia prende il nome di “redditometro” i cui prodromi sono già previsti dalla disciplina dell’accertamento di cui alla L. 600 del 1973 che consentiva all’Amministrazione Finanziaria di accertare a carico del contribuente un reddito maggiore di quello dichiarato in presenza di determinati elementi certi.  Per anni, a partire dal 1991, salvo pochi interventi di “maquillage” alcuna sostanziale modifica è stata operata sui parametri prescelti su quali applicare determinati moltiplicatori per l’ottenimento del reddito presunto, tant’è che, alla lunga, gli stessi hanno finito per risultare superati e scarsamente rappresentativi della realtà reddituale. Lo strumento andava completamente rivisitato per cui nell’estate 2010 è stato innovato l’accertamento sintetico del reddito del contribuente basato sulle spese di qualunque tipo dallo stesso sostenute nel periodo d’imposta.

Dopo le false partenze che hanno contraddistinto il travagliato debutto di questo innovativo  strumento di accertamento l’Agenzia delle Entrate è arrivata al completamento della procedura. Le lettere che l’agenzia delle entrate spedirà ai contribuenti da controllare sono circa ventimila e stanno per giungere a destinazione. A partire da aprile arriveranno quindi gli inviti per chiedere spiegazioni nei confronti dei cittadini a cui è stata riscontrata un’incongruenza tra quanto dichiarato e il loro tenore di vita.

L’accertamento in questione, che solo ora sembra decollare con utilizzo di strumenti sofisticati è attuato, per la prima volta, con il duplice intento di scoprire fasce di evasione e di contribuire all’innalzamento spontaneo dei redditi dichiarati attraverso un’azione educativa basata su un’autovalutazione della congruità del proprio reddito rispetto alle spese sostenute. Il nuovo Redditometro è lo strumento in base al quale, con le opportune verifiche fiscali, tutte le spese del contribuente sono trasformate in reddito.

L’autodiagnostica della propria situazione reddituale, fondamentale per la citata azione educativa, è da attuarsi mediante un apposito software, il cosiddetto “Redditest”.

La novità fondamentale di tipo metodologico è rappresentata dal fatto che il nuovo redditometro è riferito non più al singolo contribuente ma all’intera “base familiare”.

Il concetto di famiglia è però sganciato da quello giuridico e fiscale per assumere una connotazione “reale” (la “coppia” non solo è quella relativa alle unioni matrimoniali ma anche quella basata sulle unioni di fatto).  Le situazioni familiari di riferimento sono inquadrate in 11 possibili tipologie (es. “coppia con meno di 35 anni, senza figli e/o altri familiari” oppure “persona sola con meno di 35 anni” e così via. Attraverso le informazioni riguardanti le spese del contribuente assunte dall’Amministrazione, attraverso propri database e dati comunque desumibili dalle dichiarazioni dei redditi presentate, è verificata la corrispondenza del reddito  reale (o, più correttamente, presunto tale dall’Agenzia delle Entrate) con quello dichiarato. Si tende quindi a correlare il tenore di vita del contribuente e più in particolare il reddito desumibile da indicatori di capacità contributiva dello stesso con il reddito dichiarato. Vengono in sostanza evidenziate le spese sostenute dai contribuenti su ”base familiare”, a conoscenza del fisco, e quelle presunte da quest’ultimo in base a particolari medie Istat. Su queste spese sono applicati i coefficienti costruiti con il software predisposto dall’Agenzia delle Entrate che tiene conto della composizione familiare e dell’area geografica di appartenenza (il territorio nazionale è stato suddiviso in cinque aree).

Il redditometro 2014, quindi, non si basa più, per la determinazione del reddito presunto, su elementi di natura patrimoniale (possesso d’immobili, veicoli, imbarcazioni, etc.) ma sulle spese sostenute nel periodo d’imposta dai componenti della famiglia.

In caso di scostamento maggiore del 20% tra l’ammontare delle spese rilevate e quello del reddito dichiarato il contribuente sarà chiamato a fornire le giustificazioni.

Specifiche analisi all’uopo predisposte dall’Agenzia delle Entrate hanno consentito di individuare una serie di spese connesse a diversi aspetti della vita quotidiana, inquadrabili in ben determinate categorie per ciascuna delle quali viene di seguito fornita, a titolo di esempio, alcune tipologie.

CATEGORIE DI SPESA

· Abitazione (per mutui, arredi, ristrutturazioni, consumi ecc.)

· Mezzi di trasporto (spese per auto, moto, caravan, imbarcazioni ecc.);

· Assicurazioni (RC, incendio, vita ecc.);

· Contributi previdenziali (obbligatori, volontari, complementari);

· Istruzione (scuola, soggiorni, master ecc.);

· Attività sportive e ricreative (appartenenza a circoli, viaggi, abbonamenti ecc.);

· Cura della persona (centri benessere, alberghi ecc.);

· Altre spese significative (spese veterinarie, gioielli, assegni periodici al coniuge ecc.);

· Investimenti immobiliari e mobiliari netti (fabbricati, quote societarie, auto, imbarcazioni, titoli, depositi bancari ecc.);

Le spese appartenenti a queste categorie raccolte in base alle informazioni intercettate vengono dal Fisco evidenziate mediante l’utilizzo del complesso software all’uopo predisposto distinte in:

  • spese certe;
  • spese per elementi certi;
  • spese per beni e servizi di uso corrente;

spese sostenute nell’anno (quota) acquisto beni durevoli;

A. le spese “certe” ovvero quelle effettivamente attribuibili al contribuente e oggettivamente riscontrabili dall’Amministrazione Finanziaria (Mutui, locazione, leasing immobiliare, combustibile ed energia, intermediazione immobiliare, collaboratori domestici, medicinali e visite mediche, Assicurazioni, contributi previdenziali obbligatori assegni periodici corrisposti al coniuge, attività sportive, culturali e ricreative, circoli ecc.);

B. le spese “per elementi certi”, vale a dire le voci di ammontare determinato che l’agenzia delle Entrate ricava prevalentemente dall’utilizzazione di dati presenti nell’Anagrafe Tributaria (esempio potenza auto, lunghezza barche derivanti da valori medi risultanti da indici ISTAT o da analisi provenienti da altre fonti come operatori economici del settore di riferimento);

C. spese per i beni e servizi di uso corrente (spese medie su dati a campione riguardanti indagini ISTAT sui consumi delle famiglie italiane);

D. quota di spese sostenuta, nell’anno in esame, per l’acquisto di beni e servizi durevoli;

E. quota di risparmio riscontrata formatasi nell’anno.

I valori ISTAT hanno la funzione peculiare di integrare gli elementi presenti in Anagrafe Tributaria. Nella prima fase di applicazione del redditometro queste spese non saranno prese in considerazione.

In base a tali dati è ricostruita sinteticamente la “spesa complessiva annua” attribuibile al contribuente con la conseguente ricostruzione sintetica del reddito presunto tenuto conto della composizione familiare e dell’area territoriale di appartenenza, considerata altresì la quota di risparmio formatasi nell’anno.

In seguito all’attività istruttoria la spesa dell’intero nucleo familiare è attribuita pro-quota al contribuente secondo il rapporto tra il reddito complessivo dichiarato o percepito dal contribuente e l’analogo reddito dell’intero nucleo familiare. In caso di redditi non dichiarati il rapporto è effettuato tra le spese sostenute dal contribuente e quelle dell’intero nucleo familiare risultanti dalle informazioni contenute in Anagrafe Tributaria.

L’Agenzia delle Entrate utilizzerà i dati ottenuti per selezionare i contribuenti da sottoporre,  poi,  a controllo considerata l’entità dello scostamento tra il reddito risultante a calcolo e quello dichiarato.  Le liste selettive riguarderanno i contribuenti per i quali il reddito accertabile in base al redditometro sia superiore di almeno il 20% di quello dichiarato dal contribuente.

 

Il contraddittorio

L’Ufficio invita il contribuente selezionato a fornire elementi e notizie ai fini dell’accertamento e in particolare gli opportuni chiarimenti in ordine alle spese individuate e al proprio reddito. Il contribuente potrà cosi contestare:

· la presenza di errori nella imputazione delle spese certe;

· l’inesattezza dell’imputazione di informazioni  in possesso dell’amministrazione;

· la presenza di eventuali redditi “diversi” da  quelli posseduti nel periodo d’imposta, redditi esenti (come titoli ereditati, vincite alle lotterie , redditi soggetti a ritenuta a titolo d’imposta o comunque di redditi non rientranti nella base imponibile);

· interventi di terzi in relazione alle spese contestate;

· fatti e situazioni non note all’Ufficio quali ad esempio l’inagibilità di un immobile, il sequestro o la perdita di possesso di un veicolo ecc.

Se il contribuente fornisce validi elementi giustificativi alle spese evidenziate dall’Ufficio la fase di controllo si chiude con la redazione di un verbale “negativo” altrimenti si passa alla fase vera e propria di accertamento.

Qualora l’ufficio dovesse ritenere sussistenti elementi per fondare un atto impositivo invierà un nuovo “invito a comparire” per l’avvio dell’istituto deflattivo dell’”accertamento con adesione” al fine di ridurre il contenzioso.

Si tratta, sostanzialmente, di un “accordo” tra contribuente e ufficio che può essere raggiunto sia prima dell’emissione di un avviso di accertamento, sempre che il contribuente non presenti ricorso davanti al giudice tributario.

Il contribuente è invitato a un nuovo contraddittorio e sarà così informato sul maggior reddito sinteticamente attribuibile e sulle maggiori imposte dovute. Lo stesso potrà presentare ulteriori elementi difensivi per una riduzione della pretesa dell’Ufficio.  L’Agenzia delle Entrate presenterà una proposta al contribuente, che accetterà o no.

Se il contribuente accetta (acquiescenza) verserà le somme dovute con riduzione delle sanzioni; se non si presenta al contraddittorio o non accetta la proposta, l’Ufficio notificherà l’avviso di accertamento.

Si apre così la procedura dell’accertamento con adesione. Si tratta, sostanzialmente, di un “accordo” tra contribuente e ufficio che potrà essere seguito da acquiescenza alla pretesa dell’Ufficio con versamento delle somme dovute, con sanzione ridotta, o da un vero e proprio accertamento. Avverso tale atto impositivo potrà essere proposto reclamo (art. 17bis D.lgs. 546/92) se le imposte non sono superiori a € 20.000 o ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale con regolare costituzione in giudizio, formulando tutte le eccezioni formali e sostanziali legate a tale particolare strumento accertativo.

Il “redditest”

Si è detto che scopo del redditometro è anche quello di sviluppare un’azione educativa basata su un’autovalutazione della congruità del proprio reddito rispetto alle spese sostenute. “Il Redditest” è, quindi, un’autodiagnostica della propria situazione reddituale da attuarsi mediante il suddetto software, uno strumento di simulazione che ha costituito un grosso sforzo operativo dell’Agenzia delle Entrate che sottopone ad analisi le abitudini di spesa dei contribuenti al fine di identificare quelle relazioni sintetiche esistenti tra queste e il valore del corrispondente. Sul sito www.agenziadelleentrate.it è possibile scaricare il  programma elaborativo “Redditest”, inserendo anonimamente i dati relativi ai  propri consumi familiari,  permette  di conoscere l’ammontare del reddito stimato  dall’Amministrazione Finanziaria con la metodologia del  “Redditometro”.

E per finire un auspicio: che l’amministrazione finanziaria nell’ambito di un rapporto trasparente con il cittadino possa utilizzare questo strumento, soprattutto nella fase di prima applicazione, con estrema coerenza rispetto alla ratio istitutiva, non trascurando il concetto che esso deve servire per colpire l’evasione definita “spudorata”, quella ritenuta maggiormente deplorevole. Questo strumento, definibile come un “accertamento di massa”, non deve essere applicato in maniera rigida e spinta, tenendo sempre ben presente che comunque lo stesso è basato su premesse di carattere induttivo e su presunzioni non assolute, ma relative che ammettono prova contraria.

 

 

Il nuovo accertamento sintetico: redditometro e redditest

30 Dicembre 2013 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Il nuovo accertamento sintetico: redditometro e redditest”

Immagine1Mario Marsico

La premessa

Sono ormai  diversi decenni  che il fisco italiano sta tentando di compiere un cammino  verso una maggiore giustizia tributaria da attuarsi attraverso  controlli sempre più raffinati. Tra questi i controlli   sul tenore di vita dei  contribuenti per determinare “sinteticamente” il reddito tassabile. La particolare  metodologia prende il nome di “redditometro” i cui prodromi sono già previsti dalla disciplina dell’accertamento di cui alla  L. n. 600 del 1973 che consentiva all’Amministrazione Finanziaria  di accertare a carico del contribuente un reddito maggiore di quello dichiarato,  in presenza di  determinati  elementi certi. Solo nel 1992 un apposito decreto indicava le categorie di beni  (imbarcazioni,  mezzi di trasporto, residenze ecc.) e servizi ( assicurazioni, collaborazioni domestiche e così via)  che costituivano elementi e indici di valutazione per la determinazione del reddito teorico delle persone fisiche  da contrapporsi a quello dichiarato con evidenziazione  dei relativi scostamenti. Per anni, salvo pochi interventi di “maquillage”,  alcuna sostanziale modifica è stata operata in ordine ai  parametri prescelti su quali applicare determinati moltiplicatori per l’ottenimento del reddito presunto , tant’è che, alla lunga, gli  stessi    hanno  finito per risultare  superati e scarsamente significativi ai fini  della realtà reddituale. Lo strumento parametrico  andava completamente rivisitato, tenuto conto dei mutamenti intervenuti,  nell’ultimo decennio, da un punto di vista socio-economico nella capacità di spesa,  per cui nell’estate 2010  è stato innovato l’istituto dell’accertamento sintetico del reddito delle persone fisiche   basando l’esame ed il controllo  sulle spese di qualunque tipo  sostenute dal contribuente  nel periodo d’imposta.

Lo strumento

Il nuovo Redditometro  è lo strumento in base al quale,  con le opportune verifiche fiscali,   tutte le spese  del contribuente  vengono trasformate in reddito. Siamo quindi nel campo dell’accertamento induttivo attuato soprattutto con l’intento  di scoprire fasce di evasione ma diretto anche a contribuire all’innalzamento spontaneo dei redditi dichiarati attraverso un’azione educativa basata, come vedremo,  su  una autovalutazione della congruità del proprio reddito rispetto alle spese sostenute. La novità fondamentale di tipo metodologico  è rappresentata dal fatto che il nuovo redditometro è  riferito non più al singolo contribuente ma all’intera  “base familiare”. Il concetto di famiglia è però sganciato da quello giuridico  e fiscale  per assumere una connotazione “reale” (la “coppia” non solo è quella relativa alle unioni matrimoniali ma anche quella basata sulle unioni di fatto).  Le situazioni  familiari di riferimento sono     inquadrate in 11 possibili tipologie   (es. “coppia con meno di 35 anni, senza figli e/o altri familiari” oppure “persona sola con meno di 35 anni” e così via ). Attraverso  le informazioni riguardanti le spese del contribuente assunte dall’Amministrazione  attraverso propri database o comunque desumibili  dalle dichiarazione dei redditi presentate viene verificata la corrispondenza del reddito  reale ( o, più correttamente, presunto tale dall’Agenzia delle Entrate) con quello dichiarato. Si tende quindi a correlare il  tenore di vita del contribuente e più in particolare il reddito desumibile   da  indicatori di capacità contributiva  dello stesso con il reddito dichiarato. Vengono   in sostanza evidenziate  le spese sostenute dai contribuenti su”base familiare”,  a conoscenza del fisco,  e quelle presunte da quest’ultimo  in base a particolari  medie Istat. Su queste spese vengono applicati i coefficienti costruiti con il software predisposto dall’Agenzia delle Entrate  che tiene conto della composizione familiare e dell’area geografica di appartenenza (il territorio nazionale è stato suddiviso in 5 aree).

Specifiche analisi  all’uopo predisposte dall’Agenzia delle Entrate hanno consentito di individuare una serie  di spese connesse a diversi aspetti della vita quotidiana, inquadrabili in  ben determinate categorie quali:

  • Abitazione  (Mutui, Arredi, ristrutturazioni, consumi ecc.)
  • Mezzi di trasporto (spese per auto, moto, caravan, imbarcazioni ecc.)
  • Assicurazioni (RC, incendio, vita ecc.)
  • Contributi previdenziali (obbligatori, volontari, complementari)
  • Istruzione (scuola, soggiorni, master  ecc.)
  • Attività sportive e ricreative (appartenenza a circoli, viaggi, abbonamenti  ecc.)
  • Cura della persona (centri benessere. Alberghi ecc.)
  • Altre spese significative (spese veterinarie, gioielli, assegni periodici al coniuge ecc.)

Investimenti immobiliari e mobiliari netti (fabbricati, quote societarie, auto, imbarcazioni, titoli, depositi bancari, eccetera).

Sulla base delle informazioni intercettate dal Fisco con varie modalità,    in relazioni a tali categorie di spesa vengono evidenziate mediante l’utilizzo del  complesso software all’uopo predisposto,  le seguenti  categorie di spese:

a)  le spese “certe” ovvero quelle effettivamente attribuibili al contribuente ed  oggettivamente riscontrabili dall’Amministrazione Finanziaria

b)   le spese “per elementi certi” , vale a dire le voci di ammontare determinato che l’agenzia delle Entrate ricava prevalentemente dall’utilizzazione di dati presenti nell’Anagrafe Tributaria, da  valori medi risultanti da indici ISTAT o da analisi provenienti da  altre fonti.

c) spese per i beni e servizi di uso corrente (spese medie su dati  a campione riguardanti indagini ISTAT sui consumi delle famiglie italiane)

d) quota di spese sostenuta,  nell’anno in esame,   per l’acquisto di beni e servizi durevoli.

I valori ISTAT hanno la funzione peculiare di integrare in taluni  casi  gli elementi presenti in Anagrafe Tributaria.

In base a tali dati viene ricostruita sinteticamente la “spesa complessiva annua” attribuibile al contribuente e conseguentemente viene operata  la ricostruzione sintetica del reddito presunto tenuto conto della composizione familiare e dell’area territoriale di appartenenza, considerata altresì la quota di risparmio formatasi nell’anno.

A seguito dell’attività istruttoria  la spesa dell’intero nucleo familiare viene attribuita  pro-quota al contribuente secondo il rapporto  tra il reddito complessivo dichiarato  o percepito dal contribuente e l’analogo reddito dell’intero nucleo familiare  mentre in caso di redditi non dichiarati il rapporto viene effettuato tra le spese sostenute dal contribuente e quelle dell’intero nucleo familiare  risultanti dalle informazioni contenute in Anagrafe Tributaria.

I controlli

L’Agenzia delle Entrate utilizzerà i dati ottenuti per selezionare i contribuenti da sottoporre,  poi,  a controllo considerata l’entità dello scostamento tra il reddito risultante a calcolo e quello dichiarato.  Le liste selettive riguarderanno  i contribuenti per i quali il reddito accertabile in base al redditometro sia superiore  di almeno il 20%  di  quello dichiarato dal contribuente.

I contribuenti il cui reddito dichiarato si discosta per uno scarto inferiore a tale limite non avranno alcuna preoccupazione di subire un accertamento basato su tale strumento.

Il contraddittorio

L’Ufficio, nel rispetto delle norme previste dall’art. 32 del DPR 600/72 che regolano i poteri istruttori  invita il contribuente selezionato a fornire elementi e notizie  ai fini dell’accertamento ed in particolare gli opportuni chiarimenti in ordine alle spese individuate ed al proprio reddito (presenza di eventuali redditi “diversi” da  quelli posseduti nel periodo d’imposta, redditi esenti, redditi soggetti a ritenuta a titolo d’imposta o comunque di redditi non rientranti nella base imponibile).

Se il contribuente fornisce validi elementi giustificativi in ordine alle “spese certe”, alle spese per “elementi certi”, alle spese per investimenti ed alla quota di risparmio dell’anno,  la fase di controllo si chiude con la redazione di un verbale “negativo” altrimenti si passa alla fase vera e propria di accertamento.

L’accertamento e la difesa del contribuente

L’Ufficio può procedere all’accertamento sintetico basato sul nuovo strumento  a partire dal periodo d’imposta 2009. Fino al 2008  (per tale anno, tra l’altro, l’azione accertatrice si prescrive il 31/12/2013) trova applicazione il  metodo basato sull’impiego congiunto del vecchio redditometro e del sintetico puro basato sugli elementi di capacità contributiva.

Qualora l’ufficio dovesse ritenere sussistenti elementi per fondare un atto impositivo invierà un nuovo “invito a comparire” per l’avvio dell’istituto deflattivo dell’ ”accertamento con adesione”.  Il contribuente viene, così,  informato sul maggior reddito sinteticamente attribuibile e sulle maggiori imposte dovute. Potrà seguire  l’eventuale adesione  al pagamento integrale delle maggiori imposte e sanzioni o l’avvio di  un contenzioso da accertamento con adesione, con la presentazione di ulteriori elementi difensivi  se sussisteranno gli estremi per una riduzione della pretesa, l’Agenzia delle Entrate presenterà una proposta al contribuente, che accetterà o meno.

Se il contribuente non accetta l’Ufficio gli notificherà l’avviso di accertamento. Entro 60 giorni da tale notifica potrà essere presentato  ricorso alla  Commissione Tributaria Provinciale in seno alla quale potranno essere fatti valere tutti gli strumenti di difesa  ed essere formulate tutte le eccezioni formali e sostanziali legate a tale particolare strumento accertativo. A tale riguardo va rilevato che  il cammino del redditometro è comunque ancora incerto.  E’ nota l’ordinanza  del Tribunale di Napoli – Sezione distaccata di Pozzuoli del 21/2/2013  che ha considerato  illegittimo il “Redditometro” ,  imponendo all’Agenzia delle Entrate, con riguardo al caso sottoposto a giudizio, di non intraprendere iniziative basate su tale strumento.   Il Redditometro permetterebbe, infatti,  di conoscere ogni aspetto della vita quotidiana del contribuente,  violando non solo la riservatezza  ma la stessa libertà individuale del cittadino  e quindi il diritto dello stesso all’autodeterminazione. Ma la sentenza produce effetti solo per il singolo caso e chi vorrà eccepire l’illegittimità del redditometro per violazione della privacy lo dovrà fare in sede di ricorso al Giudice del lavoro, unico competente per tale materia.

L’Agenzia delle Entrate sostiene la legittimità della metodologia  affermando che il Decreto Ministeriale che disciplina il redditometro  prevede l’utilizzo di dati e informazioni che sono già nella sfera di conoscenza del Fisco.

Anche alcune Commissioni Tributarie di merito ed in particolare la CTP di Reggio Emilia con sentenza del 18 Aprile 2013 hanno ritenuto illegittima la procedura in questione.

Vi è poi da rilevare che viene contestato che  lo strumento realizzato ed utilizzato  per evidenziare dubbi relativi alla correttezza delle dichiarazioni dei redditi fornite dai contribuenti ed alla congruità dei redditi dichiarati,  da solo non è sufficiente a giustificare un accertamento dell’Amministrazione Finanziaria. Per contestare redditi non dichiarati servono anche altre prove a supporto delle valutazioni operate dal Fisco. Come evidenziato dalla sentenza 209/63/2013 della Ctr Lombardia il Redditometro si pone sullo stesso piano degli Studi di Settore, fornendo dei risultati  basati su  presunzioni semplici. Le risultanze dell’ accertamento standardizzato che ne deriva,  come nel caso dei  parametri e degli Studi di Settore deve essere corredato da ulteriori elementi e dati  a sostegno delle presunzioni  dell’Ufficio.

Il redditest

Uno specifico software consente ai contribuenti di valutare la coerenza tra il reddito familiare e le spese sostenute nell’anno. Sul sito www.agenziaentrate.it  è possibile scaricare il  programma elaborativo “Redditest” che  consente, inserendo anonimamente i dati relativi ai  propri consumi familiari,   di conoscere l’ammontare del reddito stimato  dall’Amministrazione Finanziaria con la metodologia del  “Redditometro”.

Il redditest è, quindi,   una autodiagnostica della propria situazione reddituale da attuarsi mediante  il suddetto  software , uno strumento di simulazione che ha costituito un grosso sforzo operativo dell’Agenzia delle Entrate che ha sottoposto ad analisi le abitudini di spesa di oltre venti milioni  di contribuenti al fine di identificare quelle relazioni sintetiche esistenti tra queste e il valore del corrispondente reddito.

Va evidenziato, infine,  che redditometro (procedura di accertamento sintetico) e Redditest (software di autodiagnostica) non vanno confusi né con lo “Spesometro” né con il   “ Riccometro”.

Lo “spesometro” ha  lo scopo di controllare tutti i pagamenti dei contribuenti che superano una certa soglia. Gli intermediari finanziari, in base ad apposite disposizioni normative,  hanno infatti  l’obbligo di divulgare a favore dell’Amministrazione finanziaria tutti i dati delle operazioni Iva effettuate di importo uguale o superiore ai 3600,00 euro,  al fine di incrementare il numero di informazioni utili alla  quantificazione della capacità di spesa dei contribuenti.

Il “riccometro”  serve,  invece,   a misurare le condizioni economiche delle famiglie italiane per  individuare chi realmente ha bisogno di fruire di determinate prestazioni sociali, esenzioni e agevolazioni di vario tipo.  Il Riccometro risponde, pertanto,  all’esigenza  di smascherare  i “finti poveri” che fruiscono senza diritto di prestazioni sociali agevolate, così  riducendo  le possibilità di accedere a tali  prestazioni da parte di  coloro che non hanno un  reale bisogno assistenziale.