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Fattura elettronica, il decalogo per una corretta compilazione

3 dicembre 2018 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Fattura elettronica, il decalogo per una corretta compilazione”

Il tema è stato affrontato giovedì nella sede della USARCI-LANARC, l’associazione napoletana agenti e rappresentati di commercio, nel corso di un seminario tenuto dal consulente fiscale dell’Associazione, Antonio Tardio.

Si avvicina l’entrata in vigore della fattura elettronica, che dal primo gennaio sarà obbligatoria per tutti i titolari di partita iva con regime ordinario, mentre rimangono esonerati i titolari di partita iva con regime forfettario.

La nuova fattura elettronica non deve scoraggiare gli utenti, in quanto essa sarà del tutto simile alle fatture tradizionali. L’unica informazione aggiuntiva che deve contenere è il codice destinatario o, in alternativa, l’indirizzo PEC dove si vuole inviare la fattura. Queste informazioni devono essere comunicate all’emittente della fattura dal beneficiario della prestazione/servizio.

Per generare la fattura elettronica è necessario utilizzare il sistema informatico messo a disposizione gratuitamente dalla Agenzia delle Entrate, oppure un sistema informatico a pagamento fornito da società private. Ce ne sono molti sul mercato, per tutte le tasche e per tutte le esigenze. Questo perché le nuove fatture, per essere inviate al destinatario, dovranno essere in formato XML.

Per avere una panoramica completa sul nuovo sistema di fatturazione elettronica, è possibile consultare il documento PDF redatto dal consulente fiscale Antonio Tardio. Per assistere alla compilazione di una fattura elettronica, basta guardare il seguente video esemplificativo, pubblicato dalla stessa Agenzia dell’Entrate.

Acquisto carburante, arriva la fattura elettronica

12 giugno 2018 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 2 thoughts on “Acquisto carburante, arriva la fattura elettronica”

A decorrere dal 1.07.2018 (salvo proroghe) la L. 27.12.2017, n. 205 ha stabilito l’abolizione della scheda carburante.

Gli acquisti di carburante per gli agenti di commercio, in generale per l’autotrazione di soggetti passivi Iva presso gli impianti stradali di distribuzione, dovranno essere documentati con la fattura elettronica.

Non sono, invece, soggette all’obbligo di certificazione le cessioni di beni iscritti nei pubblici registri, di carburanti e lubrificanti per autotrazione nei confronti di clienti che acquistano al di fuori dell’esercizio di impresa, arte e professione.

L’Agenzia delle Entrate ha fornito i primi chiarimenti sulle misure con circolare n. 8/E/2018 e provvedimento 30.04.2018.

In sintesi

Dal 01.07.2018 (salvo proroghe) gli acquisti di carburanti per uso autotrazione deve necessariamente essere documentato con emissione di fattura elettronica. Contestualmente viene abolita la scheda carburante.

Pagamenti

Sono ritentute idonee ai fini della detrazione iva e della deducibilita’ ai fini delle imposte dirette i seguenti strumenti di pagamento:

  • assegni bancari – postali – vaglia cambiari
  • strumenti elettronici dal 01.07.2018 i pagamenti in contanti non consentono la detrazione e la deducibilita’

Alternativa

In alternativa e’ possibile anche il pagamento in un momento diverso rispetto alla cessione. Ovvero con i contratti di netting (le carte rilasciate dalla societa’ petrolifera) o con utilizzo di buoni carburanti (la fattura elettronica si rilascia al momento dell’ acquisto del buono)

Fattura elettronica

I distributori di carburante saranno obbligati all’emissione della fattura elettronica, secondo il formato xml nel rispetto delle disposizioni art 1 d. Lgs 127/2015. L’emissione dovrà avvenire in forma elettronica ossia tramite il sistema di interscambio. Sono esonerati i soli soggetti che si avvalgono del regime dei minimi o regime forfettario l’agenzia delle entrate ha segnalato la messa a disposizone entro il 01.07.2018 do una serie di servizi per agevolare e rendere poco onerosa la fase di predisposizione, trasmissione e conservazione delle fatture elettroniche. Per ulteriori chiarimenti si rimanda alla circolare 8/e/2018 del 30.04.2018.

Le ispezioni amministrative nell’agenzia commerciale

12 luglio 2017 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Le ispezioni amministrative nell’agenzia commerciale”

L’agenzia che occupa dipendenti (segretarie, impiegati amministrativi o commerciali) è soggetta al controllo degli organi di vigilanza sul lavoro.

Secondo l’art. 13 della legge 689/1981 e successive integrazioni e modificazioni gli organi addetti al controllo sull’osservanza delle disposizioni previste dalla legge in materia di lavoro subordinato possono, per l’accertamento delle violazioni di rispettiva competenza, assumere informazioni e procedere a ispezioni di cose e di luoghi, diversi dalla privata dimora.
A partire da quest’anno l’organo che coordina le attività di vigilanza in materia di lavoro (svolta precedentemente dagli Ispettori delle ex DTL – Direzioni Territoriali del Lavoro, dall’INPS e dall’INAIL) è L’INL, cioè l’Ispettorato Nazionale del Lavoro.
Tale Ispettorato è delegato a controllare:

1)      L’esistenza di eventuale lavoro nero;

2)      La presenza in azienda di soggetti non assicurati contro gli infortuni sul lavoro;

3)      L’esatta qualificazione del rapporto di lavoro;

4)      L’eventuale corresponsione di compensi non assoggettati a contribuzione;

5)      La regolarità di trasferte, di rimborsi e di ogni altra somma non compresa nelle retribuzioni imponibili dichiarate all’INPS.

Oltre a tali aspetti, in fase di controllo gli Ispettori controllano anche la presenza di violazioni in materia di regolare tenuta del Libro unico (che come è noto ha sostituito gli ex libri paga e matricola), in materia assicurativa ed in genere su tutte le violazioni che danno luogo all’applicazione di sanzioni amministrative originate da appositi verbali di constatazione.
Per quanto riguarda il punto 1) l’avvalersi di un collaboratore dipendente senza che siano posti in essere tutti gli adempimenti formali e sostanziali per una regolare assunzione può comportare rischi notevoli. In caso di inosservanza della normativa è sancito (legge 183/2010) per ciascun lavoratore che non sia stato regolarmente inquadrato e, quindi, irregolare, è prevista, dopo l’introduzione del D.lgs. 151/2015, una sanzione compresa tra i 1.500 e i 9.000 euro, in caso di impiego dello stesso per un periodo fino a 30 giorni di effettivo lavoro; la sanzione è elevata da 3.000 a 18.000 euro per un impiego del lavoratore “in nero” fino a sessanta giorni di effettivo lavoro e, ancora, da 6.000 ad euro 36.000 in caso di impiego oltre i 60 giorni di lavoro. Tenuto conto delle agevolazioni previdenziali previste dalle attuali disposizioni e dalla mancata deducibilità fiscale del costo del personale non inquadrato questo allontanamento dalla legalità, a parte ogni aspetto etico, comporta un grosso rischio che, in caso di accertamento della violazione, può pericolosamente impattare sull’agenzia da un punto di vista economico.
In relazione alle altre tipologie di controllo va attentamente valutata la posizione di soggetti, soci e familiari del titolare, che prestano la loro opera nell’agenzia. Basti pensare al caso di ditta individuale di familiari del titolare non inquadrati come dipendenti (laddove sussistano le condizioni) o come coadiutori dello stesso con versamento dei contributi alla Gestione INPS Commercianti.
L’accertamento dello svolgimento “in nero” da parte del familiare di un vero e proprio lavoro subordinato può condurre all’applicazione della maxi-sanzione sopra prevista mentre l’irregolare posizione di soggetto coadiutore può condurre alla richiesta dei contributi dovuti e non versati per questa figura alla Gestione Commercianti i quali, per rapporto nell’ambito della prescrizione quinquennale , tenuto conto della quota contributiva annuale, ammontano ad un importo minimo di circa 15.000 euro.
A conti fatti un inquadramento alla rispettiva gestione di questi lavoratori per una durata di lavoro compatibile con il loro apporto collaborativo di fatto all’azienda e con la deducibilità del relativo costo (nei casi previsti dal reddito d’impresa) può addirittura comportare un vantaggio economico oltre al beneficio previdenziale futuro nel caso di collaboratori di giovane età.
Nei casi di agenzie sotto forma di società di persone vanno valutate le posizioni dei singoli soci. Ad esempio in una Sas il socio accomandante che presta la propria opera nell’azienda (tranne alcuni casi di stretti rapporti familiari con l’amministratore), può essere regolarmente inquadrato riducendo i pericoli di invasivi accertamenti. Cosi come la posizione di un soggetto che presta la propria opera nell’agenzia tenuta sotto forma di società di capitali va attentamente valutata per le implicazioni che possono riguardare la Gestione Lavoratori Dipendenti, quella Commercianti o nel caso di Amministratore, la Gestione Separata.
Un altro caso che bisogna attentamente valutare è quello delle “collaborazioni occasionali” trattate con l’assoggettamento alla sola ritenuta d’acconto, delle false partite IVA o delle associazioni in partecipazione tanto osteggiate dal Job Act.
In altre parole occorre fare sempre, razionalmente e attentamente, un’analisi precisa che metta a confronto da un lato i costi di un regolare impiego dei collaboratori e dall’altro dei consistenti rischi che si corrono nella ricerca di una soluzione contra-legem.
La Lanarc-Usarci nel rispetto della normativa e delle esigenze operative delle singole agenzie mette a disposizione la professionalità dei propri consulenti per la migliore soluzione del singolo problema.
Nei prossimi articoli continueremo a trattare tale argomento nonché quello legato ai controlli Ispettivi operati dai funzionari dell’Enasarco nell’ambito dei rapporti instaurati nell’agenzia con i relativi sub agenti.

 

contributi inps 2017 per artigiani, commercianti e agenti di commercio

Contributi INPS 2017 per Agenti e Rappresentanti

13 febbraio 2017 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Contributi INPS 2017 per Agenti e Rappresentanti”

Le aliquote contributive per le pensioni di artigiani e commercianti, per l’anno 2017, sono pari alla misura del 23,64 %

Questo valore è stato raggiunto in quanto dal 1 gennaio 2012, le aliquote contributive pensionistiche di finanziamento e di computo delle gestioni pensionistiche dei lavoratori artigiani e commercianti, iscritti alle gestioni autonome dell’INPS, sono incrementate di 1,3 punti percentuali e successivamente di 0,45 punti percentuali ogni anno fino a raggiungere il livello del 24 %.

Ciò è previsto dall’art. 24, comma 22 del Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011, nel testo introdotto dalla legge di conversione 22 dicembre 2011 n. 214, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 300 del 27 dicembre 2011.

 

Ne risulta che:

 

Scaglioni Pertanto le aliquote per il corrente anno risultano come segue:
Agenti in attività di età compresa tra 21 e 65 anni 23,64%
coadiuvanti / coadiutori di età non superiore ai 21 anni

La riduzione contributiva al 20,64% (commercianti) è applicabile fino a tutto il mese in cui il collaboratore interessato compie i 21 anni.

20,64%

 

 

In conseguenza di quanto sopra, il contributo calcolato sul reddito “minimale” risulta così suddiviso:
Agenti di qualunque età e coadiuvanti /coadiutori di età superiore ai 21 anni 3.668,99 (3.661,55

IVS + 7,44 maternità)

coadiuvanti / coadiutori di età non superiore ai 21 anni 3.202,55 (3.195,11

IVS + 7,44 maternità)

 

 

Per i periodi inferiori all’anno solare, il contributo sul “minimale” rapportato a mese risulta pari a:
Agenti di qualunque età e coadiuvanti / coadiutori di età superiore ai 21 anni 306,92 (306,30 IVS

+0,62 maternità)

coadiuvanti / coadiutori di età non superiore ai 21 anni 268,05 (267,43 IVS

+ 0,62 maternità)

 

 

Contribuzione IVS sul reddito eccedente il minimale

 

Il contributo per l’anno 2017 è dovuto sulla totalità dei redditi d’impresa prodotti nel 2017 per la quota eccedente il predetto minimale di €15.548,00 annui.

in base alle citate aliquote e fino al limite della prima fascia di retribuzione annua pensionabile pari, per il corrente anno, all’importo di € 46.123,00.

Per i redditi superiori a € 46.123,00 annui resta confermato l’aumento dell’aliquota di un punto percentuale

 

Le aliquote contributive, pertanto, risultano determinate come segue: Scaglioni
Agenti di qualunque età e coadiuvanti / coadiutori di età superiore ai 21 anni fino a 46.123,00 23,64%
oltre la somma di € 46.123,00 aumento di un punto da 46.123,00 24,64 %
coadiuvanti / coadiutori di età non superiore ai 21 anni fino a 46.123,00 20,64%
oltre la somma di € 46.123,00 aumento di un punto da 46.123,00 21,64%

 

 

Il contributo in argomento – denominato contributo a conguaglio – sommato al contributo sul minimale di reddito di cui al precedente punto 1) deve essere considerato come acconto delle somme dovute sulla totalità dei redditi d’impresa prodotti nel 2017 (si veda in proposito il seguente punto 4)
Agenti con anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 18.480,03
Artigiani Commercianti titolari di qualunque età e (46.123,00*23,64 %
coadiuvanti / coadiutori di età superiore ai 21 anni +30.749,00*24,64%)
coadiuvanti / coadiutori di età non superiore ai 21 anni 16.173,87
(46.123,00*20,64%
+30.749,00 *21,64%)

 

 

Lavoratori privi di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995, iscritti con decorrenza gennaio 1996 o successiva.
titolari di qualunque età e coadiuvanti / coadiutori di 24.258,60
età (46.123,00*23,64 %
superiore ai 21 anni +54.201,00*24,64%)
coadiuvanti / coadiutori di età non 21.248,88
superiore ai 21 anni (46.123,00*20,64%
+54.201,00*21,64%)

 

Contribuzione a saldo
il contributo IVS dovuto dagli AGENTI :

 

16/05/17 21/08/17 16/11/17 16/02/18

 

 

 

 

Termini e modalità di versamento
I contributi devono essere versati, come è noto, mediante i modelli di pagamento unificato F24, alle scadenze che seguono:

 

per il versamento delle quattro rate dei contributi dovuti sul minimale di reddito; entro i termini previsti per il pagamento delle imposte sui redditi delle persone fisiche in riferimento ai contributi  dovuti  sulla  quota  di  reddito  eccedente  il minimale, a titolo di saldo 2016, primo acconto 2017 e secondo acconto 2017.

Si ricorda che l’Istituto già dall’anno 2013 non invia più le comunicazioni contenenti i dati e gli importi utili per il pagamento della contribuzione dovuta.

 

L’importanza del controllo della liquidità aziendale: il budget di cassa

20 dicembre 2016 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “L’importanza del controllo della liquidità aziendale: il budget di cassa”

Una qualsiasi impresa, anche di modestissime dimensioni, deve controllare con molta attenzione sia gli elementi reddituali, ovvero il flusso dei ricavi e dei costi che portano al risultato dell’esercizio (utile/perdita), sia la trasformazione monetaria di tali costi e ricavi. Ordinariamente l’impresa deve fronteggiare tempestivamente le uscite monetarie con gli incassi e gli altri mezzi che costituiscono le liquidità a disposizione. Occorre, quindi, porre particolare attenzione ai “flussi di cassa” per evitare che uno squilibrio tra le entrate e le uscite monetarie possa compromettere il risultato economico: un’impresa, anche in utile, può essere scompensata da uno squilibrio monetario; diversamente un’attività che crea liquidità può sopravvivere (sia pure per un certo tempo) anche in presenza di risultati in perdita.

Nasce, pertanto, l’esigenza del controllo costante della gestione monetaria al fine di:

  • preventivare il fabbisogno di cassa;
  • individuare le fonti di finanziamento (interno o esterno);
  • definire, per tempo, le opportune strategie per l’eventuale indebitamento.

Anche per l’agenzia commerciale il controllo della liquidità rappresenta una necessità operativa e deve essere svolto, ancorché in forma minimale, con continuità.

Per l’agenzia commerciale   la mancanza di liquidità può essere provocata ad esempio da:

  • carenza di provvigioni derivante dalla riduzione dell’attività di promozione delle vendite;
  • allungamento dei termini di incasso dei compensi provvigionali da parte delle mandanti (una costante di questi ultimi tempi);
  • sottrazione di mezzi monetari per esigenze di sopravvivenza del titolare della ditta individuale o dei soci di una società;
  • indebitamento (banche, istituti di leasing) per l’acquisizione di beni strumentali (locale ufficio, auto, attrezzature, ecc.).

Anche in presenza di una buona gestione economica (ricavi superiori ai costi) il guadagno realizzato (reddito) non è ancora trasformato in flussi finanziari restando ancora nelle mani del debitore che, ordinariamente, non ha fretta di pagare. I ritardi cronici nei pagamenti da parte dei clienti (nel nostro caso le mandanti) comportano, oltre ai predetti squilibri nella gestione finanziaria, danni   derivanti da eventuali situazioni di dissesto di quest’ ultimi, cosa oggi molto frequente. Se alle difficoltà di incasso si aggiungono, poi, quelle connesse all’esistenza di scarse risorse finanziarie proprie, nonché le problematiche   crescenti riguardanti l’accesso al credito bancario, si ottiene il quadro di una difficile situazione finanziaria aziendale.

Diventa, quindi, di vitale importanza un monitoraggio costante, e per periodi sempre più ravvicinati, della liquidità aziendale affinché si possa intervenire tempestivamente e strategicamente sulla gestione, finanziaria, riportandola su una situazione di maggiore equilibrio o meno allarmante squilibrio.

Con tale monitoraggio la gestione dell’impresa sarà in grado di fronteggiare tempestivamente le uscite previste con gli incassi e gli altri mezzi liquidi a disposizione. Un ciclo finanziario virtuoso prevede che i debiti a breve-medio termine verso fornitori vengano pagati con gli incassi dei crediti verso le mandanti facendo in modo che le entrate finanziarie del periodo coprano le uscite finanziarie.  Quest’aspetto acquista ancora maggiore importanza se si considera che la maggior parte delle piccole aziende e, quindi, la maggior parte delle agenzie commerciali, sono sottocapitalizzate. Per esse, poi, è prioritaria l’attenzione per   l’aspetto commerciale sul presupposto che è sufficiente un buon mercato per non avere problemi. Occorre, invece, un salto di qualità che preveda tra l’altro un buon controllo direzionale esteso anche al monitoraggio della liquidità per il quale si rende necessaria la redazione oltre al budget economico (relativo a ricavi e costi) un budget “di cassa” o “di tesoreria”.

Il budget di cassa è uno strumento di previsione finanziaria di breve periodo che viene sviluppato all’interno di un’azienda e consiste in un documento di previsione finanziaria che permette di analizzare l’effettivo generarsi di flussi monetari e le consistenze delle risorse di tesoreria a disposizione dell’azienda nel periodo considerato (normalmente un esercizio) e, pertanto, è un’articolazione del più esteso budget finanziario.

Le risorse “liquide” o “monetarie”, uno dei modi d’impiego delle risorse finanziarie a disposizione dell’azienda sono rappresentate dalle disponibilità di cassa (contanti e assegni) e da quelle dei conti correnti bancari o postali. La consistenza di tesoreria è un dato pressoché certo che può   essere utilizzato costantemente per far fronte ai debiti a breve.

La costruzione del budget di cassa si fonda sul budget economico (previsione costi e ricavi), sul budget degli investimenti e su altre informazioni   come i tempi medi di incasso o pagamento, calcolati con riferimento agli accordi contrattuali e, ancor più, in base all’esperienza.  La sua logica è quella di individuare preventivamente il momento in cui il pagamento o l’incasso si verificheranno: il budget di tesoreria si scompone, di fatto, in un budget delle entrate e in un budget delle uscite monetarie.

Per la costruzione di tale documento, partendo dal saldo dei mezzi monetari all’inizio del periodo considerato si vanno ad individuare   le entrate e le uscite monetarie previste, al fine di ottenere il saldo alla fine del periodo considerato.

Tra le “entrate” andranno preventivati gli incassi dalle mandanti o degli altri utilizzatori di servizi, sulla base delle condizioni di pagamento, quanto meno concordate, anche se, come detto, il   rispetto di tali condizioni non sempre viene assicurato. È pur vero che ogni previsione è sinonimo di “incertezza”, ma va pur sempre effettuata. Si terrà evidentemente conto di aspettative che non appartengono alla categoria ottimistica né a quella pessimistica (o addirittura catastrofica) ma   sono fondate   su un ragionevole e sano principio di concretezza e realistica attendibilità.

Le “uscite” accoglieranno i pagamenti relativi ai costi di gestione previsti (canoni di locazione e leasing, utenze, spese per il personale, collaboratori e subagenti, consulenze e servizi vari, gestione autovettura, viaggi e trasferte, cancelleria, postali, spese bancarie ed altre spese dell’agenzia).  Occorrerà, poi, preventivare le uscite per l’acquisto di   beni strumentali necessari per lo svolgimento dell’attività (autovettura, attrezzature ufficio, software ecc.).

La differenza tra entrate ed uscite di ciascun mese tenuto conto del saldo iniziale del periodo darà luogo ad un avanzo finanziario ovvero ad una eccedenza di liquidità o ad un disavanzo finanziario, ovvero un deficit o fabbisogno di liquidità.

Mese per mese occorre, poi, sostituire i dati previsionali con i dati consuntivi e, a fronte di variazioni rispetto alle previsioni iniziali, aggiornare i dati dei restanti mesi.

Particolare attenzione dovrà essere dedicata all’ammontare del saldo finale soprattutto, ovviamente, in caso di situazione finanziaria deficitaria, sia di tipo continuo, sia di tipo   altalenante, al fine di verificare gli opportuni interventi strategici da effettuare, anche in termini di scelta di finanziamento esterno, valutando le opportunità alternative offerte dalle diverse operazioni, con le relative condizioni, (tassi di interesse, garanzie etc.).

Va ricordato che normalmente, ai fini dell’equilibrio finanziario, ai crediti a breve (che si trasformano in liquidità entro 12 mesi) occorre correlare debiti a breve (debiti verso fornitori, fido bancario etc.)  mentre investimenti a lungo termine (con monetizzazione oltre i 12 mesi) come quelli relativi all’acquisizione di immobilizzazioni in beni strumentali devono essere finanziati con fonti a lungo termine rappresentate dall’autofinanziamento o dal finanziamento esterno (bancario e non). Il prospetto che segue intende dare un’idea, alquanto semplice e schematica, della rappresentazione del flusso finanziario sulla base dei 12 mesi di un determinato anno.

*Segue tabella fac-simile

  ANNO MESI
G F M A M G L A S O N D
LIQUIDITA’ INIZIALE

CASSA

C/C BANCARI E POSTALI

TOTALE

                                       

 

 

INCASSI DA:

CLIENTI (FATTURE DA INCASSARE)

CESSIONE CESPITI

ACCENSIONE MUTUI

APPORTI SOCI O TITOLARE

ALTRI (ES. VENDITA BENI STRUMENTALI)

 TOTALE INCASSI (FONTI DI LIQUIDITÀ)

USCITE                      

PAGAMENTI            

FORNITORI ORDINARI   

FORNITORI BENI STRUMENTALI

ESTINZIONE MUTUI       

PRELEVAMENTI SOCI O TITOLARE

COSTI DI ESERCIZIO       

PERSONALE            

………..             

SPESE GENERALI  

……………         

ONERI FINANZIARI         

INTERESSI E SPESE BANCARIE

VERSAMENTI:

IVA                  

IMPOSTE      

RITENUTE ACCONTO     

TOTALE PAGAMENTI (IMPIEGHI LIQUIDITÀ)

LIQUIDITÀ FINALE PREVISTA (A+B-C)  

Indennità per la cessazione del rapporto d'agenzia

19 luglio 2016 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 2 thoughts on “Indennità per la cessazione del rapporto d'agenzia”

In occasione di un recente incontro con gli associati LANARC si è avuto modo di verificare che esistono, ancora oggi, alcuni dubbi e incertezze sull’argomento per cui riteniamo affrontare nuovamente la tematica per fornire i chiarimenti del caso.

Per un corretto approccio al problema occorre fare riferimento sia alla normativa civilistica, sia alla contrattazione collettiva di settore.

 

  1. La normativa civilistica

Sostituendo il precedente articolo 1751 del codice civile il D.lgs. n. 303 del 10/9/1991 ha introdotto una nuova disciplina dell’indennità di cessazione del rapporto di agenzia, in linea prima con quanto previsto dalla Direttiva della Comunità Europea (art. 17 direttiva CEE 653/86) e successivamente dal disposto del D. Lgs. n. 65 del 15/2/1999.

L’attuale formulazione di tale articolo subordina il diritto all’indennità (la cosiddetta “indennità europea”) al verificarsi di una serie di condizioni, stabilendo testualmente che:

“All’atto della cessazione del rapporto, il preponente è tenuto a corrispondere all’agente un’ indennità se ne ricorrono le seguenti condizioni: l’agente abbia procurato nuovi clienti al preponente o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti e il preponente riceva ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti; ………….L’indennità non è dovuta: quando il preponente risolve il contratto per un’inadempienza imputabile all’agente, la quale, per sua gravità, non consenta la prosecuzione anche provvisoria del rapporto; quando l’agente recede dal contratto a meno che il recesso sia giustificato da circostanze attribuibili al preponente o da circostanze attribuibili all’agente, quali età, infermità o malattia, per le quali non può essergli ragionevolmente chiesta la prosecuzione dell’attività; quando, ai sensi di un accordo con il preponente, l’agente cede ad un terzo i diritti e gli obblighi che ha in virtù del contratto di agenzia”.

In relazione al “quantum” lo stesso articolo prevede che:

“L’importo dell’indennità non può superare una cifra equivalente a un’indennità annua calcolata sulla base della media annuale delle retribuzioni riscosse dall’agente negli ultimi cinque anni e, se il contratto risale a meno di cinque anni, sulla media del periodo in questione”.

“Il pagamento di tale indennità sia equa tenuta conto di tutte le circostanze del caso, in particolare delle provvigioni che l’agente perde e che sono gli affari di tali clienti”.

Aggiunge poi: “Le disposizioni di cui al presente articolo sono inderogabili a svantaggio dell’agente”.

Orbene, per quanto riguarda le condizioni essenziali, l’indennità è dovuta (sull’esempio del sistema tedesco) tutte le volte che l’agente riesca a dimostrare, nel concreto, per quanto riguarda lo stato degli affari, l’esistenza, congiuntamente o alternativamente, delle seguenti condizioni:

  • di avere procurato nuovi clienti alla mandante;
  • di avere sviluppato gli affari con i clienti preesistenti.

E ancora, in entrambi i casi, deve verificarsi che il preponente riceva ancora sostanziali vantaggi dagli affari con tali clienti che l’agente lascia all’atto della risoluzione del rapporto.

L’indennità non spetta quando:

  • il contratto si sia risolto per inadempienza dell’agente che per la sua gravità non abbia consentito la prosecuzione anche provvisoria del rapporto;
  • il recesso sia avvenuto ad opera dell’agente (tranne i casi giustificati da malattia, infermità che non rendono possibile una ragionevole prosecuzione dell’attività) in base ad uno specifico accordo venga realizzata la cessione del contratto di agenzia.

Una volta sorto il diritto a favore dell’agente la valutazione dell’ammontare spettante viene effettuato non in base ad un criterio predefinito che porti ad un valore univoco ma   fissando unicamente un “tetto”, una “soglia”, un limite massimo che tale valore può raggiungere. Tale limite è costituito da un’annualità di provvigioni calcolata quale media delle provvigioni maturate (anche se la norma in maniera imprecisa parla di “retribuzioni riscosse”) dall’agente negli ultimi cinque anni o quale media del minore periodo del rapporto, se il contratto ha avuto esecuzione per meno di cinque anni. L’indennità in questione viene, quindi, valutata con un criterio di “equità”, con riferimento alle circostanze relative allo svolgimento del mandato nonché alle provvigioni che risultano dagli affari con i clienti procurati e che l’agente perde.

In ordine all’applicazione delle norme citate la puntualizzazione che la normativa civilistica in oggetto non è derogabile quando ciò si possa tradurre in uno svantaggio per l’agente comporta la disapplicazione delle citate disposizioni quando la loro applicazione possa risultare sfavorevole all’agente. Il che vuol dire, in altre parole, che la disposizione civilistica è da ritenersi prevalente sulla contrattazione collettiva o sulla contrattazione individuale ovvero la regolamentazione pattizia tra mandante ed agente quando essa sia più favorevole a quest’ultimo.

 

  1. La contrattazione collettiva

Come è noto gli Accordi Economici Collettivi sono stipulati fra le associazioni di categoria ed hanno natura privatistica. Ciò vuol dire che essi vincolano unicamente le parti che, attraverso l’adesione diretta alle relative associazioni stipulanti, indirettamente vi aderiscono.  Tali pattuizioni esplicano ugualmente la loro efficacia qualora le parti le abbiano richiamate nei contratti individuali.

In base a quanto previsto rispettivamente dagli Accordi attualmente in vigore:

  • AEC 30/07/2014 del settore Industria e cooperazione;
  • AEC 16/02/2009 per il Commercio.

L’indennità di fine rapporto si compone di due distinti emolumenti:

  • Indennità Risoluzione Rapporto (FIRR);
  • Indennità di clientela.

A queste si va ad aggiungere un’ulteriore particolare indennità che vuole, in presenza di taluni requisiti, remunerare l’agente in funzione di parametri che intendono   valutare il lavoro svolto dall’agente, e quindi i risultati raggiunti, nel corso   dell’attività svolta: Indennità aggiuntiva o meritocratica

È opportuno analizzare partitamente le singole indennità.

 

  1. L’ indennità di risoluzione del rapporto – firr

Alla cessazione del rapporto, secondo quanto previsto dalla contrattazione collettiva, spetta all’agente una indennità calcolata in una certa misura percentuale sulla base delle provvigioni maturate con riferimento all’anno solare. Tale indennità, accantonata presso l’ENASARCO, spetta a tutti gli agenti, qualunque sia la forma giuridica dell’agenzia (ditta individuale, società di persone, società di capitali) la durata  del contratto (a tempo indeterminato o determinato) o la causa di risoluzione dello stesso,  ad  eccezione delle ipotesi in cui il recesso avvenga da parte della mandante  in conseguenza di violazioni contrattuali relative a ritenzione indebita di somme di spettanza della preponente, concorrenza  sleale, violazione del vincolo di operare in esclusiva per una sola ditta.

La liquidazione del FIRR all’agente è “automatica” nel senso che una volta che la mandante abbia comunicato l’avvenuta cessazione del rapporto, ENASARCO dovrà provvedere al pagamento di quanto dovuto all’agente medesimo. Alla risoluzione del rapporto il FIRR maturato nell’ultimo periodo a favore di quest’ultimo ma non ancora versato all’ENASARCO viene erogato direttamente all’interessato.  Così ad esempio viene liquidato all’agente l’importo del FIRR relativo all’anno solare precedente se la cessazione del rapporto avviene prima del 31 marzo o l’indennità maturata in corso d’anno se la cessazione avviene prima della fine dell’anno medesimo.

 

  1. Indennità suppletiva di clientela

Quando  il contratto si scioglie ad iniziativa della casa mandante per fatto non imputabile all’Agente o Rappresentante, sarà corrisposta dalla ditta preponente all’Agente o Rappresentante medesimo, in aggiunta all’indennità di risoluzione del rapporto , una indennità suppletiva di clientela, da calcolarsi sull’ammontare globale delle provvigioni per le quali è sorto il diritto al pagamento in favore dell’agente per tutta la durata del rapporto (dalla data di stipulazione del contratto alla data di risoluzione dello stesso) anche se le stesse somme non sono state interamente corrisposte al momento della cessazione del rapporto.

Pur avendo natura risarcitoria (e questo elemento ne caratterizza la tassazione) l’indennità suppletiva di clientela, al pari dell’indennità risoluzione rapporto e a differenza dell’indennità “meritocratica”, è sganciata da qualsiasi valutazione relativa all’attività dell’agente connessa allo sviluppo e al mantenimento della clientela nel tempo rispetto alla data di conferimento del mandato.

Elemento essenziale per il sorgere del diritto dell’agente o rappresentante alla liquidazione dell’indennità è, invece, la causa dello scioglimento del rapporto di agenzia. Solo se questa non è da attribuirsi a fatto imputabile all’agente l’indennità è dovuta. Non spetta quindi all’agente che effettui con le proprie dimissioni il recesso volontario dal mandato (tranne il caso in cui tali dimissioni siano assistite da giusta causa, o siano provocate dal comportamento  del preponente o siano dovute a causa di forza maggiore) o quando la cessazione del rapporto sia dovuto a  recesso del preponente per colpa dell’agente che costituisca grave inadempimento e non consenta la prosecuzione del mandato, tenuto conto della natura fiduciaria del rapporto, in base a quanto previsto dall’art 1453 e ss. del c.c. (es. violazione del divieto di concorrenza, inattività prolungata ecc., violazione dell’obbligo di riservatezza,  incasso e trattenuta indebita di somme e/o titoli ecc.). Tra le cause di cessazione del rapporto che non precludono il diritto all’indennità la normativa contrattuale collettiva prevede anche il caso delle dimissioni dell’agente dovute a invalidità permanente o il conseguimento della pensione di vecchiaia Enas arco o Inps.

L’indennità viene calcolata sull’ammontare globale delle provvigioni maturate – per le quali, quindi, è sorto il diritto al pagamento a favore dell’agente – per l’intera durata del rapporto di agenzia, anche se le stesse somme non sono state ancora corrisposte al momento della cessazione del rapporto.  Nel computo rientrano anche le somme espressamente e specificatamente riconosciute all’agente o rappresentante a titolo di rimborso o di concorso spese o di premio.

 

  1. Indennità meritocratica

La contrattazione collettiva prevede oltre all’indennità di clientela una indennità aggiuntiva che tenga conto dell’attività svolta dall’agente a favore della mandante consistente nell’acquisizione e lo sviluppo di clientela, rispetto alla data di conferimento del mandato di agenzia.

Questa volta la natura risarcitoria trova una specifica “ratio”: il vantaggio tratto dalla preponente dagli affari conclusi con tali clienti.

L’indennità spetta soltanto quando l’agente o rappresentante abbia procurato nuovi clienti al preponente o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti ed il preponente medesimo riceva ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti. Si tratta, quindi, di valutare e risarcire il “merito” dell’agente in base a determinati criteri numerici.

Occorre, pertanto mettere a confronto il fatturato iniziale e quello finale prodotto dall’agente.

Il fatturato iniziale di riferimento va opportunamente rivalutato in base all’ indice ISTAT relativo al costo della vita per renderlo omogeneo con il dato finale.

Una volta determinati i due valori, iniziale e finale, occorre calcolare l’incremento percentuale ottenuto. A seconda, poi, della durata del rapporto di agenzia, si computeranno le percentuali di indennità rispetto al valore massimo calcolato in base all’art. 1751 c.c.

In un prossimo articolo si potrà esaminare il trattamento fiscale di tali indennità.

 

Il calcolo della pensione INPS di vecchiaia degli agenti di commercio

11 gennaio 2016 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 2 thoughts on “Il calcolo della pensione INPS di vecchiaia degli agenti di commercio”

Nel precedente numero di questo giornale sono stati trattati i criteri generali in base ai quali è erogata dall’INPS la pensione agli iscritti alla Gestione Commercianti della quale fanno parte gli intermediari del commercio.

Per i lettori che, armati di buna volontà e muniti di calcolatrice, desiderano avviarsi nell’impresa di effettuare autonomamente il calcolo della rendita pensionistica, possiamo procedere all’individuazione delle operazioni da eseguire per individuare la misura del trattamento in base ai versamenti eseguiti e alle risultanze del proprio estratto contributivo. I lettori meno curiosi e intraprendenti si accontenteranno di richiedere all’Istituto di Previdenza, via Web, con il proprio PIN, l’importo dell’assegno mensile spettante.

Occorre ovviamente, a titolo esemplificativo, fare riferimento a una certa tipologia di assicurato, con la relativa posizione previdenziale, non potendo ovviamente fare riferimento, in questa sede, alle varie casistiche (uomo, donna, anzianità contributiva pregressa ecc.)

Consideriamo, per il calcolo della pensione di vecchiaia, un iscritto alla Gestione Commercianti (Categoria VOCOM) che abbia le seguenti caratteristiche:

  • Uomo;
  • Domanda pensione: dicembre 2015;
  • Età anagrafica: 66 anni e 3 mesi;
  • Anzianità contributiva al 31/12/2005: 900 settimane, pari a 17 anni e 3 mesi. Per un’anzianità inferiore, a tale data, a 18 anni si applica il cosiddetto sistema MISTO (parte retributivo e parte contributivo);
  • Numero settimane utili e importo del montante accumulato come segue;

 

 

 

Settimane utili n (a)

Reddito rivalutato euro (b)

Contributo medio settimanale euro (b/a)

Anzianità maturata nel periodo settimanale N

Calcolo contributivo
  • calcolo anzianità contributiva al 31/12/1992

520

440.845,00

847,78

280

  • calcolo anzianità contributiva dall’1-1-1993

900

1.005.675,00

1.117,42

156 (1/1/93-31/12/1995)

Calcolo contributivo
  • dall’1/1/1996 al 31/12/2015

Montante

120.346,32

 

 

PROCEDURA

Calcolo sistema retributivo:

QUOTA A

Periodo contributivo fino al 31/12/1992;

  • Il reddito annuale va rivalutato secondo l’indice previsto;
  • reddito anno 2000 euro 38.262,00; coefficiente ISTAT (relativi alle variazioni della scala mobile industria) dello stesso anno 1,25,80 ; reddito rivalutato euro 48. 134,53 (38.262,00 x 1,2580 = 48,134,53 ) e così, di seguito, per ciascun anno.
  • Il reddito complessivo rivalutato così ottenuto è diviso per i 520 contributi settimanali utili degli ultimi 10 anni, ottenendo il reddito settimanale medio di euro 847,78;
  • Occorre, poi, moltiplicare la retribuzione media settimanale degli ultimi 10 anni per le settimane utili del periodo (dall’inizio della contribuzione al 31/12/1992), nel nostro caso pari a 280 pervenendo al valore di euro 237.378,40 (847,78 x 280 = 237.378,40) sul quale applicare l’aliquota di rendimento. Tale aliquota (percentuale da applicare alla retribuzione pensionabile per ricavare l’importo della pensione) è stabilita nella misura del 2% per ogni anno di contribuzione versata. Quando, però, la base pensionabile supera una certa somma, il cosiddetto “tetto”, è ridotta, secondo i periodi, all’1% o allo 0,90%. Ipotizzando, in assenza di superamento del “tetto”, un’aliquota nella misura del 2% si perviene all’importo di 4.745,70 (237.378,40 x 2/100 = 4745,70) che rappresenta il valore annuale della quota A della pensione. Dividendo per 13 si ha il valore mensile di tale quota pari a euro 365,06 (4.748,00/13=365,06.)

 

QUOTA B

Periodo dall’1/1/1993 al 31/12/1995

  • La retribuzione media settimanale ottenuta dal reddito degli ultimi 15 anni, opportunamente rivalutato come sopra detto, pari a euro 1.117,42, è moltiplicato per le 156 settimane di anzianità contributiva che vanno dall’1/1/1993 al 31/12/1995 pervenendo al valore di 174.317,52 (1.117,42 x 156 = 174.317,52) sul quale applicare la percentuale di rendimento che nella misura del 2% comporta una quota pensionistica B annuale di euro 3.486,35 (174.317,52 x 2 /100) e mensile di euro 268,10.

Calcolo sistema contributivo

  • Quota dal 1/1/1996 al 31/1/2015

Per il calcolo di tale quota i passi da effettuare sono i seguenti:

anno per anno si applica al reddito imponibile contributivo l’aliquota di computo, che ora è del 22,65% nel 2015 (20% fino al 2011, 21,30% dal 2012 e, successivamente incremento di 0,45 punti ogni anno fino ad arrivare al 24% nel 2018); ottenendo i contributi utili alla pensione di ciascun anno, rivalutati annualmente come innanzi detto. Tale valore rappresenta il montante, pari a euro 120.346,32, su cui va applicato il coefficiente di trasformazione che all’età di 66 anni e 3 mesi è pari a 5,62 per cui la quota del contributivo della pensione annuale è pari a euro 6.763,46 annuali (120,346,32 x 5,62 = 6.763,46), che per 13 mensilità ammonta a euro 520,27 mensili.

Siamo finalmente così pervenuti al valore mensile della pensione dato dalla somma dalle due quote A e B del retributivo e della quota del contributivo, come sopra calcolato, per un importo complessivo di euro 1.153,43.

Pensione fai da te: il calcolo INPS Commercianti

17 ottobre 2015 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Pensione fai da te: il calcolo INPS Commercianti”

Guida pratica per calcolare la pensione ed ottenere una stima della rendita previdenziale che sarà erogata dall’INPS

Con questo articolo intendiamo fornire un contributo operativo pratico a chi, in prossimità del pensionamento o anche per valutazioni personali relative alla costituzione di un plafond contributivo, desidera conoscere il procedimento di calcolo della pensione ed ottenere una simulazione, con sufficiente approssimazione, dell’entità della rendita previdenziale che sarà erogata dall’INPS.

E’ opportuno, prima di procedere alle operazioni di calcolo, premettere che il trattamento pensionistico è legato essenzialmente al requisito dell’età anagrafica del richiedente (ETA’ PENSIONABILE) . Attualmente e fino al 31/12/2015, salvo deroghe e regimi speciali, per gli iscritti alla Gestione commercianti il requisito di età per richiedere la pensione di vecchiaia è di 66 anni e 3 mesi per gli uomini e   64 anni e 9 mesi per le donne. In funzione della speranza di vita su base nazionale tali limiti aumenteranno ancora progressivamente fino al 2018, anno in cui si verificherà il pareggio dei requisiti di età per tutti.

lavoratori autonomi
dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2015 66 anni e 3 mesi
dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2018 66 anni e 7 mesi

 

lavoratrici autonome  
dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2015 64 anni e 9 mesi
dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2017 65 anni e 7 mesi
dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018 66 anni e 7 mesi

 

Per quanto riguarda l’entità della rendita previdenziale occorre, poi, tener conto di altri due elementi:

  • il numero totale degli anni accreditati in tutto il periodo assicurativo ovvero, più semplicemente, degli anni in cui è avvenuto il versamento dei contributi (ANZIANITA’ CONTRIBUTIVA). Per richiedere la pensione di vecchiaia occorre oggi un’anzianità contributiva minima di 20 anni (1040 settimane).
  • l’ammontare dei redditi relativi ai vari periodi di attività e le relative medie settimanali (RETRIBUZIONE PENSIONABILE).

Occorre a questo punto chiarire, sia pure brevemente, le modalità adottate nel tempo dall’Istituto di Previdenza per pervenire all’importo della pensione (SISTEMA DI CALCOLO).

Fino al 31 dicembre 1992 la pensione era calcolata con il   SISTEMA RETRIBUTIVO   il quale si basa appunto sui due elementi dell’anzianità contributiva e del reddito pensionabile, prendendo in considerazione la media dei redditi degli ultimi anni di attività lavorativa, opportunamente aggiornati, ovvero rivalutati – con esclusione di quello dell’anno di decorrenza e quello dell’anno immediatamente precedente, in base ad uno specifico indice Istat. L’anzianità contributiva massima è pari a 40 anni   per cui con la percentuale del 2% prevista dalla normativa (ALIQUOTA DI RENDIMENTO) applicata al reddito pensionabile si può pervenire ad un trattamento pensionistico massimo pari all’80% del reddito. Se, pertanto, il reddito pensionabile non supera un certo   limite (44.161,00 euro annui con decorrenza 2012) con 35 anni di anzianità contributiva la pensione è pari al 70% del reddito.

Il sistema retributivo ha dato luogo a sperequazioni e conflitti generazionali. Con l’invecchiamento della popolazione (l’aumento dell’età media degli italiani) e un numero percentualmente sempre minore di giovani lavoratori,   questi ultimi si facevano carico dei trattamenti pensionistici di un numero sempre maggiore di anziani. Inoltre, da un punto di vista di politica pensionistica, il sistema non consentiva una valutazione rigorosa del rapporto tra l’ammontare delle pensioni erogabili (SPESA PER LE PENSIONI) e la produzione di ricchezza del Paese (Prodotto Interno Lordo – PIL) che avrebbe dovuto consentito tali erogazioni, creando continui disequilibri gestionali.

A partire dal 1 gennaio 1993 furono apportati dei correttivi a tale sistema. Il calcolo della pensione per i lavoratori autonomi veniva effettuato su due quote: una quota relativa all’anzianità maturata fino al 31/12/1992, ed una quota calcolata in base all’anzianità maturata dopo tale data e fino alla decorrenza della pensione.

Con la riforma pensionistica del 4 agosto 1995, visto che anche con i correttivi apportati il sistema retributivo non assicurava l’equilibrio atteso e la sostenibilità del sistema, si passava, per l’anzianità maturata dal 1° gennaio 1996. ad una nuova metodologia di calcolo, il SISTEMA CONTRIBUTIVO, in base al quale ogni lavoratore riceve una pensione basata sul totale degli accantonamenti contributivi effettuati annualmente su un conto previdenziale individuale, opportunamente rivalutati in base alla variazione quinquennale del PIL, ottenendo un certo accantonamento (MONTANTE CONTRIBUTIVO) alla stregua di un conto di deposito bancario. Con il sistema contributivo si ha il vantaggio di rendere uguale il montante contributivo al montante pensionistico.

Va opportunamente sottolineato che ogni anno viene presa in considerazione ai fini della formazione del montante una quota percentuale del reddito soggetto a contribuzione ovvero una percentuale della stessa considerata accantonata ai fini della determinazione dell’ammontare della pensione (ALIQUOTA DI COMPUTO). Per gli autonomi della Gestione Commercianti l’aliquota di computo è pari al 20% del reddito. Sul montante ottenuto verrà applicato, in base all’età del richiedente la pensione, un certo tasso (COEFFICIENTE DI TRASFORMAZIONE),   ottenendo il valore della pensione media annuale. In altre parole alla data del pensionamento sul montante contributivo si applica un coefficiente di conversione che cresce con l’aumento dell’età. I coefficienti di trasformazione in vigore dal 1° gennaio 2013 sono i seguenti:

Ad es. per un soggetto che richiede la pensione a 67 anni il coefficiente da applicare al montante contributivo è 5,826%.

La pensione è calcolata con il sistema di calcolo contributivo per i lavoratori privi di anzianità al 31/12/1995.

A favore dei lavoratori che alla data del 31/12/1995 avevano un’anzianità contributiva, avevano cioè versato contributi pensionistici, per evitare penalizzazioni, veniva previsto che il calcolo della pensione fosse effettuato in parte con il sistema retributivo ed in parte con il sistema contributivo (SISTEMA MISTO). Anche a questi lavoratori a partire dall’1/1/2012 sarebbe stato applicato il calcolo contributivo.

Attualmente , per coloro che al 31/12/1995 avevano un’anzianità contributiva inferiore a 18 anni  la pensione viene calcolata in parte con il sistema retributivo per l’anzianità maturata fino al 31/12/1995 ed in parte con il sistema contributivo per l’anzianità maturata dall’1/1/1996. Pertanto si avranno tre quote di cui le prime due con il sistema retributivo.

  • una prima quota ( quota A) sull’anzianità contributiva maturata al 31/12/1992 sulla base della media dei redditi degli ultimi 10 anni ( 520 settimane immediatamente precedenti la data di pensionamento);
  • una seconda quota ( quota B) per l’anzianità maturata dall’1/1/1993 alla data di decorrenza della pensione, basata sulla media dei redditi degli ultimi 15 anni, ovvero 780 settimane.
  • una terza quota con l’applicazione del sistema contributivo dall’1/1/1996.

Per i lavoratori con un’anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni al 31/12/1995  la pensione viene calcolata in parte secondo il sistema retributivo, per l’anzianità contributiva maturata fino al 31 dicembre 2011, con i criteri di cui sopra, e in parte con il sistema contributivo, per l’anzianità contributiva maturata dal 1° gennaio 2012.

Fatta questa necessaria, sia pur sintetica, premessa dovremmo passare ad una semplificazione pratica dei calcoli da eseguire su un caso concreto, ma sono quasi certo che , tranne qualche lettore più determinato gli altri hanno già abbandonato la lettura per   passare ad argomenti più ameni di questo giornale. Riteniamo, pertanto, di rinviare l’argomento ad una seconda parte dell’articolo da trattare in un prossimo numero.

 

La redditività e il punto di equilibrio

9 luglio 2015 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “La redditività e il punto di equilibrio”

Ogni operatore economico nelle sue decisioni deve fondare le sue scelte su elementi razionali, su dei numeri, su elementi quantitativi e non certamente su presupposti di carattere qualitativo.

Per le proprie scelte l’agenzia, come una qualsiasi altra impresa commerciale, ha bisogno di collocare il processo operativo in un ben determinato schema conoscitivo. All’agente di commercio nell’attuale realtà economica non basta più “saper vendere” un prodotto o un servizio ma deve avere altre conoscenze di carattere manageriale. Si rende, pertanto necessaria la divulgazione di argomenti di carattere tecnico-economico che possano essere di ausilio nella gestione dell’azienda che svolge attività di agenzia.

Vogliamo occuparci in questa sede, sia pure in maniera semplice, di uno strumento che consente di individuare il livello del volume delle provvigioni che bisogna raggiungere per entrare nella zona della redditività positiva ovvero nell’area dei profitti. Ci riferiamo alla conoscenza del cosiddetto “punto di pareggio” o com’è indicato nella letteratura anglosassone il “break even point” (BEP). Tale volume delle provvigioni determina la soglia di convenienza a operare da parte dell’agenzia e aiuta a definire le strategie e approfondire le alternative per accrescere la redditività.

Ogni azienda, anche minima, ha una sua struttura economica rappresentata da costi e ricavi. I costi sono collegati, nel continuo processo gestionale, all’acquisizione di fattori produttivi rappresentati essenzialmente da capitali, lavoro e servizi vari. Tutte le volte che l’agenzia operativamente entra in contatto con il “mercato d’acquisto” per procurarsi i fattori produttivi necessari per lo svolgimento della propria attività gestionale sostiene dei costi.

A ogni fattore produttivo corrisponde un COSTO. Così all’acquisizione di un fattore produttivo appartenente alla categoria dei “capitali”, come l’autovettura o le attrezzature di ufficio (mobili e arredi, computer, fax ecc.), corrisponde un costo che, come vedremo, va economicamente ripartito per tutti gli esercizi amministrativi in cui il bene rilascia la sua utilità attraverso la procedura dell’ammortamento. E ancora a fronte dell’acquisizione dei suddetti beni strumentali nel caso di pagamento dilazionato del relativo importo può verificarsi il sorgere di un costo rappresentato dagli interessi passivi. Ancor più immediato è il concetto di costo legato all’acquisizione del fattore lavoro (rappresentato dal personale dipendente dell’agenzia) relativo a retribuzione “immediata” (stipendio) e relativi oneri contributivi e assistenziali o “differita” come la quota di Trattamento di fine rapporto (TFR) dell’anno.

Vi sono poi costi per l’acquisizione di altri fattori produttivi rappresentati da “servizi” come canoni di locazione energia, telefoniche, cancelleria, manutenzione ed esercizio dell’auto, eventuali provvigioni a sub agenti, pubblicità e così via. Un particolare (e poco gradito costo) è rappresentato dal prelievo dello Stato a titolo di “imposta”.

Tutte le spese dell’agenzia, in questa sede sono semplicemente adombrate, nella loro totalità vanno a formare la struttura dei costi aziendali i quali sono opportunamente elencati, una volta riferiti a un certo periodo, nella parte di sinistra (la prima in cui si scrive) di un apposito prospetto detto “Conto economico” che convenzionalmente (senza alcun’altra motivazione) è chiamata sezione “DARE”.

Ai costi sostenuti dall’agenzia si contrappongono le espressioni monetarie dei servizi forniti da quest’ultima a favore della preponente nell’attività caratteristica della sua gestione rappresentata dalla promozione delle vendite. Più in particolare le provvigioni conseguite a fronte dell’attività svolta con l’ausilio dei fattori produttivi accennati costituiscono i RICAVI.

Nel convenzionale schema rappresentato dal Conto Economico a sezioni contrapposte i ricavi si collocano, appunto per contrapposizione, nella sezione di destra.

Dal confronto di costi e ricavi di un certo periodo e quindi dalla differenza tra i due elementi nasce il risultato economico detto “reddito” denominato “utile” (ricavi > costi) o “perdita” (costi > ricavi). Una suddivisione dei costi importante per i fini che qui ci prefiggiamo è quella relativa a costi “fissi” e costi “variabili” a seconda che gli stessi non cambiano (entro certi limiti) o variano nella loro entità (proporzionalmente, meno o più che proporzionalmente) a seconda del volume di attività e di volume di affari. Esempio di costo fisso che riguarda la struttura organizzativa è quello rappresentato dal costo di un collaboratore dipendente dell’agenzia (es. impiegato amministrativo), dalle quote di ammortamento (relativamente ad un certo bene e per la durata del relativo utilizzo) dai canoni di locazione per l’ufficio, dai canoni di leasing, dalla pubblicità, dagli interessi passivi per finanziamento, dalla spesa di numerosi servizi acquisiti (tra cui energia elettrica, telefono, ecc.). Questi costi sono slegati dal volume del fatturato per provvigioni.

Sono, sempre a titolo di esempio, variabili i costi per le provvigioni a sub-agenti o altri collaboratori remunerati a percentuale sulle vendite (se cresce il volume delle vendite sulle quali sono calcolate le provvigioni per l’agenzia, cresce anche l’importo che su tali vendite va a essi riconosciuto).

Tanto premesso, va evidenziato che il “punto di pareggio” è il volume di fatturato minimo che garantisce la copertura di tutti i costi ovvero il punto in corrispondenza del quale i costi eguagliano i ricavi, per cui non si hanno né utili né perdite (reddito zero). Sopra tale punto avremo il conseguimento di utili; al di sotto affrontiamo delle perdite.

Analiticamente il “fatturato di pareggio” è determinato attraverso alcuni semplici passaggi, fissando i seguenti valori:

 

A= Ricavi (fatturato)
B= Costi fissi
C= costi variabili
D= % costi variabili
E= 1- D = 1- %costi variabili
Punto Pareggio = B/E

 

Esempio

Consideriamo il conto economico dell’agenzia relativo a un certo periodo e analizziamo la struttura dei costi rispetto al volume dei ricavi.

A = Ricavi (fatturato provvigioni) = € 120.000,00

 

B = Costi fissi:

  • Spese dipendente amministrativo (stipendio, contributi, TFR)
  • Ammortamenti e/o leasing beni strumentali
  • Utilizzo locali ufficio (fitto, condominio, riscaldamento)
  • Spese auto (assicurazione e tassa possesso)
  • Telefono (canone fisso)
  • Energia elettrica
  • Pubblicazioni
  • Diritto CCIAA
  • Tenuta contabilità e consulenza
  • Quota iscrizione Usarci
  • Contributi INPS ed Enasarco (quota parte)
  • Altri costi fissi

Totale: € 43.200,00

 

  1. C) Costi variabili
  • Compensi a collaboratori commerciali
  • Spese esercizio auto (carburanti, lubrificanti, manutenzione e riparazione, pedaggi etc.)
  • Spese viaggio, alberghi e ristoranti
  • Telefono (quota gestione), fax, internet
  • Cancelleria
  • Postali
  • INPS ed Enasarco (quota parte)
  • Altri costi variabili tra cui imposte sul reddito

Totale: € 50.400,00

 

CONTO   ECONOMICO
DARE AVERE
COSTI: 93.600,00 RICAVI 120.000,00
UTILE: 26.400,00
UTILE: 120.000,00 TOTALE A PAREGGIO: 120.000,00

 

Per il calcolo del punto di pareggio avremo:

A = 120.000,00

B=   43.200,00

C=     50.400,00

 

D= 50.400 / 120,000,00 = 0,42

E= 1-0,42 = 0,58 (corrispondente a 58%)

BEP (Break even point) = 43.200,00 / 0,58 = 74,482,00.

 

A un volume di ricavi per provvigioni di euro 74.482,00 rispetto ai costi fissi di 43.200,00 e a quelli variabili di euro 31.282,00 (74.482,00 *0,42) per un totale di costi di euro 74.482,00 non vi è, appunto, né utile, né perdita.

Per evitare di cadere in perdita il volume del fatturato per la struttura economica ipotizzata il fatturato non deve scendere sotto tale livello per non registrare delle perdite.

Nella situazione reale ipotizzata di ricavi superiori a tale limite, € 120.000,00 e costi totali per 93.600 (43.200,00 + 50.400,00) ci troviamo invece in un’area di redditività positiva con un utile di euro 26.400,00 come sopra rappresentato.

Il Break Even Point è individuato anche graficamente con il cosiddetto “prophitgraf” o grafico del profitto.

Il calcolo del BEP è usato per alcune analisi valutative come vedremo in un prossimo articolo.

 

Gli agenti e la riforma del lavoro Job Act

8 aprile 2015 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Gli agenti e la riforma del lavoro Job Act”

Il 2014 è contrassegnato, per quanto riguarda le norme sul lavoro, da due importanti gruppi di modifiche legislative, il ben noto “ decreto Poletti” e l’ancor più complesso e discusso “ Job Act” della fine dell’anno cui il primo intervento già si rapportava.

Tralasciando le novità che riguardano le problematiche relative al cosiddetto “contratto a tutele crescenti” che limita l’ipotesi di reintegra del lavoratore in caso di licenziamento, e tutte le diatribe, ancora oggi esistenti, sull’abolizione del famoso, direi famigerato “art. 18”, ci limitiamo in questa sede a trattare delle nuove disposizioni intervenute sulle assunzioni del personale.

1. LAVORO DIPENDENTE A TEMPO DETERMINATO

Un primo provvedimento emanato a marzo e convertito con la legge n. 78 del 19/5/ 2014 ha modificato la previgente normativa riguardante la cosiddetta “flessibilità in entrata” nel mondo del lavoro. Vediamo quanto può interessare gli agenti di commercio per i loro dipendenti e collaboratori. Quando parliamo di collaboratori e dipendenti in agenzia, non facciamo certamente riferimento ai subagenti (il rapporto di subagenzia è un vero e proprio rapporto di agenzia non esistendo nel nostro ordinamento uno specifico contratto “nominato” di tale tipo e tra l’altro il subagente civilisticamente è un imprenditore e fiscalmente produce redditi d’impresa). Ci riferiamo esclusivamente ai lavoratori subordinati che svolgono mansioni amministrative o commerciali o ai collaboratori occasionali, ai prestatori di collaborazioni coordinate e continuative o ai collaboratori “a progetto” che sono pur sempre lavoratori ma “autonomi”. Queste ultime tipologie contrattuali sono state spesso e in maniera massiva utilizzate per occultare un vero e proprio contratto di lavoro subordinato e quindi hanno formato oggetto di particolare attenzione a livello governativo al fine di un loro rientro in un alveo di regolare e corretto utilizzo. Vediamo le novità della riforma.

Con l’impiego più diffuso del contratto di lavoro a termine ovvero con l’incentivazione della cosiddetta “flessibilità” nel lavoro si cerca appunto di scoraggiare e/o ostacolare prestazioni di lavoro dipendente camuffate, in passato, con rapporti di collaborazione di vario tipo ed anche false “partite IVA”.

La flessibilità lavorativa è un concetto teorico che riguarda la possibilità che un lavoratore muti più volte, nell’arco della propria vita, la propria attività occupazionale non restando legato durevolmente, in base ad un contratto a tempo indeterminato, a uno stesso datore di lavoro. Il contratto a termine è una tipologia contrattuale da tempo al centro dell’attenzione degli operatori. E’ evidente che il contratto a termine è meno vincolante per le aziende per la presenza dell’apposizione di un “termine ” finale che comporta la relativa durata limitata del rapporto.

L’aspetto più deterrente ai fini del relativo utilizzo di tale istituto in passato risiedeva nell’incertezza collegata al possibile contenzioso attivabile da parte del dipendente che alla fine del rapporto di lavoro invocava l’inesistenza di una particolare ragione che giustificasse il “termine”, per cui era richiesto l’accertamento giudiziale di un rapporto a tempo indeterminato anziché a tempo determinato, cosa questa ancor più complicata dal manifestarsi di una o più proroghe contrattuali. Con la previsione di contratto di lavoro a tempo determinato caratterizzato da poche e chiare regole e soprattutto “acausale”, inteso come senza causale (e non senza causa: la causa del contratto va pur sempre individuata nella prestazione del lavoratore e nella controprestazione del datore di lavoro consistente nel corrispettivo) si è inteso dare un pratico impulso a tale tipologia contrattuale. Il datore   di lavoro per utilizzare tale rapporto di lavoro non deve, quindi, specificare, come avveniva in passato, le particolari ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo che giustificassero l’apposizione di un termine. In base alle nuove disposizioni, comunque, questa caratteristica può essere utilizzata per contratti a tempo determinato fino a 36 mesi con la possibilità di arrivare fino a cinque proroghe, permanendo le medesime mansioni del lavoratore. Le proroghe devono sempre essere concordate fra le parti. Durante il periodo prorogato il lavoratore deve essere adibito, si ripete, alla stessa attività svolta in esecuzione del medesimo contratto a termine nel periodo ante proroga. Dopo la cessazione di un contratto a termine, le medesime parti possono stipulare altri contratti a termine (e la legge non prevede alcun numero massimo di contratti che possono essere stipulati in successione) purché siano sempre rispettati gli intervalli di tempo di 10 o di 20 giorni tra la fine di un contratto a termine, rispettivamente di durata fino a 6 mesi o superiore, e l’inizio di un nuovo contratto a termine.

Rispetto alla normativa previgente ora c’è da rispettare un limite massimo di utilizzo del contratto rappresentato dalla percentuale massima consentita di lavoratori con contratti a termine pari al 20% del personale in forza a tempo indeterminato esistente nell’azienda datoriale all’inizio dell’anno in cui avviene l’assunzione.

2. LAVORO A TEMPO INDETERMINATO

La novità più sostanziale, e certamente quella più interessante, del pacchetto di modifiche previste dal “Decreto Sviluppo” ma rientrante pur sempre nella complessa manovra governativa sul lavoro è quella relativa al beneficio contributivo triennale per i nuovi assunti nell’anno 2015 a tempo indeterminato, sempreché i lavoratori interessati non abbiano svolto nel semestre precedente l’assunzione alcuna mansione sempre a tempo indeterminato. Per l’azienda è prevista la regolarità contributiva attestata dal Durc.

Il bonus è riconosciuto anche a lavoratori già dipendenti nella stessa attività d’impresa, sotto forma di uno o più contratti a termine trasformati a tempo indeterminato.

L’agevolazione riguarda i soli contributi previdenziali e non anche quelli assistenziali (INAIL) o il TFR da erogare al Fondo di Tesoreria dell’INPS o i contributi dovuti ai Fondi di solidarietà degli Enti Bilaterali.

Il valore massimo oggetto di sgravio contributivo è rappresentato dall’importo annuale di euro 8.060, nella misura mensile quindi di euro 671,66.   In caso di contributi mensili inferiori al tetto, l’eccedenza sarà accantonata e utilizzata nei periodi successivi fino al raggiungimento del tetto imposto dalla legge.

In altre parole per un lavoratore del settore commercio, impiegato amministrativo IV livello con retribuzione imponibile contributiva annuale di circa euro 22.000, con aliquota contributiva a carico ditta di 26,93% (iscritti alla gestione commercianti) spetterebbe uno sgravio di contributi annuali di euro 5.925,00 (€ 5,925,00 rientra nel massimo di € 8,060) che per un triennio comporta un risparmio di euro 17.775,00 che certamente non è poca cosa.

Occorrerà per il beneficio la richiesta all’INPS di un apposito codice agevolativo da utilizzare per il periodo di validità 1/1/2015 – 31/12/2018. L’agevolazione è certamente da valutare adeguatamente.

Per eventuali informazioni su tale argomento come per altri chiarimenti e approfondimenti pratici in materia di lavoro contattare la segreteria USARCI-LANARC.