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Pace fiscale: “saldo e stralcio” e “rottamazione ter”, ecco come aderire

12 Febbraio 2019 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista, Sindacato 0 thoughts on “Pace fiscale: “saldo e stralcio” e “rottamazione ter”, ecco come aderire”

Oggi i cittadini hanno a disposizione agevolazioni per ripianare eventuali debiti nei confronti del fisco: il “saldo e stralcio” e la “rottamazione ter”

Possono aderire al “saldo e stralcio” le persone fisiche con ISEE inferiore a 20mila euro. La misura riguarda solo i carichi derivanti dagli omessi versamenti in base alle dichiarazioni annuali, e quelli derivanti dai contributi previdenziali dovuti dagli iscritti alle casse prof.li o alle gestioni previdenziali degli autonomi Inps.

Possono aderire alla “rottamazione ter” le persone fisiche con ISEE superiore a 20mila euro e le persone giuridiche. Chi intende aderire pagherà l’importo residuo delle somme dovute senza corrispondere le sanzioni e gli interessi di mora. Per le multe stradali, invece, non si pagheranno gli interessi di mora e le maggiorazioni previste dalla legge.

Per scoprire come aderire al “saldo e stralcio” e alla “rottamazione ter” e quali sono gli adempimenti necessari basta cliccare qui e leggere la guida redatta dal consulente fiscale dell’associazione, Antonio Tardio.

Flat tax e regime forfettario, cosa sono e quando conviene aderire

12 Febbraio 2019 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista, Sindacato 0 thoughts on “Flat tax e regime forfettario, cosa sono e quando conviene aderire”

La “tassa piatta”, con l’aliquota unica per tutti, nasce dalla legge di Bilancio 2019. L’introduzione di una misura agevolativa che incrementa la crescita attraverso la diminuzione della pressione fiscale si concretizza con l’estensione dei requisiti minimi per accedere al regime forfettario già in essere dal primo gennaio 2019.

Il limite dei ricavi e dei compensi viene innalzato a 65.000 euro. L’imposta sostitutiva dell’Irpef, delle addizionali e dell’Irap è del 15%. Per le start-up l’aliquota è del 5% per un quinquennio.

Dal 2020 farà invece il suo ingresso l’imposta sostitutiva del 20% per coloro che nell’anno precedente hanno realizzato ricavi e compensi compresitra 65.001 e 100.000 euro.

Per scoprire come aderire al regime forfettario e quali sono gli adempimenti necessari basta cliccare qui e leggere la guida redatta dal consulente fiscale dell’associazione, Antonio Tardio.

Agenti, seminario a Napoli su: e-fattura, regime formettario, rottamazione cartelle

6 Febbraio 2019 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista, Sindacato 0 thoughts on “Agenti, seminario a Napoli su: e-fattura, regime formettario, rottamazione cartelle”

Fatturazione elettronica, flat tax, regime forfettario, rottamazione delle cartelle e sanatorie fiscali: se ne parlerà domani alle ore 15,30 presso la USARCI-LANARC, sindacato degli agenti di commercio di Napoli e della Campania. L’incontro si terrà negli uffici di piazza Garibaldi 49 e sarà condotto dal dottor Antonio Tardio, consulente fiscale dell’associazione

Per assicurare la massima riuscita dell’evento è d’obbligo manifestare la propria adesione scrivendo a lanarcusarci@virgilio.it

Cessazione attività, gli indennizzi 2019

8 Gennaio 2019 Posted by L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Cessazione attività, gli indennizzi 2019”

Anche grazie alle nostre pressioni della USARCI, dal 1  gennaio  gli  agenti  di  commercio potranno ricevere nuovamente l’indennizzo per la cessione dell’attività.

Difatti la legge di bilancio 2019, all’art. 1 comma 283, ha rifinanziato l’indennizzo per la chiusura definitiva di un’attività commerciale.

La finanziaria 2019, prevede che l’indennizzo sia riconosciuto agli iscritti, al fondo esercenti delle attività dei commercianti Inps, che alla data di presentazione della domanda, abbiamo 62 anni di età se uomini e 57 anni per le donne, con almeno 5 anni contribuzione Inps.

L’indennizzo, pari a circa € 513,00, spetterà dalle chiusure avvenute dal 1° gennaio 2019 sino all’esaurimento delle risorse, dato che, al momento, il governo non ha previsto una data di scadenza.

Esso sarà erogato per 13 mensilità e sino al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia.

Requisiti:

  • un’età pari a 62 anni per gli uomini o un’ età di 57 anni per le donne;
  • aver richiesto la cancellazione dell’attività alla Camera di commercio;
  • almeno 5 anni di contribuzione al Fondo esercenti delle attività dei commercianti Inps

Di seguito il link della pagina dedicata sul sito istituzionale INPS per ogni ulteriore informazione:  https://www.inps.it/NuovoportaleINPS/default.aspx?itemdir=50256&lang=IT

Enasarco, le nuove aliquote 2019

8 Gennaio 2019 Posted by L'angolo del commercialista, Sindacato 2 thoughts on “Enasarco, le nuove aliquote 2019”

Ricordiamo che a partire dal 1 gennaio 2019, in attuazione del regolamento delle attività istituzionali della Fondazione approvato nel 2013, sono entrate in vigore le nuove aliquote per il calcolo dei contributi previdenziali.

 

Agenti operanti in forma individuale o società di persone (snc, sas ecc..)
MONOMANDATARI PLURIMANDATARI
Aliquota 16,50% (50% a carico agente, 50% a carico mandante) Aliquota 16,50% (50% a carico agente, 50% a carico mandante)
Massimale € 37.913,00 Massimale € 25.275,00
Minimale € 846,00 Minimale € 423,00
       
Agenti operanti in forma di società di capitali (srl, srl unipersonali, spa)
Importi provvigionali annui Aliquota 2019 A carico mandante A carico Agente
Fino a € 13.000.000 4% 3% 1%
Da € 13.000.000,01 a 20.000.000 2% 1,5% 0,5%
Da € 20.000.000,01 a 26.000.000 1% 0,75% 0,25%
Oltre € 26.000.000 0,5% 0,3% 0,2%

NB: i massimali sono indicativi in quanto l’ISTAT non ha ancora aggiornato i parametri di rivalutazione.

Per le provvigioni di competenza 2018 ma fatturate nel 2019 occorrerà utilizzare il valore delle aliquote 2018

 

 

Requisiti pensionistici

 

 

  Quota Età minima Anni di contribuzione minimi
Uomini 92 67 20
Donne 89 64 20

 

NB: Per gli uomini è possibile anticipare il pensionamento fino a un massimo di due anni con una decurtazione del 5% per ogni anno di anticipazione.

(Per le donne sarà possibile chiedere l’anticipazione a partire dal 2021)

Fattura elettronica, il decalogo per una corretta compilazione

3 Dicembre 2018 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Fattura elettronica, il decalogo per una corretta compilazione”

Il tema è stato affrontato giovedì nella sede della USARCI-LANARC, l’associazione napoletana agenti e rappresentati di commercio, nel corso di un seminario tenuto dal consulente fiscale dell’Associazione, Antonio Tardio.

Si avvicina l’entrata in vigore della fattura elettronica, che dal primo gennaio sarà obbligatoria per tutti i titolari di partita iva con regime ordinario, mentre rimangono esonerati i titolari di partita iva con regime forfettario.

La nuova fattura elettronica non deve scoraggiare gli utenti, in quanto essa sarà del tutto simile alle fatture tradizionali. L’unica informazione aggiuntiva che deve contenere è il codice destinatario o, in alternativa, l’indirizzo PEC dove si vuole inviare la fattura. Queste informazioni devono essere comunicate all’emittente della fattura dal beneficiario della prestazione/servizio.

Per generare la fattura elettronica è necessario utilizzare il sistema informatico messo a disposizione gratuitamente dalla Agenzia delle Entrate, oppure un sistema informatico a pagamento fornito da società private. Ce ne sono molti sul mercato, per tutte le tasche e per tutte le esigenze. Questo perché le nuove fatture, per essere inviate al destinatario, dovranno essere in formato XML.

Per avere una panoramica completa sul nuovo sistema di fatturazione elettronica, è possibile consultare il documento PDF redatto dal consulente fiscale Antonio Tardio. Per assistere alla compilazione di una fattura elettronica, basta guardare il seguente video esemplificativo, pubblicato dalla stessa Agenzia dell’Entrate.

Acquisto carburante, arriva la fattura elettronica

12 Giugno 2018 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 2 thoughts on “Acquisto carburante, arriva la fattura elettronica”

A decorrere dal 1.07.2018 (salvo proroghe) la L. 27.12.2017, n. 205 ha stabilito l’abolizione della scheda carburante.

Gli acquisti di carburante per gli agenti di commercio, in generale per l’autotrazione di soggetti passivi Iva presso gli impianti stradali di distribuzione, dovranno essere documentati con la fattura elettronica.

Non sono, invece, soggette all’obbligo di certificazione le cessioni di beni iscritti nei pubblici registri, di carburanti e lubrificanti per autotrazione nei confronti di clienti che acquistano al di fuori dell’esercizio di impresa, arte e professione.

L’Agenzia delle Entrate ha fornito i primi chiarimenti sulle misure con circolare n. 8/E/2018 e provvedimento 30.04.2018.

In sintesi

Dal 01.07.2018 (salvo proroghe) gli acquisti di carburanti per uso autotrazione deve necessariamente essere documentato con emissione di fattura elettronica. Contestualmente viene abolita la scheda carburante.

Pagamenti

Sono ritentute idonee ai fini della detrazione iva e della deducibilita’ ai fini delle imposte dirette i seguenti strumenti di pagamento:

  • assegni bancari – postali – vaglia cambiari
  • strumenti elettronici dal 01.07.2018 i pagamenti in contanti non consentono la detrazione e la deducibilita’

Alternativa

In alternativa e’ possibile anche il pagamento in un momento diverso rispetto alla cessione. Ovvero con i contratti di netting (le carte rilasciate dalla societa’ petrolifera) o con utilizzo di buoni carburanti (la fattura elettronica si rilascia al momento dell’ acquisto del buono)

Fattura elettronica

I distributori di carburante saranno obbligati all’emissione della fattura elettronica, secondo il formato xml nel rispetto delle disposizioni art 1 d. Lgs 127/2015. L’emissione dovrà avvenire in forma elettronica ossia tramite il sistema di interscambio. Sono esonerati i soli soggetti che si avvalgono del regime dei minimi o regime forfettario l’agenzia delle entrate ha segnalato la messa a disposizone entro il 01.07.2018 do una serie di servizi per agevolare e rendere poco onerosa la fase di predisposizione, trasmissione e conservazione delle fatture elettroniche. Per ulteriori chiarimenti si rimanda alla circolare 8/e/2018 del 30.04.2018.

Le ispezioni amministrative nell’agenzia commerciale

12 Luglio 2017 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Le ispezioni amministrative nell’agenzia commerciale”

L’agenzia che occupa dipendenti (segretarie, impiegati amministrativi o commerciali) è soggetta al controllo degli organi di vigilanza sul lavoro.

Secondo l’art. 13 della legge 689/1981 e successive integrazioni e modificazioni gli organi addetti al controllo sull’osservanza delle disposizioni previste dalla legge in materia di lavoro subordinato possono, per l’accertamento delle violazioni di rispettiva competenza, assumere informazioni e procedere a ispezioni di cose e di luoghi, diversi dalla privata dimora.
A partire da quest’anno l’organo che coordina le attività di vigilanza in materia di lavoro (svolta precedentemente dagli Ispettori delle ex DTL – Direzioni Territoriali del Lavoro, dall’INPS e dall’INAIL) è L’INL, cioè l’Ispettorato Nazionale del Lavoro.
Tale Ispettorato è delegato a controllare:

1)      L’esistenza di eventuale lavoro nero;

2)      La presenza in azienda di soggetti non assicurati contro gli infortuni sul lavoro;

3)      L’esatta qualificazione del rapporto di lavoro;

4)      L’eventuale corresponsione di compensi non assoggettati a contribuzione;

5)      La regolarità di trasferte, di rimborsi e di ogni altra somma non compresa nelle retribuzioni imponibili dichiarate all’INPS.

Oltre a tali aspetti, in fase di controllo gli Ispettori controllano anche la presenza di violazioni in materia di regolare tenuta del Libro unico (che come è noto ha sostituito gli ex libri paga e matricola), in materia assicurativa ed in genere su tutte le violazioni che danno luogo all’applicazione di sanzioni amministrative originate da appositi verbali di constatazione.
Per quanto riguarda il punto 1) l’avvalersi di un collaboratore dipendente senza che siano posti in essere tutti gli adempimenti formali e sostanziali per una regolare assunzione può comportare rischi notevoli. In caso di inosservanza della normativa è sancito (legge 183/2010) per ciascun lavoratore che non sia stato regolarmente inquadrato e, quindi, irregolare, è prevista, dopo l’introduzione del D.lgs. 151/2015, una sanzione compresa tra i 1.500 e i 9.000 euro, in caso di impiego dello stesso per un periodo fino a 30 giorni di effettivo lavoro; la sanzione è elevata da 3.000 a 18.000 euro per un impiego del lavoratore “in nero” fino a sessanta giorni di effettivo lavoro e, ancora, da 6.000 ad euro 36.000 in caso di impiego oltre i 60 giorni di lavoro. Tenuto conto delle agevolazioni previdenziali previste dalle attuali disposizioni e dalla mancata deducibilità fiscale del costo del personale non inquadrato questo allontanamento dalla legalità, a parte ogni aspetto etico, comporta un grosso rischio che, in caso di accertamento della violazione, può pericolosamente impattare sull’agenzia da un punto di vista economico.
In relazione alle altre tipologie di controllo va attentamente valutata la posizione di soggetti, soci e familiari del titolare, che prestano la loro opera nell’agenzia. Basti pensare al caso di ditta individuale di familiari del titolare non inquadrati come dipendenti (laddove sussistano le condizioni) o come coadiutori dello stesso con versamento dei contributi alla Gestione INPS Commercianti.
L’accertamento dello svolgimento “in nero” da parte del familiare di un vero e proprio lavoro subordinato può condurre all’applicazione della maxi-sanzione sopra prevista mentre l’irregolare posizione di soggetto coadiutore può condurre alla richiesta dei contributi dovuti e non versati per questa figura alla Gestione Commercianti i quali, per rapporto nell’ambito della prescrizione quinquennale , tenuto conto della quota contributiva annuale, ammontano ad un importo minimo di circa 15.000 euro.
A conti fatti un inquadramento alla rispettiva gestione di questi lavoratori per una durata di lavoro compatibile con il loro apporto collaborativo di fatto all’azienda e con la deducibilità del relativo costo (nei casi previsti dal reddito d’impresa) può addirittura comportare un vantaggio economico oltre al beneficio previdenziale futuro nel caso di collaboratori di giovane età.
Nei casi di agenzie sotto forma di società di persone vanno valutate le posizioni dei singoli soci. Ad esempio in una Sas il socio accomandante che presta la propria opera nell’azienda (tranne alcuni casi di stretti rapporti familiari con l’amministratore), può essere regolarmente inquadrato riducendo i pericoli di invasivi accertamenti. Cosi come la posizione di un soggetto che presta la propria opera nell’agenzia tenuta sotto forma di società di capitali va attentamente valutata per le implicazioni che possono riguardare la Gestione Lavoratori Dipendenti, quella Commercianti o nel caso di Amministratore, la Gestione Separata.
Un altro caso che bisogna attentamente valutare è quello delle “collaborazioni occasionali” trattate con l’assoggettamento alla sola ritenuta d’acconto, delle false partite IVA o delle associazioni in partecipazione tanto osteggiate dal Job Act.
In altre parole occorre fare sempre, razionalmente e attentamente, un’analisi precisa che metta a confronto da un lato i costi di un regolare impiego dei collaboratori e dall’altro dei consistenti rischi che si corrono nella ricerca di una soluzione contra-legem.
La Lanarc-Usarci nel rispetto della normativa e delle esigenze operative delle singole agenzie mette a disposizione la professionalità dei propri consulenti per la migliore soluzione del singolo problema.
Nei prossimi articoli continueremo a trattare tale argomento nonché quello legato ai controlli Ispettivi operati dai funzionari dell’Enasarco nell’ambito dei rapporti instaurati nell’agenzia con i relativi sub agenti.

 

contributi inps 2017 per artigiani, commercianti e agenti di commercio

Contributi INPS 2017 per Agenti e Rappresentanti

13 Febbraio 2017 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Contributi INPS 2017 per Agenti e Rappresentanti”

Le aliquote contributive per le pensioni di artigiani e commercianti, per l’anno 2017, sono pari alla misura del 23,64 %

Questo valore è stato raggiunto in quanto dal 1 gennaio 2012, le aliquote contributive pensionistiche di finanziamento e di computo delle gestioni pensionistiche dei lavoratori artigiani e commercianti, iscritti alle gestioni autonome dell’INPS, sono incrementate di 1,3 punti percentuali e successivamente di 0,45 punti percentuali ogni anno fino a raggiungere il livello del 24 %.

Ciò è previsto dall’art. 24, comma 22 del Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011, nel testo introdotto dalla legge di conversione 22 dicembre 2011 n. 214, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 300 del 27 dicembre 2011.

 

Ne risulta che:

 

Scaglioni Pertanto le aliquote per il corrente anno risultano come segue:
Agenti in attività di età compresa tra 21 e 65 anni 23,64%
coadiuvanti / coadiutori di età non superiore ai 21 anni

La riduzione contributiva al 20,64% (commercianti) è applicabile fino a tutto il mese in cui il collaboratore interessato compie i 21 anni.

20,64%

 

 

In conseguenza di quanto sopra, il contributo calcolato sul reddito “minimale” risulta così suddiviso:
Agenti di qualunque età e coadiuvanti /coadiutori di età superiore ai 21 anni 3.668,99 (3.661,55

IVS + 7,44 maternità)

coadiuvanti / coadiutori di età non superiore ai 21 anni 3.202,55 (3.195,11

IVS + 7,44 maternità)

 

 

Per i periodi inferiori all’anno solare, il contributo sul “minimale” rapportato a mese risulta pari a:
Agenti di qualunque età e coadiuvanti / coadiutori di età superiore ai 21 anni 306,92 (306,30 IVS

+0,62 maternità)

coadiuvanti / coadiutori di età non superiore ai 21 anni 268,05 (267,43 IVS

+ 0,62 maternità)

 

 

Contribuzione IVS sul reddito eccedente il minimale

 

Il contributo per l’anno 2017 è dovuto sulla totalità dei redditi d’impresa prodotti nel 2017 per la quota eccedente il predetto minimale di €15.548,00 annui.

in base alle citate aliquote e fino al limite della prima fascia di retribuzione annua pensionabile pari, per il corrente anno, all’importo di € 46.123,00.

Per i redditi superiori a € 46.123,00 annui resta confermato l’aumento dell’aliquota di un punto percentuale

 

Le aliquote contributive, pertanto, risultano determinate come segue: Scaglioni
Agenti di qualunque età e coadiuvanti / coadiutori di età superiore ai 21 anni fino a 46.123,00 23,64%
oltre la somma di € 46.123,00 aumento di un punto da 46.123,00 24,64 %
coadiuvanti / coadiutori di età non superiore ai 21 anni fino a 46.123,00 20,64%
oltre la somma di € 46.123,00 aumento di un punto da 46.123,00 21,64%

 

 

Il contributo in argomento – denominato contributo a conguaglio – sommato al contributo sul minimale di reddito di cui al precedente punto 1) deve essere considerato come acconto delle somme dovute sulla totalità dei redditi d’impresa prodotti nel 2017 (si veda in proposito il seguente punto 4)
Agenti con anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 18.480,03
Artigiani Commercianti titolari di qualunque età e (46.123,00*23,64 %
coadiuvanti / coadiutori di età superiore ai 21 anni +30.749,00*24,64%)
coadiuvanti / coadiutori di età non superiore ai 21 anni 16.173,87
(46.123,00*20,64%
+30.749,00 *21,64%)

 

 

Lavoratori privi di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995, iscritti con decorrenza gennaio 1996 o successiva.
titolari di qualunque età e coadiuvanti / coadiutori di 24.258,60
età (46.123,00*23,64 %
superiore ai 21 anni +54.201,00*24,64%)
coadiuvanti / coadiutori di età non 21.248,88
superiore ai 21 anni (46.123,00*20,64%
+54.201,00*21,64%)

 

Contribuzione a saldo
il contributo IVS dovuto dagli AGENTI :

 

16/05/17 21/08/17 16/11/17 16/02/18

 

 

 

 

Termini e modalità di versamento
I contributi devono essere versati, come è noto, mediante i modelli di pagamento unificato F24, alle scadenze che seguono:

 

per il versamento delle quattro rate dei contributi dovuti sul minimale di reddito; entro i termini previsti per il pagamento delle imposte sui redditi delle persone fisiche in riferimento ai contributi  dovuti  sulla  quota  di  reddito  eccedente  il minimale, a titolo di saldo 2016, primo acconto 2017 e secondo acconto 2017.

Si ricorda che l’Istituto già dall’anno 2013 non invia più le comunicazioni contenenti i dati e gli importi utili per il pagamento della contribuzione dovuta.

 

L’importanza del controllo della liquidità aziendale: il budget di cassa

20 Dicembre 2016 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “L’importanza del controllo della liquidità aziendale: il budget di cassa”

Una qualsiasi impresa, anche di modestissime dimensioni, deve controllare con molta attenzione sia gli elementi reddituali, ovvero il flusso dei ricavi e dei costi che portano al risultato dell’esercizio (utile/perdita), sia la trasformazione monetaria di tali costi e ricavi. Ordinariamente l’impresa deve fronteggiare tempestivamente le uscite monetarie con gli incassi e gli altri mezzi che costituiscono le liquidità a disposizione. Occorre, quindi, porre particolare attenzione ai “flussi di cassa” per evitare che uno squilibrio tra le entrate e le uscite monetarie possa compromettere il risultato economico: un’impresa, anche in utile, può essere scompensata da uno squilibrio monetario; diversamente un’attività che crea liquidità può sopravvivere (sia pure per un certo tempo) anche in presenza di risultati in perdita.

Nasce, pertanto, l’esigenza del controllo costante della gestione monetaria al fine di:

  • preventivare il fabbisogno di cassa;
  • individuare le fonti di finanziamento (interno o esterno);
  • definire, per tempo, le opportune strategie per l’eventuale indebitamento.

Anche per l’agenzia commerciale il controllo della liquidità rappresenta una necessità operativa e deve essere svolto, ancorché in forma minimale, con continuità.

Per l’agenzia commerciale   la mancanza di liquidità può essere provocata ad esempio da:

  • carenza di provvigioni derivante dalla riduzione dell’attività di promozione delle vendite;
  • allungamento dei termini di incasso dei compensi provvigionali da parte delle mandanti (una costante di questi ultimi tempi);
  • sottrazione di mezzi monetari per esigenze di sopravvivenza del titolare della ditta individuale o dei soci di una società;
  • indebitamento (banche, istituti di leasing) per l’acquisizione di beni strumentali (locale ufficio, auto, attrezzature, ecc.).

Anche in presenza di una buona gestione economica (ricavi superiori ai costi) il guadagno realizzato (reddito) non è ancora trasformato in flussi finanziari restando ancora nelle mani del debitore che, ordinariamente, non ha fretta di pagare. I ritardi cronici nei pagamenti da parte dei clienti (nel nostro caso le mandanti) comportano, oltre ai predetti squilibri nella gestione finanziaria, danni   derivanti da eventuali situazioni di dissesto di quest’ ultimi, cosa oggi molto frequente. Se alle difficoltà di incasso si aggiungono, poi, quelle connesse all’esistenza di scarse risorse finanziarie proprie, nonché le problematiche   crescenti riguardanti l’accesso al credito bancario, si ottiene il quadro di una difficile situazione finanziaria aziendale.

Diventa, quindi, di vitale importanza un monitoraggio costante, e per periodi sempre più ravvicinati, della liquidità aziendale affinché si possa intervenire tempestivamente e strategicamente sulla gestione, finanziaria, riportandola su una situazione di maggiore equilibrio o meno allarmante squilibrio.

Con tale monitoraggio la gestione dell’impresa sarà in grado di fronteggiare tempestivamente le uscite previste con gli incassi e gli altri mezzi liquidi a disposizione. Un ciclo finanziario virtuoso prevede che i debiti a breve-medio termine verso fornitori vengano pagati con gli incassi dei crediti verso le mandanti facendo in modo che le entrate finanziarie del periodo coprano le uscite finanziarie.  Quest’aspetto acquista ancora maggiore importanza se si considera che la maggior parte delle piccole aziende e, quindi, la maggior parte delle agenzie commerciali, sono sottocapitalizzate. Per esse, poi, è prioritaria l’attenzione per   l’aspetto commerciale sul presupposto che è sufficiente un buon mercato per non avere problemi. Occorre, invece, un salto di qualità che preveda tra l’altro un buon controllo direzionale esteso anche al monitoraggio della liquidità per il quale si rende necessaria la redazione oltre al budget economico (relativo a ricavi e costi) un budget “di cassa” o “di tesoreria”.

Il budget di cassa è uno strumento di previsione finanziaria di breve periodo che viene sviluppato all’interno di un’azienda e consiste in un documento di previsione finanziaria che permette di analizzare l’effettivo generarsi di flussi monetari e le consistenze delle risorse di tesoreria a disposizione dell’azienda nel periodo considerato (normalmente un esercizio) e, pertanto, è un’articolazione del più esteso budget finanziario.

Le risorse “liquide” o “monetarie”, uno dei modi d’impiego delle risorse finanziarie a disposizione dell’azienda sono rappresentate dalle disponibilità di cassa (contanti e assegni) e da quelle dei conti correnti bancari o postali. La consistenza di tesoreria è un dato pressoché certo che può   essere utilizzato costantemente per far fronte ai debiti a breve.

La costruzione del budget di cassa si fonda sul budget economico (previsione costi e ricavi), sul budget degli investimenti e su altre informazioni   come i tempi medi di incasso o pagamento, calcolati con riferimento agli accordi contrattuali e, ancor più, in base all’esperienza.  La sua logica è quella di individuare preventivamente il momento in cui il pagamento o l’incasso si verificheranno: il budget di tesoreria si scompone, di fatto, in un budget delle entrate e in un budget delle uscite monetarie.

Per la costruzione di tale documento, partendo dal saldo dei mezzi monetari all’inizio del periodo considerato si vanno ad individuare   le entrate e le uscite monetarie previste, al fine di ottenere il saldo alla fine del periodo considerato.

Tra le “entrate” andranno preventivati gli incassi dalle mandanti o degli altri utilizzatori di servizi, sulla base delle condizioni di pagamento, quanto meno concordate, anche se, come detto, il   rispetto di tali condizioni non sempre viene assicurato. È pur vero che ogni previsione è sinonimo di “incertezza”, ma va pur sempre effettuata. Si terrà evidentemente conto di aspettative che non appartengono alla categoria ottimistica né a quella pessimistica (o addirittura catastrofica) ma   sono fondate   su un ragionevole e sano principio di concretezza e realistica attendibilità.

Le “uscite” accoglieranno i pagamenti relativi ai costi di gestione previsti (canoni di locazione e leasing, utenze, spese per il personale, collaboratori e subagenti, consulenze e servizi vari, gestione autovettura, viaggi e trasferte, cancelleria, postali, spese bancarie ed altre spese dell’agenzia).  Occorrerà, poi, preventivare le uscite per l’acquisto di   beni strumentali necessari per lo svolgimento dell’attività (autovettura, attrezzature ufficio, software ecc.).

La differenza tra entrate ed uscite di ciascun mese tenuto conto del saldo iniziale del periodo darà luogo ad un avanzo finanziario ovvero ad una eccedenza di liquidità o ad un disavanzo finanziario, ovvero un deficit o fabbisogno di liquidità.

Mese per mese occorre, poi, sostituire i dati previsionali con i dati consuntivi e, a fronte di variazioni rispetto alle previsioni iniziali, aggiornare i dati dei restanti mesi.

Particolare attenzione dovrà essere dedicata all’ammontare del saldo finale soprattutto, ovviamente, in caso di situazione finanziaria deficitaria, sia di tipo continuo, sia di tipo   altalenante, al fine di verificare gli opportuni interventi strategici da effettuare, anche in termini di scelta di finanziamento esterno, valutando le opportunità alternative offerte dalle diverse operazioni, con le relative condizioni, (tassi di interesse, garanzie etc.).

Va ricordato che normalmente, ai fini dell’equilibrio finanziario, ai crediti a breve (che si trasformano in liquidità entro 12 mesi) occorre correlare debiti a breve (debiti verso fornitori, fido bancario etc.)  mentre investimenti a lungo termine (con monetizzazione oltre i 12 mesi) come quelli relativi all’acquisizione di immobilizzazioni in beni strumentali devono essere finanziati con fonti a lungo termine rappresentate dall’autofinanziamento o dal finanziamento esterno (bancario e non). Il prospetto che segue intende dare un’idea, alquanto semplice e schematica, della rappresentazione del flusso finanziario sulla base dei 12 mesi di un determinato anno.

*Segue tabella fac-simile

  ANNO MESI
G F M A M G L A S O N D
LIQUIDITA’ INIZIALE

CASSA

C/C BANCARI E POSTALI

TOTALE

                                       

 

 

INCASSI DA:

CLIENTI (FATTURE DA INCASSARE)

CESSIONE CESPITI

ACCENSIONE MUTUI

APPORTI SOCI O TITOLARE

ALTRI (ES. VENDITA BENI STRUMENTALI)

 TOTALE INCASSI (FONTI DI LIQUIDITÀ)

USCITE                      

PAGAMENTI            

FORNITORI ORDINARI   

FORNITORI BENI STRUMENTALI

ESTINZIONE MUTUI       

PRELEVAMENTI SOCI O TITOLARE

COSTI DI ESERCIZIO       

PERSONALE            

………..             

SPESE GENERALI  

……………         

ONERI FINANZIARI         

INTERESSI E SPESE BANCARIE

VERSAMENTI:

IVA                  

IMPOSTE      

RITENUTE ACCONTO     

TOTALE PAGAMENTI (IMPIEGHI LIQUIDITÀ)

LIQUIDITÀ FINALE PREVISTA (A+B-C)  

Indennità per la cessazione del rapporto d'agenzia

19 Luglio 2016 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 2 thoughts on “Indennità per la cessazione del rapporto d'agenzia”

In occasione di un recente incontro con gli associati LANARC si è avuto modo di verificare che esistono, ancora oggi, alcuni dubbi e incertezze sull’argomento per cui riteniamo affrontare nuovamente la tematica per fornire i chiarimenti del caso.

Per un corretto approccio al problema occorre fare riferimento sia alla normativa civilistica, sia alla contrattazione collettiva di settore.

 

  1. La normativa civilistica

Sostituendo il precedente articolo 1751 del codice civile il D.lgs. n. 303 del 10/9/1991 ha introdotto una nuova disciplina dell’indennità di cessazione del rapporto di agenzia, in linea prima con quanto previsto dalla Direttiva della Comunità Europea (art. 17 direttiva CEE 653/86) e successivamente dal disposto del D. Lgs. n. 65 del 15/2/1999.

L’attuale formulazione di tale articolo subordina il diritto all’indennità (la cosiddetta “indennità europea”) al verificarsi di una serie di condizioni, stabilendo testualmente che:

“All’atto della cessazione del rapporto, il preponente è tenuto a corrispondere all’agente un’ indennità se ne ricorrono le seguenti condizioni: l’agente abbia procurato nuovi clienti al preponente o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti e il preponente riceva ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti; ………….L’indennità non è dovuta: quando il preponente risolve il contratto per un’inadempienza imputabile all’agente, la quale, per sua gravità, non consenta la prosecuzione anche provvisoria del rapporto; quando l’agente recede dal contratto a meno che il recesso sia giustificato da circostanze attribuibili al preponente o da circostanze attribuibili all’agente, quali età, infermità o malattia, per le quali non può essergli ragionevolmente chiesta la prosecuzione dell’attività; quando, ai sensi di un accordo con il preponente, l’agente cede ad un terzo i diritti e gli obblighi che ha in virtù del contratto di agenzia”.

In relazione al “quantum” lo stesso articolo prevede che:

“L’importo dell’indennità non può superare una cifra equivalente a un’indennità annua calcolata sulla base della media annuale delle retribuzioni riscosse dall’agente negli ultimi cinque anni e, se il contratto risale a meno di cinque anni, sulla media del periodo in questione”.

“Il pagamento di tale indennità sia equa tenuta conto di tutte le circostanze del caso, in particolare delle provvigioni che l’agente perde e che sono gli affari di tali clienti”.

Aggiunge poi: “Le disposizioni di cui al presente articolo sono inderogabili a svantaggio dell’agente”.

Orbene, per quanto riguarda le condizioni essenziali, l’indennità è dovuta (sull’esempio del sistema tedesco) tutte le volte che l’agente riesca a dimostrare, nel concreto, per quanto riguarda lo stato degli affari, l’esistenza, congiuntamente o alternativamente, delle seguenti condizioni:

  • di avere procurato nuovi clienti alla mandante;
  • di avere sviluppato gli affari con i clienti preesistenti.

E ancora, in entrambi i casi, deve verificarsi che il preponente riceva ancora sostanziali vantaggi dagli affari con tali clienti che l’agente lascia all’atto della risoluzione del rapporto.

L’indennità non spetta quando:

  • il contratto si sia risolto per inadempienza dell’agente che per la sua gravità non abbia consentito la prosecuzione anche provvisoria del rapporto;
  • il recesso sia avvenuto ad opera dell’agente (tranne i casi giustificati da malattia, infermità che non rendono possibile una ragionevole prosecuzione dell’attività) in base ad uno specifico accordo venga realizzata la cessione del contratto di agenzia.

Una volta sorto il diritto a favore dell’agente la valutazione dell’ammontare spettante viene effettuato non in base ad un criterio predefinito che porti ad un valore univoco ma   fissando unicamente un “tetto”, una “soglia”, un limite massimo che tale valore può raggiungere. Tale limite è costituito da un’annualità di provvigioni calcolata quale media delle provvigioni maturate (anche se la norma in maniera imprecisa parla di “retribuzioni riscosse”) dall’agente negli ultimi cinque anni o quale media del minore periodo del rapporto, se il contratto ha avuto esecuzione per meno di cinque anni. L’indennità in questione viene, quindi, valutata con un criterio di “equità”, con riferimento alle circostanze relative allo svolgimento del mandato nonché alle provvigioni che risultano dagli affari con i clienti procurati e che l’agente perde.

In ordine all’applicazione delle norme citate la puntualizzazione che la normativa civilistica in oggetto non è derogabile quando ciò si possa tradurre in uno svantaggio per l’agente comporta la disapplicazione delle citate disposizioni quando la loro applicazione possa risultare sfavorevole all’agente. Il che vuol dire, in altre parole, che la disposizione civilistica è da ritenersi prevalente sulla contrattazione collettiva o sulla contrattazione individuale ovvero la regolamentazione pattizia tra mandante ed agente quando essa sia più favorevole a quest’ultimo.

 

  1. La contrattazione collettiva

Come è noto gli Accordi Economici Collettivi sono stipulati fra le associazioni di categoria ed hanno natura privatistica. Ciò vuol dire che essi vincolano unicamente le parti che, attraverso l’adesione diretta alle relative associazioni stipulanti, indirettamente vi aderiscono.  Tali pattuizioni esplicano ugualmente la loro efficacia qualora le parti le abbiano richiamate nei contratti individuali.

In base a quanto previsto rispettivamente dagli Accordi attualmente in vigore:

  • AEC 30/07/2014 del settore Industria e cooperazione;
  • AEC 16/02/2009 per il Commercio.

L’indennità di fine rapporto si compone di due distinti emolumenti:

  • Indennità Risoluzione Rapporto (FIRR);
  • Indennità di clientela.

A queste si va ad aggiungere un’ulteriore particolare indennità che vuole, in presenza di taluni requisiti, remunerare l’agente in funzione di parametri che intendono   valutare il lavoro svolto dall’agente, e quindi i risultati raggiunti, nel corso   dell’attività svolta: Indennità aggiuntiva o meritocratica

È opportuno analizzare partitamente le singole indennità.

 

  1. L’ indennità di risoluzione del rapporto – firr

Alla cessazione del rapporto, secondo quanto previsto dalla contrattazione collettiva, spetta all’agente una indennità calcolata in una certa misura percentuale sulla base delle provvigioni maturate con riferimento all’anno solare. Tale indennità, accantonata presso l’ENASARCO, spetta a tutti gli agenti, qualunque sia la forma giuridica dell’agenzia (ditta individuale, società di persone, società di capitali) la durata  del contratto (a tempo indeterminato o determinato) o la causa di risoluzione dello stesso,  ad  eccezione delle ipotesi in cui il recesso avvenga da parte della mandante  in conseguenza di violazioni contrattuali relative a ritenzione indebita di somme di spettanza della preponente, concorrenza  sleale, violazione del vincolo di operare in esclusiva per una sola ditta.

La liquidazione del FIRR all’agente è “automatica” nel senso che una volta che la mandante abbia comunicato l’avvenuta cessazione del rapporto, ENASARCO dovrà provvedere al pagamento di quanto dovuto all’agente medesimo. Alla risoluzione del rapporto il FIRR maturato nell’ultimo periodo a favore di quest’ultimo ma non ancora versato all’ENASARCO viene erogato direttamente all’interessato.  Così ad esempio viene liquidato all’agente l’importo del FIRR relativo all’anno solare precedente se la cessazione del rapporto avviene prima del 31 marzo o l’indennità maturata in corso d’anno se la cessazione avviene prima della fine dell’anno medesimo.

 

  1. Indennità suppletiva di clientela

Quando  il contratto si scioglie ad iniziativa della casa mandante per fatto non imputabile all’Agente o Rappresentante, sarà corrisposta dalla ditta preponente all’Agente o Rappresentante medesimo, in aggiunta all’indennità di risoluzione del rapporto , una indennità suppletiva di clientela, da calcolarsi sull’ammontare globale delle provvigioni per le quali è sorto il diritto al pagamento in favore dell’agente per tutta la durata del rapporto (dalla data di stipulazione del contratto alla data di risoluzione dello stesso) anche se le stesse somme non sono state interamente corrisposte al momento della cessazione del rapporto.

Pur avendo natura risarcitoria (e questo elemento ne caratterizza la tassazione) l’indennità suppletiva di clientela, al pari dell’indennità risoluzione rapporto e a differenza dell’indennità “meritocratica”, è sganciata da qualsiasi valutazione relativa all’attività dell’agente connessa allo sviluppo e al mantenimento della clientela nel tempo rispetto alla data di conferimento del mandato.

Elemento essenziale per il sorgere del diritto dell’agente o rappresentante alla liquidazione dell’indennità è, invece, la causa dello scioglimento del rapporto di agenzia. Solo se questa non è da attribuirsi a fatto imputabile all’agente l’indennità è dovuta. Non spetta quindi all’agente che effettui con le proprie dimissioni il recesso volontario dal mandato (tranne il caso in cui tali dimissioni siano assistite da giusta causa, o siano provocate dal comportamento  del preponente o siano dovute a causa di forza maggiore) o quando la cessazione del rapporto sia dovuto a  recesso del preponente per colpa dell’agente che costituisca grave inadempimento e non consenta la prosecuzione del mandato, tenuto conto della natura fiduciaria del rapporto, in base a quanto previsto dall’art 1453 e ss. del c.c. (es. violazione del divieto di concorrenza, inattività prolungata ecc., violazione dell’obbligo di riservatezza,  incasso e trattenuta indebita di somme e/o titoli ecc.). Tra le cause di cessazione del rapporto che non precludono il diritto all’indennità la normativa contrattuale collettiva prevede anche il caso delle dimissioni dell’agente dovute a invalidità permanente o il conseguimento della pensione di vecchiaia Enas arco o Inps.

L’indennità viene calcolata sull’ammontare globale delle provvigioni maturate – per le quali, quindi, è sorto il diritto al pagamento a favore dell’agente – per l’intera durata del rapporto di agenzia, anche se le stesse somme non sono state ancora corrisposte al momento della cessazione del rapporto.  Nel computo rientrano anche le somme espressamente e specificatamente riconosciute all’agente o rappresentante a titolo di rimborso o di concorso spese o di premio.

 

  1. Indennità meritocratica

La contrattazione collettiva prevede oltre all’indennità di clientela una indennità aggiuntiva che tenga conto dell’attività svolta dall’agente a favore della mandante consistente nell’acquisizione e lo sviluppo di clientela, rispetto alla data di conferimento del mandato di agenzia.

Questa volta la natura risarcitoria trova una specifica “ratio”: il vantaggio tratto dalla preponente dagli affari conclusi con tali clienti.

L’indennità spetta soltanto quando l’agente o rappresentante abbia procurato nuovi clienti al preponente o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti ed il preponente medesimo riceva ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti. Si tratta, quindi, di valutare e risarcire il “merito” dell’agente in base a determinati criteri numerici.

Occorre, pertanto mettere a confronto il fatturato iniziale e quello finale prodotto dall’agente.

Il fatturato iniziale di riferimento va opportunamente rivalutato in base all’ indice ISTAT relativo al costo della vita per renderlo omogeneo con il dato finale.

Una volta determinati i due valori, iniziale e finale, occorre calcolare l’incremento percentuale ottenuto. A seconda, poi, della durata del rapporto di agenzia, si computeranno le percentuali di indennità rispetto al valore massimo calcolato in base all’art. 1751 c.c.

In un prossimo articolo si potrà esaminare il trattamento fiscale di tali indennità.

 

Il calcolo della pensione INPS di vecchiaia degli agenti di commercio

11 Gennaio 2016 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 2 thoughts on “Il calcolo della pensione INPS di vecchiaia degli agenti di commercio”

Nel precedente numero di questo giornale sono stati trattati i criteri generali in base ai quali è erogata dall’INPS la pensione agli iscritti alla Gestione Commercianti della quale fanno parte gli intermediari del commercio.

Per i lettori che, armati di buna volontà e muniti di calcolatrice, desiderano avviarsi nell’impresa di effettuare autonomamente il calcolo della rendita pensionistica, possiamo procedere all’individuazione delle operazioni da eseguire per individuare la misura del trattamento in base ai versamenti eseguiti e alle risultanze del proprio estratto contributivo. I lettori meno curiosi e intraprendenti si accontenteranno di richiedere all’Istituto di Previdenza, via Web, con il proprio PIN, l’importo dell’assegno mensile spettante.

Occorre ovviamente, a titolo esemplificativo, fare riferimento a una certa tipologia di assicurato, con la relativa posizione previdenziale, non potendo ovviamente fare riferimento, in questa sede, alle varie casistiche (uomo, donna, anzianità contributiva pregressa ecc.)

Consideriamo, per il calcolo della pensione di vecchiaia, un iscritto alla Gestione Commercianti (Categoria VOCOM) che abbia le seguenti caratteristiche:

  • Uomo;
  • Domanda pensione: dicembre 2015;
  • Età anagrafica: 66 anni e 3 mesi;
  • Anzianità contributiva al 31/12/2005: 900 settimane, pari a 17 anni e 3 mesi. Per un’anzianità inferiore, a tale data, a 18 anni si applica il cosiddetto sistema MISTO (parte retributivo e parte contributivo);
  • Numero settimane utili e importo del montante accumulato come segue;

 

 

 

Settimane utili n (a)

Reddito rivalutato euro (b)

Contributo medio settimanale euro (b/a)

Anzianità maturata nel periodo settimanale N

Calcolo contributivo
  • calcolo anzianità contributiva al 31/12/1992

520

440.845,00

847,78

280

  • calcolo anzianità contributiva dall’1-1-1993

900

1.005.675,00

1.117,42

156 (1/1/93-31/12/1995)

Calcolo contributivo
  • dall’1/1/1996 al 31/12/2015

Montante

120.346,32

 

 

PROCEDURA

Calcolo sistema retributivo:

QUOTA A

Periodo contributivo fino al 31/12/1992;

  • Il reddito annuale va rivalutato secondo l’indice previsto;
  • reddito anno 2000 euro 38.262,00; coefficiente ISTAT (relativi alle variazioni della scala mobile industria) dello stesso anno 1,25,80 ; reddito rivalutato euro 48. 134,53 (38.262,00 x 1,2580 = 48,134,53 ) e così, di seguito, per ciascun anno.
  • Il reddito complessivo rivalutato così ottenuto è diviso per i 520 contributi settimanali utili degli ultimi 10 anni, ottenendo il reddito settimanale medio di euro 847,78;
  • Occorre, poi, moltiplicare la retribuzione media settimanale degli ultimi 10 anni per le settimane utili del periodo (dall’inizio della contribuzione al 31/12/1992), nel nostro caso pari a 280 pervenendo al valore di euro 237.378,40 (847,78 x 280 = 237.378,40) sul quale applicare l’aliquota di rendimento. Tale aliquota (percentuale da applicare alla retribuzione pensionabile per ricavare l’importo della pensione) è stabilita nella misura del 2% per ogni anno di contribuzione versata. Quando, però, la base pensionabile supera una certa somma, il cosiddetto “tetto”, è ridotta, secondo i periodi, all’1% o allo 0,90%. Ipotizzando, in assenza di superamento del “tetto”, un’aliquota nella misura del 2% si perviene all’importo di 4.745,70 (237.378,40 x 2/100 = 4745,70) che rappresenta il valore annuale della quota A della pensione. Dividendo per 13 si ha il valore mensile di tale quota pari a euro 365,06 (4.748,00/13=365,06.)

 

QUOTA B

Periodo dall’1/1/1993 al 31/12/1995

  • La retribuzione media settimanale ottenuta dal reddito degli ultimi 15 anni, opportunamente rivalutato come sopra detto, pari a euro 1.117,42, è moltiplicato per le 156 settimane di anzianità contributiva che vanno dall’1/1/1993 al 31/12/1995 pervenendo al valore di 174.317,52 (1.117,42 x 156 = 174.317,52) sul quale applicare la percentuale di rendimento che nella misura del 2% comporta una quota pensionistica B annuale di euro 3.486,35 (174.317,52 x 2 /100) e mensile di euro 268,10.

Calcolo sistema contributivo

  • Quota dal 1/1/1996 al 31/1/2015

Per il calcolo di tale quota i passi da effettuare sono i seguenti:

anno per anno si applica al reddito imponibile contributivo l’aliquota di computo, che ora è del 22,65% nel 2015 (20% fino al 2011, 21,30% dal 2012 e, successivamente incremento di 0,45 punti ogni anno fino ad arrivare al 24% nel 2018); ottenendo i contributi utili alla pensione di ciascun anno, rivalutati annualmente come innanzi detto. Tale valore rappresenta il montante, pari a euro 120.346,32, su cui va applicato il coefficiente di trasformazione che all’età di 66 anni e 3 mesi è pari a 5,62 per cui la quota del contributivo della pensione annuale è pari a euro 6.763,46 annuali (120,346,32 x 5,62 = 6.763,46), che per 13 mensilità ammonta a euro 520,27 mensili.

Siamo finalmente così pervenuti al valore mensile della pensione dato dalla somma dalle due quote A e B del retributivo e della quota del contributivo, come sopra calcolato, per un importo complessivo di euro 1.153,43.

Pensione fai da te: il calcolo INPS Commercianti

17 Ottobre 2015 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Pensione fai da te: il calcolo INPS Commercianti”

Guida pratica per calcolare la pensione ed ottenere una stima della rendita previdenziale che sarà erogata dall’INPS

Con questo articolo intendiamo fornire un contributo operativo pratico a chi, in prossimità del pensionamento o anche per valutazioni personali relative alla costituzione di un plafond contributivo, desidera conoscere il procedimento di calcolo della pensione ed ottenere una simulazione, con sufficiente approssimazione, dell’entità della rendita previdenziale che sarà erogata dall’INPS.

E’ opportuno, prima di procedere alle operazioni di calcolo, premettere che il trattamento pensionistico è legato essenzialmente al requisito dell’età anagrafica del richiedente (ETA’ PENSIONABILE) . Attualmente e fino al 31/12/2015, salvo deroghe e regimi speciali, per gli iscritti alla Gestione commercianti il requisito di età per richiedere la pensione di vecchiaia è di 66 anni e 3 mesi per gli uomini e   64 anni e 9 mesi per le donne. In funzione della speranza di vita su base nazionale tali limiti aumenteranno ancora progressivamente fino al 2018, anno in cui si verificherà il pareggio dei requisiti di età per tutti.

lavoratori autonomi
dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2015 66 anni e 3 mesi
dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2018 66 anni e 7 mesi

 

lavoratrici autonome  
dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2015 64 anni e 9 mesi
dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2017 65 anni e 7 mesi
dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018 66 anni e 7 mesi

 

Per quanto riguarda l’entità della rendita previdenziale occorre, poi, tener conto di altri due elementi:

  • il numero totale degli anni accreditati in tutto il periodo assicurativo ovvero, più semplicemente, degli anni in cui è avvenuto il versamento dei contributi (ANZIANITA’ CONTRIBUTIVA). Per richiedere la pensione di vecchiaia occorre oggi un’anzianità contributiva minima di 20 anni (1040 settimane).
  • l’ammontare dei redditi relativi ai vari periodi di attività e le relative medie settimanali (RETRIBUZIONE PENSIONABILE).

Occorre a questo punto chiarire, sia pure brevemente, le modalità adottate nel tempo dall’Istituto di Previdenza per pervenire all’importo della pensione (SISTEMA DI CALCOLO).

Fino al 31 dicembre 1992 la pensione era calcolata con il   SISTEMA RETRIBUTIVO   il quale si basa appunto sui due elementi dell’anzianità contributiva e del reddito pensionabile, prendendo in considerazione la media dei redditi degli ultimi anni di attività lavorativa, opportunamente aggiornati, ovvero rivalutati – con esclusione di quello dell’anno di decorrenza e quello dell’anno immediatamente precedente, in base ad uno specifico indice Istat. L’anzianità contributiva massima è pari a 40 anni   per cui con la percentuale del 2% prevista dalla normativa (ALIQUOTA DI RENDIMENTO) applicata al reddito pensionabile si può pervenire ad un trattamento pensionistico massimo pari all’80% del reddito. Se, pertanto, il reddito pensionabile non supera un certo   limite (44.161,00 euro annui con decorrenza 2012) con 35 anni di anzianità contributiva la pensione è pari al 70% del reddito.

Il sistema retributivo ha dato luogo a sperequazioni e conflitti generazionali. Con l’invecchiamento della popolazione (l’aumento dell’età media degli italiani) e un numero percentualmente sempre minore di giovani lavoratori,   questi ultimi si facevano carico dei trattamenti pensionistici di un numero sempre maggiore di anziani. Inoltre, da un punto di vista di politica pensionistica, il sistema non consentiva una valutazione rigorosa del rapporto tra l’ammontare delle pensioni erogabili (SPESA PER LE PENSIONI) e la produzione di ricchezza del Paese (Prodotto Interno Lordo – PIL) che avrebbe dovuto consentito tali erogazioni, creando continui disequilibri gestionali.

A partire dal 1 gennaio 1993 furono apportati dei correttivi a tale sistema. Il calcolo della pensione per i lavoratori autonomi veniva effettuato su due quote: una quota relativa all’anzianità maturata fino al 31/12/1992, ed una quota calcolata in base all’anzianità maturata dopo tale data e fino alla decorrenza della pensione.

Con la riforma pensionistica del 4 agosto 1995, visto che anche con i correttivi apportati il sistema retributivo non assicurava l’equilibrio atteso e la sostenibilità del sistema, si passava, per l’anzianità maturata dal 1° gennaio 1996. ad una nuova metodologia di calcolo, il SISTEMA CONTRIBUTIVO, in base al quale ogni lavoratore riceve una pensione basata sul totale degli accantonamenti contributivi effettuati annualmente su un conto previdenziale individuale, opportunamente rivalutati in base alla variazione quinquennale del PIL, ottenendo un certo accantonamento (MONTANTE CONTRIBUTIVO) alla stregua di un conto di deposito bancario. Con il sistema contributivo si ha il vantaggio di rendere uguale il montante contributivo al montante pensionistico.

Va opportunamente sottolineato che ogni anno viene presa in considerazione ai fini della formazione del montante una quota percentuale del reddito soggetto a contribuzione ovvero una percentuale della stessa considerata accantonata ai fini della determinazione dell’ammontare della pensione (ALIQUOTA DI COMPUTO). Per gli autonomi della Gestione Commercianti l’aliquota di computo è pari al 20% del reddito. Sul montante ottenuto verrà applicato, in base all’età del richiedente la pensione, un certo tasso (COEFFICIENTE DI TRASFORMAZIONE),   ottenendo il valore della pensione media annuale. In altre parole alla data del pensionamento sul montante contributivo si applica un coefficiente di conversione che cresce con l’aumento dell’età. I coefficienti di trasformazione in vigore dal 1° gennaio 2013 sono i seguenti:

Ad es. per un soggetto che richiede la pensione a 67 anni il coefficiente da applicare al montante contributivo è 5,826%.

La pensione è calcolata con il sistema di calcolo contributivo per i lavoratori privi di anzianità al 31/12/1995.

A favore dei lavoratori che alla data del 31/12/1995 avevano un’anzianità contributiva, avevano cioè versato contributi pensionistici, per evitare penalizzazioni, veniva previsto che il calcolo della pensione fosse effettuato in parte con il sistema retributivo ed in parte con il sistema contributivo (SISTEMA MISTO). Anche a questi lavoratori a partire dall’1/1/2012 sarebbe stato applicato il calcolo contributivo.

Attualmente , per coloro che al 31/12/1995 avevano un’anzianità contributiva inferiore a 18 anni  la pensione viene calcolata in parte con il sistema retributivo per l’anzianità maturata fino al 31/12/1995 ed in parte con il sistema contributivo per l’anzianità maturata dall’1/1/1996. Pertanto si avranno tre quote di cui le prime due con il sistema retributivo.

  • una prima quota ( quota A) sull’anzianità contributiva maturata al 31/12/1992 sulla base della media dei redditi degli ultimi 10 anni ( 520 settimane immediatamente precedenti la data di pensionamento);
  • una seconda quota ( quota B) per l’anzianità maturata dall’1/1/1993 alla data di decorrenza della pensione, basata sulla media dei redditi degli ultimi 15 anni, ovvero 780 settimane.
  • una terza quota con l’applicazione del sistema contributivo dall’1/1/1996.

Per i lavoratori con un’anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni al 31/12/1995  la pensione viene calcolata in parte secondo il sistema retributivo, per l’anzianità contributiva maturata fino al 31 dicembre 2011, con i criteri di cui sopra, e in parte con il sistema contributivo, per l’anzianità contributiva maturata dal 1° gennaio 2012.

Fatta questa necessaria, sia pur sintetica, premessa dovremmo passare ad una semplificazione pratica dei calcoli da eseguire su un caso concreto, ma sono quasi certo che , tranne qualche lettore più determinato gli altri hanno già abbandonato la lettura per   passare ad argomenti più ameni di questo giornale. Riteniamo, pertanto, di rinviare l’argomento ad una seconda parte dell’articolo da trattare in un prossimo numero.

 

La redditività e il punto di equilibrio

9 Luglio 2015 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “La redditività e il punto di equilibrio”

Ogni operatore economico nelle sue decisioni deve fondare le sue scelte su elementi razionali, su dei numeri, su elementi quantitativi e non certamente su presupposti di carattere qualitativo.

Per le proprie scelte l’agenzia, come una qualsiasi altra impresa commerciale, ha bisogno di collocare il processo operativo in un ben determinato schema conoscitivo. All’agente di commercio nell’attuale realtà economica non basta più “saper vendere” un prodotto o un servizio ma deve avere altre conoscenze di carattere manageriale. Si rende, pertanto necessaria la divulgazione di argomenti di carattere tecnico-economico che possano essere di ausilio nella gestione dell’azienda che svolge attività di agenzia.

Vogliamo occuparci in questa sede, sia pure in maniera semplice, di uno strumento che consente di individuare il livello del volume delle provvigioni che bisogna raggiungere per entrare nella zona della redditività positiva ovvero nell’area dei profitti. Ci riferiamo alla conoscenza del cosiddetto “punto di pareggio” o com’è indicato nella letteratura anglosassone il “break even point” (BEP). Tale volume delle provvigioni determina la soglia di convenienza a operare da parte dell’agenzia e aiuta a definire le strategie e approfondire le alternative per accrescere la redditività.

Ogni azienda, anche minima, ha una sua struttura economica rappresentata da costi e ricavi. I costi sono collegati, nel continuo processo gestionale, all’acquisizione di fattori produttivi rappresentati essenzialmente da capitali, lavoro e servizi vari. Tutte le volte che l’agenzia operativamente entra in contatto con il “mercato d’acquisto” per procurarsi i fattori produttivi necessari per lo svolgimento della propria attività gestionale sostiene dei costi.

A ogni fattore produttivo corrisponde un COSTO. Così all’acquisizione di un fattore produttivo appartenente alla categoria dei “capitali”, come l’autovettura o le attrezzature di ufficio (mobili e arredi, computer, fax ecc.), corrisponde un costo che, come vedremo, va economicamente ripartito per tutti gli esercizi amministrativi in cui il bene rilascia la sua utilità attraverso la procedura dell’ammortamento. E ancora a fronte dell’acquisizione dei suddetti beni strumentali nel caso di pagamento dilazionato del relativo importo può verificarsi il sorgere di un costo rappresentato dagli interessi passivi. Ancor più immediato è il concetto di costo legato all’acquisizione del fattore lavoro (rappresentato dal personale dipendente dell’agenzia) relativo a retribuzione “immediata” (stipendio) e relativi oneri contributivi e assistenziali o “differita” come la quota di Trattamento di fine rapporto (TFR) dell’anno.

Vi sono poi costi per l’acquisizione di altri fattori produttivi rappresentati da “servizi” come canoni di locazione energia, telefoniche, cancelleria, manutenzione ed esercizio dell’auto, eventuali provvigioni a sub agenti, pubblicità e così via. Un particolare (e poco gradito costo) è rappresentato dal prelievo dello Stato a titolo di “imposta”.

Tutte le spese dell’agenzia, in questa sede sono semplicemente adombrate, nella loro totalità vanno a formare la struttura dei costi aziendali i quali sono opportunamente elencati, una volta riferiti a un certo periodo, nella parte di sinistra (la prima in cui si scrive) di un apposito prospetto detto “Conto economico” che convenzionalmente (senza alcun’altra motivazione) è chiamata sezione “DARE”.

Ai costi sostenuti dall’agenzia si contrappongono le espressioni monetarie dei servizi forniti da quest’ultima a favore della preponente nell’attività caratteristica della sua gestione rappresentata dalla promozione delle vendite. Più in particolare le provvigioni conseguite a fronte dell’attività svolta con l’ausilio dei fattori produttivi accennati costituiscono i RICAVI.

Nel convenzionale schema rappresentato dal Conto Economico a sezioni contrapposte i ricavi si collocano, appunto per contrapposizione, nella sezione di destra.

Dal confronto di costi e ricavi di un certo periodo e quindi dalla differenza tra i due elementi nasce il risultato economico detto “reddito” denominato “utile” (ricavi > costi) o “perdita” (costi > ricavi). Una suddivisione dei costi importante per i fini che qui ci prefiggiamo è quella relativa a costi “fissi” e costi “variabili” a seconda che gli stessi non cambiano (entro certi limiti) o variano nella loro entità (proporzionalmente, meno o più che proporzionalmente) a seconda del volume di attività e di volume di affari. Esempio di costo fisso che riguarda la struttura organizzativa è quello rappresentato dal costo di un collaboratore dipendente dell’agenzia (es. impiegato amministrativo), dalle quote di ammortamento (relativamente ad un certo bene e per la durata del relativo utilizzo) dai canoni di locazione per l’ufficio, dai canoni di leasing, dalla pubblicità, dagli interessi passivi per finanziamento, dalla spesa di numerosi servizi acquisiti (tra cui energia elettrica, telefono, ecc.). Questi costi sono slegati dal volume del fatturato per provvigioni.

Sono, sempre a titolo di esempio, variabili i costi per le provvigioni a sub-agenti o altri collaboratori remunerati a percentuale sulle vendite (se cresce il volume delle vendite sulle quali sono calcolate le provvigioni per l’agenzia, cresce anche l’importo che su tali vendite va a essi riconosciuto).

Tanto premesso, va evidenziato che il “punto di pareggio” è il volume di fatturato minimo che garantisce la copertura di tutti i costi ovvero il punto in corrispondenza del quale i costi eguagliano i ricavi, per cui non si hanno né utili né perdite (reddito zero). Sopra tale punto avremo il conseguimento di utili; al di sotto affrontiamo delle perdite.

Analiticamente il “fatturato di pareggio” è determinato attraverso alcuni semplici passaggi, fissando i seguenti valori:

 

A= Ricavi (fatturato)
B= Costi fissi
C= costi variabili
D= % costi variabili
E= 1- D = 1- %costi variabili
Punto Pareggio = B/E

 

Esempio

Consideriamo il conto economico dell’agenzia relativo a un certo periodo e analizziamo la struttura dei costi rispetto al volume dei ricavi.

A = Ricavi (fatturato provvigioni) = € 120.000,00

 

B = Costi fissi:

  • Spese dipendente amministrativo (stipendio, contributi, TFR)
  • Ammortamenti e/o leasing beni strumentali
  • Utilizzo locali ufficio (fitto, condominio, riscaldamento)
  • Spese auto (assicurazione e tassa possesso)
  • Telefono (canone fisso)
  • Energia elettrica
  • Pubblicazioni
  • Diritto CCIAA
  • Tenuta contabilità e consulenza
  • Quota iscrizione Usarci
  • Contributi INPS ed Enasarco (quota parte)
  • Altri costi fissi

Totale: € 43.200,00

 

  1. C) Costi variabili
  • Compensi a collaboratori commerciali
  • Spese esercizio auto (carburanti, lubrificanti, manutenzione e riparazione, pedaggi etc.)
  • Spese viaggio, alberghi e ristoranti
  • Telefono (quota gestione), fax, internet
  • Cancelleria
  • Postali
  • INPS ed Enasarco (quota parte)
  • Altri costi variabili tra cui imposte sul reddito

Totale: € 50.400,00

 

CONTO   ECONOMICO
DARE AVERE
COSTI: 93.600,00 RICAVI 120.000,00
UTILE: 26.400,00
UTILE: 120.000,00 TOTALE A PAREGGIO: 120.000,00

 

Per il calcolo del punto di pareggio avremo:

A = 120.000,00

B=   43.200,00

C=     50.400,00

 

D= 50.400 / 120,000,00 = 0,42

E= 1-0,42 = 0,58 (corrispondente a 58%)

BEP (Break even point) = 43.200,00 / 0,58 = 74,482,00.

 

A un volume di ricavi per provvigioni di euro 74.482,00 rispetto ai costi fissi di 43.200,00 e a quelli variabili di euro 31.282,00 (74.482,00 *0,42) per un totale di costi di euro 74.482,00 non vi è, appunto, né utile, né perdita.

Per evitare di cadere in perdita il volume del fatturato per la struttura economica ipotizzata il fatturato non deve scendere sotto tale livello per non registrare delle perdite.

Nella situazione reale ipotizzata di ricavi superiori a tale limite, € 120.000,00 e costi totali per 93.600 (43.200,00 + 50.400,00) ci troviamo invece in un’area di redditività positiva con un utile di euro 26.400,00 come sopra rappresentato.

Il Break Even Point è individuato anche graficamente con il cosiddetto “prophitgraf” o grafico del profitto.

Il calcolo del BEP è usato per alcune analisi valutative come vedremo in un prossimo articolo.

 

Gli agenti e la riforma del lavoro Job Act

8 Aprile 2015 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Gli agenti e la riforma del lavoro Job Act”

Il 2014 è contrassegnato, per quanto riguarda le norme sul lavoro, da due importanti gruppi di modifiche legislative, il ben noto “ decreto Poletti” e l’ancor più complesso e discusso “ Job Act” della fine dell’anno cui il primo intervento già si rapportava.

Tralasciando le novità che riguardano le problematiche relative al cosiddetto “contratto a tutele crescenti” che limita l’ipotesi di reintegra del lavoratore in caso di licenziamento, e tutte le diatribe, ancora oggi esistenti, sull’abolizione del famoso, direi famigerato “art. 18”, ci limitiamo in questa sede a trattare delle nuove disposizioni intervenute sulle assunzioni del personale.

1. LAVORO DIPENDENTE A TEMPO DETERMINATO

Un primo provvedimento emanato a marzo e convertito con la legge n. 78 del 19/5/ 2014 ha modificato la previgente normativa riguardante la cosiddetta “flessibilità in entrata” nel mondo del lavoro. Vediamo quanto può interessare gli agenti di commercio per i loro dipendenti e collaboratori. Quando parliamo di collaboratori e dipendenti in agenzia, non facciamo certamente riferimento ai subagenti (il rapporto di subagenzia è un vero e proprio rapporto di agenzia non esistendo nel nostro ordinamento uno specifico contratto “nominato” di tale tipo e tra l’altro il subagente civilisticamente è un imprenditore e fiscalmente produce redditi d’impresa). Ci riferiamo esclusivamente ai lavoratori subordinati che svolgono mansioni amministrative o commerciali o ai collaboratori occasionali, ai prestatori di collaborazioni coordinate e continuative o ai collaboratori “a progetto” che sono pur sempre lavoratori ma “autonomi”. Queste ultime tipologie contrattuali sono state spesso e in maniera massiva utilizzate per occultare un vero e proprio contratto di lavoro subordinato e quindi hanno formato oggetto di particolare attenzione a livello governativo al fine di un loro rientro in un alveo di regolare e corretto utilizzo. Vediamo le novità della riforma.

Con l’impiego più diffuso del contratto di lavoro a termine ovvero con l’incentivazione della cosiddetta “flessibilità” nel lavoro si cerca appunto di scoraggiare e/o ostacolare prestazioni di lavoro dipendente camuffate, in passato, con rapporti di collaborazione di vario tipo ed anche false “partite IVA”.

La flessibilità lavorativa è un concetto teorico che riguarda la possibilità che un lavoratore muti più volte, nell’arco della propria vita, la propria attività occupazionale non restando legato durevolmente, in base ad un contratto a tempo indeterminato, a uno stesso datore di lavoro. Il contratto a termine è una tipologia contrattuale da tempo al centro dell’attenzione degli operatori. E’ evidente che il contratto a termine è meno vincolante per le aziende per la presenza dell’apposizione di un “termine ” finale che comporta la relativa durata limitata del rapporto.

L’aspetto più deterrente ai fini del relativo utilizzo di tale istituto in passato risiedeva nell’incertezza collegata al possibile contenzioso attivabile da parte del dipendente che alla fine del rapporto di lavoro invocava l’inesistenza di una particolare ragione che giustificasse il “termine”, per cui era richiesto l’accertamento giudiziale di un rapporto a tempo indeterminato anziché a tempo determinato, cosa questa ancor più complicata dal manifestarsi di una o più proroghe contrattuali. Con la previsione di contratto di lavoro a tempo determinato caratterizzato da poche e chiare regole e soprattutto “acausale”, inteso come senza causale (e non senza causa: la causa del contratto va pur sempre individuata nella prestazione del lavoratore e nella controprestazione del datore di lavoro consistente nel corrispettivo) si è inteso dare un pratico impulso a tale tipologia contrattuale. Il datore   di lavoro per utilizzare tale rapporto di lavoro non deve, quindi, specificare, come avveniva in passato, le particolari ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo che giustificassero l’apposizione di un termine. In base alle nuove disposizioni, comunque, questa caratteristica può essere utilizzata per contratti a tempo determinato fino a 36 mesi con la possibilità di arrivare fino a cinque proroghe, permanendo le medesime mansioni del lavoratore. Le proroghe devono sempre essere concordate fra le parti. Durante il periodo prorogato il lavoratore deve essere adibito, si ripete, alla stessa attività svolta in esecuzione del medesimo contratto a termine nel periodo ante proroga. Dopo la cessazione di un contratto a termine, le medesime parti possono stipulare altri contratti a termine (e la legge non prevede alcun numero massimo di contratti che possono essere stipulati in successione) purché siano sempre rispettati gli intervalli di tempo di 10 o di 20 giorni tra la fine di un contratto a termine, rispettivamente di durata fino a 6 mesi o superiore, e l’inizio di un nuovo contratto a termine.

Rispetto alla normativa previgente ora c’è da rispettare un limite massimo di utilizzo del contratto rappresentato dalla percentuale massima consentita di lavoratori con contratti a termine pari al 20% del personale in forza a tempo indeterminato esistente nell’azienda datoriale all’inizio dell’anno in cui avviene l’assunzione.

2. LAVORO A TEMPO INDETERMINATO

La novità più sostanziale, e certamente quella più interessante, del pacchetto di modifiche previste dal “Decreto Sviluppo” ma rientrante pur sempre nella complessa manovra governativa sul lavoro è quella relativa al beneficio contributivo triennale per i nuovi assunti nell’anno 2015 a tempo indeterminato, sempreché i lavoratori interessati non abbiano svolto nel semestre precedente l’assunzione alcuna mansione sempre a tempo indeterminato. Per l’azienda è prevista la regolarità contributiva attestata dal Durc.

Il bonus è riconosciuto anche a lavoratori già dipendenti nella stessa attività d’impresa, sotto forma di uno o più contratti a termine trasformati a tempo indeterminato.

L’agevolazione riguarda i soli contributi previdenziali e non anche quelli assistenziali (INAIL) o il TFR da erogare al Fondo di Tesoreria dell’INPS o i contributi dovuti ai Fondi di solidarietà degli Enti Bilaterali.

Il valore massimo oggetto di sgravio contributivo è rappresentato dall’importo annuale di euro 8.060, nella misura mensile quindi di euro 671,66.   In caso di contributi mensili inferiori al tetto, l’eccedenza sarà accantonata e utilizzata nei periodi successivi fino al raggiungimento del tetto imposto dalla legge.

In altre parole per un lavoratore del settore commercio, impiegato amministrativo IV livello con retribuzione imponibile contributiva annuale di circa euro 22.000, con aliquota contributiva a carico ditta di 26,93% (iscritti alla gestione commercianti) spetterebbe uno sgravio di contributi annuali di euro 5.925,00 (€ 5,925,00 rientra nel massimo di € 8,060) che per un triennio comporta un risparmio di euro 17.775,00 che certamente non è poca cosa.

Occorrerà per il beneficio la richiesta all’INPS di un apposito codice agevolativo da utilizzare per il periodo di validità 1/1/2015 – 31/12/2018. L’agevolazione è certamente da valutare adeguatamente.

Per eventuali informazioni su tale argomento come per altri chiarimenti e approfondimenti pratici in materia di lavoro contattare la segreteria USARCI-LANARC.

 

ENASARCO, i contributi per il 2015

12 Gennaio 2015 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “ENASARCO, i contributi per il 2015”

Per l’anno appena iniziato trovano applicazione ai fini degli adempimenti contributivi per gli Agenti e Rappresentanti di Commercio   le seguenti variazioni previste dal regolamento delle Attività Istituzionali dell’Ente del 22 dicembre 2010 e successivi aggiornamenti.

Contributo previdenziale obbligatorio (art. 4 del Regolamento)

Il contributo previdenziale obbligatorio che deve essere calcolato su tutte le somme dovute all’agente a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di agenzia (compresi acconti e premi) passa per il 2015 al 14,65 (di cui il 7,325 a carico dell’agente) secondo la progressione che deve condurre gradualmente l’aliquota al 17% nel 2020.

Il contributo segue il criterio “di competenza” nel senso che va liquidato sulle provvigioni maturate, anche se non ancora liquidate.

La contribuzione è dovuta da parte degli agenti che operino sia in forma individuale sia in forma di società di persone, Snc e Sas. Per queste ultime il contributo è suddiviso tra i soci illimitatamente responsabili in misura corrispondente alla quota di partecipazione societaria di ciascuno.

Esempio : Sas con 4 soci

Socio A   accomandatario   quota 40%

Socio B   accomandatario   quota 20%

Socio C   accomandante   quota 30%

Socio D   accomandante   quota 10%

Totale quote soci illimitatamente responsabili   (40%+20%= 60%)

Attribuzione contributi Socio A 66,67%           (40 su 60)

Attribuzione contributi Socio B 33,33%           (20 su 60)

Il preponente che si avvalga di agenti operanti in forma societaria o associata deve precisare per ciascuna struttura di agenzia gli estremi dell’atto costitutivo con l’indicazione per ciascuno dei soci illimitatamente responsabili la quota di partecipazione societaria. In difetto della comunicazione i contributi sono ripartiti tra i soci in maniera paritetica.

Eventuali modifiche della quota di partecipazione societaria hanno efficacia dal trimestre successivo a quello della relativa comunicazione alla Fondazione.

Le società di agenzia costituite sotto forma di società di capitali (Srl, Spa) sono assoggettate al pagamento di un’aliquota paritetica con il preponente, secondo la seguente progressione:

 

Importi provvigionali annui             Aliquota contributiva 2015

                                                        

Fino a 13.000.000,00                                         3,60%                                            

Da 13.000.000,01 a 20.000.000,00           1,80%                                                  

Da 20.000.000,01 a 26.000.000,00           0,90%                                                    

Oltre 26.000.000,00                                           49%

 

Nel quadrimestre successivo all’approvazione del Bilancio Consuntivo di ciascun anno la Fondazione mette a disposizione di ciascun agente un riepilogo della sua posizione previdenziale aggiornata con i contributi pervenuti entro il 31 dicembre dell’anno precedente. Entro la stessa data la Fondazione mette, altresì, a disposizione di ciascun preponente un riepilogo dei contributi versati (estratto conto), compresi quelli oggetto di regolarizzazioni e accreditamenti ritardati. L’eventuale contestazione di tali riepiloghi deve pervenire, a pena di decadenza, entro sei mesi, decorsi i quali i riepiloghi dei contributi accreditati s’intendono approvati. Eventuali segnalazioni di inesattezze o incongruenze possono essere effettuate attraverso il “Contact Center” dell’Istituto,   tramite mail o direttamente,   recandosi presso un Ufficio territoriale Enasarco. L’estratto conto può essere acquisito solo “online”. Il suo aggiornamento segue di circa 4 mesi l’approvazione del bilancio consuntivo che la Fondazione Enasarco approva entro il mese di giugno.

 

Massimali provvigionali (articolo 5)

Il contributo previdenziale obbligatorio è dovuto, per ciascun rapporto di agenzia, nel limite inderogabile del massimale provvigionale annuo che nel 2015 con un regime transitorio di elevazione graduale transitoria ha raggiunto i seguenti valori:

 

Tipologia del rapporto di agenzia         massimali provvigionali 2015

Monomandatario                                       37.500,00

Plurimandatario                                       25.000,00

Il massimale provvigionale annuo non é frazionabile.

Il preponente è tenuto a comunicare per ciascun agente l’ammontare di tutte le provvigioni liquidate, anche nel caso di superamento dei massimali provvigionali.

 

Minimale contributivo (articolo 5.2)

Il minimale contributivo annuo, per ciascun rapporto di agenzia rimane fissato anche per il 2015 ad Euro 800,00 per l’agente monomandatario e ad Euro 400,00 per l’agente plurimandatario. Il minimale contributivo è frazionabile per quote trimestrali ed è dovuto per tutti i trimestri di effettiva durata del rapporto di agenzia nell’anno considerato sempreché, in almeno uno di essi, sia maturata una provvigione. In caso di mancato raggiungimento del minimale contributivo annuo, la differenza tra il minimale e l’entità dei contributi effettivamente maturati (applicando le normali aliquote sull’importo delle provvigioni) è a totale carico del preponente.

 

Contributo facoltativo (articolo 7)

Al solo fine di incrementare il montante contributivo è data facoltà all’agente iscritto alla Fondazione antecedentemente al 1° gennaio 2004 che abbia almeno un rapporto di agenzia in essere di versare, a suo esclusivo carico, un contributo annuo facoltativo ulteriore rispetto a quello obbligatorio citato. Tale facoltà è riconosciuta agli iscritti al solo fine di incrementare la quota di pensione di vecchiaia ed in particolare di quella corrispondente all’anzianità contributiva maturata a partire da tale data calcolata oggi con il sistema contributivo. L’entità del contributo facoltativo è liberamente determinata dall’agente, in misura almeno pari alla metà del minimale contributivo previsto per l’agente plurimandatario e quindi nella misura minima di euro 200,00 (50% di euro 400).

 

Modalità di versamento: Il versamento dei contributi è effettuato nei modi e con le forme consuete, stabiliti dalla Fondazione. Esso è preceduto dall’invio di una distinta conforme a quella richiesta dalla Fondazione, compilata in ogni sua parte e trasmessa nei modi e con le forme dalla stessa stabiliti. I contributi devono pervenire alla Fondazione, salvo diversa scadenza, entro il 20° giorno del secondo mese successivo alla scadenza di ciascuno dei seguenti trimestri e quindi:

           Periodo                             Scadenza versamento

1 gennaio – 31 marzo                           20 maggio

1 aprile – 30 giugno                             20 agosto

1 luglio – 30 settembre                         20 novembre

1 ottobre – 31 dicembre                       20 febbraio

Il preponente è esclusivo responsabile del pagamento anche per la parte a carico dell’agente che viene trattenuta all’atto del pagamento delle somme a cui si riferiscono i contributi stessi.

 

Il TFR e la polizza assicurativa per i dipendenti

10 Ottobre 2014 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Il TFR e la polizza assicurativa per i dipendenti”

In un momento di difficoltà finanziarie come quello che stiamo vivendo, un evento come le dimissioni o il licenziamento di un collaboratore subordinato dell’agenzia (addetto alla segreteria, all’amministrazione o al lavoro commerciale) può essere causa di problematiche riguardanti la liquidità aziendale per effetto del relativo e talvolta consistente esborso monetario che comporta.
Com’è noto il “Trattamento di fine rapporto” o, brevemente, “TFR”, rappresenta una somma che spetta di diritto a qualsiasi lavoratore subordinato alla fine del suo rapporto di lavoro con l’azienda.
Dal 1° giugno 1982, con la legge n. 297, esso sostituisce la vecchia indennità di anzianità e costituisce un elemento della retribuzione “differito” poiché il relativo pagamento è legato a un momento successivo (la cessazione del rapporto di lavoro) rispetto alla prestazione dell’attività lavorativa, pur essendo disciplinata la possibilità della concessione di acconti nel corso della stessa ricorrendo ben determinati motivi e secondo particolari condizioni (acquisto casa, malattia, spese sanitarie ecc.)
Va subito evidenziato che prima della riforma della previdenza complementare del 2005, il trattamento di fine rapporto era accantonato presso il datore di lavoro e restava in azienda fino alla cessazione del rapporto. Dall’1/1/2007, con la nuova normativa, il TFR assumeva finalità di strumento di finanziamento previdenziale con la costituzione di un apposito Fondo di Tesoreria presso l’INPS per la gestione degli accantonamenti delle somme maturate a tale titolo. In ogni caso per le aziende con meno di 50 dipendenti (ed in tale casistica ricadono nella pratica la quasi totalità delle agenzie) la gestione del TFR è di competenza esclusiva del datore di lavoro.
Sinteticamente, il procedimento di calcolo del TFR è basato sul seguente meccanismo:
– per ciascun anno di servizio è calcolata una retribuzione utile ai fini del TFR tenendo presente le voci oggetto di trattamento economico, escludendo da tale base di calcolo alcune voci retributive occasionali (come straordinario a carattere saltuario o non continuativo) e altre previste dal contratto collettivo applicato;
– la retribuzione utile è divisa per il coefficiente 13,5;
– la somma ottenuta è accantonata e annualmente rivalutata al 31/12/ di ciascun anno secondo determinati coefficienti di aggiornamento ISTAT;
– l’importo dell’accantonamento risultante alla fine di ciascun anno va opportunamente contabilizzato e deve essere comunicato al lavoratore.
Il TFR non è assoggettato a contributi previdenziali ma è tassabile fiscalmente ai fini delle imposte dirette come previsto dal relativo Testo Unico.
Per il relativo calcolo va altresì tenuto conto che per le assunzioni antecedenti al 1° gennaio 1990 è previsto un particolare criterio di calcolo che tiene conto delle modalità di computo della vecchia indennità di licenziamento fino al 31/5/1982 e delle norme che disciplinano lo stesso fino al 31/12/1989.
Nel caso, come spesso avviene, di lavoratori dipendenti che hanno operato nell’agenzia da molti anni, l’ammontare dell’indennità di fine rapporto (pari, come si è visto, a circa una mensilità per ogni anno si servizio, oltre a rivalutazione) può risultare consistente e tale da comportare qualche problema finanziario per la relativa liquidazione. Il datore di lavoro può decidere, in via del tutto spontanea, non sussistendo alcun obbligo di legge, di stipulare una polizza assicurativa a tutela dell’erogazione dell’importo dovuto al lavoratore. L’intervento di una compagnia di assicurazione consente di coprire gli impegni dell’azienda nei confronti dei propri dipendenti per il pagamento del dovuto TFR e dei relativi anticipi senza, nel contempo, rinunciare a una forma di risparmio.
Si tratta, quindi, di un’operazione finanziaria che consiste nel pagamento alla compagnia di assicurazione di un premio che matura interessi; i montanti cumulati nel tempo permettono la copertura finanziaria del fondo trattamento di fine rapporto maturato. Le diverse compagnie prevedono specifici “Piani di accantonamento” i quali prevedono, in ogni caso, che gli accantonamenti possono essere corrisposti dal datore di lavoro in qualsiasi momento, senza alcun costo aggiuntivo e senza vincoli d’importo; per questo motivo l’azienda ha la possibilità di pianificare il piano di risparmio senza esserne vincolata.
I piani per l’accantonamento possono essenzialmente essere ricondotti a due tipologie. La prima e più frequente (c.d. TFR azienda), utilizzata per la gestione del risparmio aziendale, prevede che il beneficiario di tutte le posizioni sia l’azienda medesima. Dopo un certo periodo dal primo versamento relativo alla polizza sottoscritta, è possibile riscattare il contratto totalmente o parzialmente anche per fini diversi dal pagamento del TFR. A fronte dei premi versati normalmente matura una rendita finanziaria che sarà riscossa, al verificarsi dell’evento che prevede il rimborso assicurativo, unitamente al capitale versato.
La seconda tipologia prevede quale diretto beneficiario della polizza il dipendente (c.d. TFR dipendente). Alla cessazione del rapporto di lavoro (o in caso di erogazione di un anticipo) la Compagnia provvede all’erogazione del capitale maturato dal singolo prestatore (o una porzione in caso di anticipo) sulla relativa posizione. Tale forma è utilizzata dalle aziende anche a titolo d’incentivo a favore del dipendente, il quale ha innanzitutto la certezza che il suo TFR sia sottratto al rischio impresa. Alla cessazione del rapporto l’esistenza di un capitale maggiore rispetto al TFR dovuto rappresenterebbe, poi, per il lavoratore un benefit aggiuntivo.
Ogni azienda sceglierà la soluzione assicurativa più adatta alle sue esigenze.
La polizza assicura un rendimento legato alla gestione degli accantonamenti. In alcuni casi è previsto un rendimento percentuale minimo garantito legato alla cessazione del rapporto di lavoro o alla scadenza della polizza.
Il capitale liquidato in caso di cessazione del rapporto di lavoro non può risultare inferiore al totale degli accantonamenti effettuati per quello specifico dipendente fino alla data il giorno dopo l’ingresso in assicurazione.

Antiriciclaggio, limitazioni all’uso del contante

8 Luglio 2014 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Antiriciclaggio, limitazioni all’uso del contante”

Antonio Tardio*

La norma sulla circolazione del contante desta ancora perplessità circa la sua applicazione, anzitutto tra gli agenti di commercio, alle prese con i pagamenti tra clienti e fornitori. Pertanto per fugare ogni dubbio è opportuno specificare alcuni aspetti.

 

Normativa di riferimento

Il comma 1 dell’articolo 12 del Decreto Legge 6 dicembre 2011 n. 201 (entrato in vigore il 6 dicembre) ha previsto l’abbassamento a 1.000 del limite dell’uso del contante e di titoli al portatore (assegni liberi, obbligazioni, certificati di deposito, libretti di risparmio e altri titoli che non nascono nominativi) previsti dalla legge 231/2007, testo cardine dell’antiriciclaggio.

Si inasprisce, quindi, quanto già previsto dalla manovra d’agosto (decreto 13 agosto 2011 n. 131) che aveva già ridotto l’utilizzo da 5.000 a 2.500 euro.

 

Effetti pratici

A seguito della riduzione della soglia per i trasferimenti di denaro contante, non è più possibile effettuare pagamenti tra soggetti diversi in un’unica soluzione in contante di importo pari o superiore a € 1.000. I trasferimenti eccedenti tale limite vanno eseguiti tramite intermediari abilitati (banche, Poste, ecc.).

Il divieto esiste indipendentemente dalla natura (lecita o illecita) dell’operazione alla quale il trasferimento si riferisce, al fine ultimo di dirottare le transazioni che eccedano tale limite verso gli intermediari abilitati, affinché resti archiviata ogni traccia relativa al movimento finanziario.

 

Trasferimenti a rischio:

 

  • trasferimenti di denaro senza “acquisti”. Sono riconducibili nella fattispecie i trasferimenti di denaro senza che si sia necessariamente verificato l’acquisto di un bene o di un servizio da parte del soggetto che effettua la transazione. Si consideri ad esempio:

Þ un finanziamento effettuato dai soci alla società in contanti per un importo pari o superiore a 1.000 euro;

Þ la restituzione in contanti da parte della società del medesimo finanziamento, sempre per importi pari o superiori alla predetta soglia.

 

  • Il pagamento di fatture. Esso rappresenta sicuramente una delle “circostanze” da comprendersi fra le ipotesi di infrazione: il pagamento in contanti di una fattura o di una prestazione sempreché, beninteso, la somma di denaro contante sia pari o superiore a 1.000 euro.

 

  • Trasferimento di somme tra società. Non determina alcuna violazione il trasferimento di denaro contante, senza il tramite di un istituto di credito, da un conto all’altro della medesima società. La disposizione è sufficientemente chiara su questo punto, laddove si afferma che l’infrazione viene commessa solo per i trasferimenti di denaro contante (per importi pari o superiore a 1.000 euro) effettuati tra soggetti diversi.

La predetta limitazione riguarda complessivamente il valore oggetto di trasferimento e si applica anche alle c.d. “operazioni frazionate”, ossia a quei pagamenti inferiori al limite che appaiono artificiosamente frazionati.

Chi dovesse effettuare uno dei pagamenti in più momenti successivi (per esempio: 500 euro al giorno per 3 giorni, anche non consecutivi) e la somma di questi sia riconducibile a un’unica operazione di acquisto, attuerebbe un trasferimento di denaro comunque sanzionabile in via amministrativa.

Il che non avverrebbe, deve essere precisato, se si trattasse di acquisti di oggetti diversi anche presso lo stesso commerciante oppure, a maggior ragione, in punti vendita differenti.

Al riguardo, si ricorda che la violazione è punita con una sanzione amministrativa pecuniariadall’1% al 40% dell’importo trasferito (come previsto dal co. 1 dell’art. 58), che non può essere inferiore nel minimo a euro 3.000 e, nel caso di violazioni superiori a euro 50.000, a euro 15.000 (come previsto dal nuovo co. 7-bis dell’art. 58).

 

 

Frazionamento

L’operazione “frazionata” è considerata dalla legge antiriciclaggio un comportamento fraudolento.

Il pagamento, o comunque il trasferimento di somme “frazionato”, si riferisce a un’operazione “unitaria sotto il profilo economico”, ma compiuta in momenti diversi per il solo scopo di aggirare la norma che mira all’emersione della stessa.

La legge antiriciclaggio – il decreto legislativo 231/2007 – definisce frazionata l’operazione “posta in essere attraverso più operazioni, singolarmente inferiori ai limiti, effettuate in momenti diversi ed in un circoscritto periodo di tempo (7 giorni), ferma restando la sussistenza dell’operazione frazionata quando ricorrano elementi per ritenerla tale”.

Il divieto si applica anche ai trasferimenti a titolo gratuito. Una donazione, un lascito ereditario, un’offerta, un prestito tra amici o parenti dovranno seguire la regola del contante.

 

Sanzioni

Nel caso di trasferimento di denaro contante e titoli al portatore di importo pari o superiore a € 1.000 scatterà una sanzione che potrà oscillare tra l’1% al il 40% dell’importo trasferito e comunque non inferiore a € 3.000.

Nel caso di importi superiori a € 50.000 la sanzione applicabile è compresa tra il 5% e il 40% dell’importo trasferito, fermo restando l’importo minimo della sanzione pari a € 3.000.

In caso di violazione dell’obbligo di comunicazione al MEF è applicabile la sanzione dal 3% al 30% dell’importo dell’operazione e comunque non inferiore a € 3.000.

 

L’art. 49, D. Lgs. n. 231/2007 dispone che le banche e le Poste devono rilasciare i moduli di assegni muniti della clausola di non trasferibilità, che va apposta anche su assegni circolari e vaglia postali o cambiari.

I moduli in forma libera, ossia senza la clausola di non trasferibilità, sono rilasciati esclusivamente nei seguenti casi:

  • a seguito di una specifica richiesta scritta presentata dal soggetto interessato alla banca ovvero alle Poste;
  • pagando € 1,50 a titolo di imposta di bollo, per ciascun modulo di assegno richiesto in forma libera ovvero per ciascun assegno circolare, vaglia postale o cambiario rilasciato in forma libera (così, ad esempio, per un libretto di 10 assegni è necessario pagare € 15).

 

Con l’introduzione dei nuovi limiti, detti assegni e vaglia trasferibili potranno essere utilizzati esclusivamente per importi inferiori a € 1.000.

Al riguardo, si ricorda che la violazione è punita con una sanzione amministrativa pecuniariadall’1% al 40% dell’importo trasferito (come previsto dal co. 1 dell’art. 58), che non può essere inferiore nel minimo a euro 3.000 e, nel caso di violazioni superiori a euro 50.000, a euro 15.000 (come previsto dal nuovo co. 7-bis dell’art. 58).

 

L’utilizzo degli assegni: sanzioni

  • emissione assegni bancari e postali di importo pari o superiore a € 1.000 ovvero assegni circolari, vaglia postali o cambiari senza indicazione del nome/ragione sociale del beneficiario e/o senza clausola di non trasferibilità;
  • emissione assegni all’ordine del traente non girati direttamente per l’incasso a una banca/Poste.

IONE

Dall’1% al 40% dell’importo trasferito e comunque non inferiore a € 3.000.

Nel caso di importi superiori a € 50.000, la sanzione applicabile è compresa tra il 5% e il 40% dell’importo trasferito, fermo restando l’importo minimo della sanzione pari a € 3.000.

In caso di violazione dell’obbligo di comunicazione al MEF è applicabile la sanzione dal 3% al 30% dell’importo dell’operazione e comunque non inferiore a € 3.000.

SANZIONE

  • In caso di libretti di deposito bancari o postali al portatore il saldo non può essere pari o superiore a € 1.000;
  • Per i libretti di deposito esistenti al 6.12.2011, con un saldo pari o superiore a € 1.000, il portatore, entro il 31.12.2011 dovrà estinguere il libretto, ovvero ridurre il relativo saldo a una somma inferiore al predetto limite;
  • in caso di trasferimento, il cedente è tenuto a comunicare i dati identificativi del beneficiario, nonché la data del trasferimento alla banca o alle Poste entro 30 giorni.

 

In caso di violazione, si applicano le seguenti sanzioni:

  • Per i libretti di deposito al portatore con saldo pari o superiore a € 1.000 dal 20% al 40% del saldo e comunque non inferiore a € 3.000.
  • Nel caso di importi superiori a € 50.000 la sanzione è aumentata del 50%, pertanto la stessa sarà dal 30% al 60% del saldo.
  • Libretti di deposito al portatore esistenti al 6.12.2011 con saldo pari o superiore a € 1.000 per i quali entro il 31.12.2011 non si provvede alla riduzione del saldo ovvero all’estinzione Dal 10% al 20% del saldo con un minimo di € 3.000 (dal 15% al 30% nel caso di importi superiori a € 50.000).
  • Lo stesso avverrebbe nel caso in cui si presentasse allo sportello un soggetto con dei certificati di deposito (titoli bancari tipicamente al portatore) non accesi da lui in origine. Per poterli estinguere dovrebbe produrre idonea attestazione della loro provenienza.

È quindi opportuno evidenziare che le regole sul contanteriguardano: i “trasferimenti” che non transitano dagli intermediari abilitati, ma solo tra privati. Nessun limite è invece imposto ai prelevamenti o versamenti sui propri conti (o altrui con apposita delega) presso gli sportelli bancari o postali.

Prima dell’emanazione del D.L. 201/2011, le infrazioni circa l’uso del contante dovevano essere comunicate entro 30 giorni solamente al MEF.

Per violazioni di importo inferiore a € 250.000, le comunicazioni in esame andavano inoltrate alla competente Direzione Provinciale dei servizi vari di seguito riportate.

I trasferimenti, se riguardano titoli al portatore, generano pagamenti che non possono essere rifiutati dalle banche e dalle poste; queste avranno solo l’obbligo di comunicare l’infrazione al Ministero dell’Economia e delle Finanze e all’Agenzia delle Entrate.

A maggior ragione, ciò vale per gli assegni, ma in pratica solo quelli tratti su libretti senza la clausola prestampata di non trasferibilità.

 

Per ragioni di esaustività si elencano al riguardo le risposte che il Ministero delle Finanze e la GdF hanno fornito alla stampa specializzata in merito agli argomenti trattati.

 

Pagamento stipendi a rate

È stato chiesto se il datore di lavoro può pagare in contanti uno stipendio pari ad € 1.500 in 3 rate a distanza di 10 giorni l’una dall’altra. Al fine di prevenire fattispecie di illecito, il MEF ha precisato che tale comportamento non è ammissibile, ancorché le rate siano inferiori al limite fissato dalla legge, fatta salva l’ipotesi in cui dall’accordo scritto dalle parti, se conforme alla contrattazione collettiva, nazionale e integrativa di categoria, risulti che il pagamento dello stipendio in più rate rappresenti una modalità tipica di adempimento.

 

Operazioni frazionate

Con riguardo alle operazioni frazionate, l’art. 1, comma 2, lett. m), D.Lgs. n. 231/2007 prevede un arco temporale certo (7 giorni) entro il quale un’operazione può ritenersi unica.

È stato chiesto se la predetta disposizione trovi applicazione anche per le operazioni in contanti (per il pagamento di una fattura in 5 rate è necessario, al fine di non configurare un indebito frazionamento, che

fra una rata e l’altra decorrano almeno 7 giorni).

Il MEF ha precisato che, come l’accordo espresso tra le parti non è automaticamente idoneo ad escludere l’artificiosità del frazionamento, anche l’effettuazione delle transazioni finanziarie in un periodo pari o inferiore a 7 giorni non implica l’artificiosità del frazionamento.

Ciò che rileva è l’emersione di un intento elusivo, rinvenibile dal complesso della documentazione e delle informazioni rilevanti nel caso specifico.

Spetta ai soggetti destinatari della disciplina antiriciclaggio l’onere di individuare eventuali elementi idonei a ricondurre una pluralità di operazioni a unità. Va infatti verificato (caso per caso) l’oggetto della prestazione al fine di accertare se i pagamenti plurimi rappresentano frazioni di unità, ancorché effettuati in un periodo superiore a 7 giorni, ovvero se rappresentano una pluralità di prestazioni.

 

Pagamenti totali oltre soglia per fatture sotto soglia

Nel caso di fatture dello stesso fornitore, ciascuna di importo inferiore ai 1.000,00, è possibile il pagamento in contanti, nella stessa data, considerato il fatto che complessivamente l’ammontare delle due fatture è superiore ai 1.000,00 euro?
Di fronte a più fatture si ritiene possibile il pagamento in contanti quando il singolo trasferimento, collegato alla singola fattura, è sotto la soglia di riferimento.

Oggetto di osservazione è quindi il valore dell’operazione documentato dalle singole fatture.

 

Prelevamenti/pagamenti soci/società

Sono stati chiesti chiarimenti circa la correttezza dei seguenti 3 comportamenti:

1. soci di società di persone che prelevano in contanti acconti di utili in rate mensili di importo inferiore ad € 1.000 (ad esempio, 12 rate da € 800 per complessivi € 19.200);

2. corresponsione da parte di una società di capitali di dividendi in contanti in più rate (ad esempio, società con 4 soci che ha conseguito un utile pari ad € 10.800 che eroga a ciascun socio, a partire da maggio, l’importo di € 2.700 suddiviso in 3 rate mensili di € 900 cadauna);

3. soci di società di persone che erogano ogni 10/15 giorni finanziamenti in contanti alla società (ad esempio, ciascuno dei 2 soci eroga alla società, ogni 2 mesi, 6 finanziamenti in contanti di € 800 cadauno per un importo complessivo pari ad € 9.600).

Il MEF, fornendo una risposta unitaria alle predette fattispecie, precisa che il divieto di effettuare operazioni frazionate è finalizzato a monitorare e circoscrivere quei fenomeni di aggiramento della normativa che limita la circolazione del denaro contante.

Pertanto, l’intento elusivo va escluso, quindi il frazionamento in più importi inferiori al limite è ammesso nel caso in cui lo stesso sia previsto dalla prassi commerciale (ad esempio, contratto di somministrazione) o da accordi contrattuali (scritti) stipulati prima dell’effettuazione dei pagamenti.

L’Amministrazione, pur in presenza di uno specifico accordo tra le parti, si riserva comunque la valutazione discrezionale, in base alla concreta sussistenza di un frazionamento artificioso.

Consulente fiscale USARCI-LANARC

 

Il redditometro è operativo

8 Aprile 2014 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Il redditometro è operativo”

In occasione del Convegno tenuto a Napoli presso la locale CCIA su una serie d’interessanti problematiche in materia di agenzia, si è avuto modo di affrontare anche il problema della fiscalità. Nell’occasione l’attenzione è stata principalmente concentrata su un tema di attualità e soprattutto di grande impatto sull’intera comunità nazionale, il cosiddetto “redditometro” visto in particolare come uno strumento di lotta all’evasione. Sono stati quindi trattati i vari aspetti del problema e, poiché è finita la fase organizzativa dello stesso, si è passati alla fase operativa.

La lotta all’evasione in Italia

Il fenomeno dell’evasione fiscale ha rappresentato e rappresenta, come è noto, una piaga sociale di particolare gravità nei paesi in cui esso si manifesta con un alto tasso di incidenza.  oltre a creare danni  ai contribuenti onesti aggirando il principio di equità sociale di fronte al fisco, rappresenta un nodo centrale all’interno dell’analisi economica e della conseguente politica economica di ciascuno Stato.  Infatti il mancato recupero di entrate  da parte dello Stato, da impiegare nella spesa pubblica oppure nel finanziamento della crescita economica, crea da una parte un potenziale contributo all’eventuale deficit pubblico e quindi alla creazione di debito pubblico, dall’altra mancati interventi di stimolo statale per la crescita economica stessa. Alla lunga, oltre a possibili disservizi pubblici, la maggiore imposizione fiscale può determinare una diminuzione dei redditi dei consumatori, con calo dei consumi e quindi ulteriore flessione della crescita economica. Il recupero di evasione sarebbe dunque potenzialmente in grado di affrontare e risolvere due distinti problemi, quello del debito pubblico e quello della crescita economica, in maniera tanto maggiore, rapida ed efficace quanto più esso si avvicina al totale dei fondi evasi.

Lo stato, se impossibilitato, come spesso accade, a recuperare completamente i fondi da evasione, è costretto di conseguenza a ridurre la spesa pubblica con conseguente possibile diminuzione della qualità dei servizi  offerti e/o all’aumento della tassazione e del prelievo fiscale sui contribuenti (es. aumento delle accise) con effetto di aumento della pressione fiscale. o del cuneo fiscale. Un breve passaggio va fatto sulla pressione fiscale.

L’incidenza della tassazione nel nostro Paese ha raggiunto livelli insostenibili. L’Italia è sul podio più alto rispetto agli altri Paesi Europei. Con il 54 % della pressione fiscale effettiva, quella riferita al PIL emerso, il nostro Paese conquista nel 2013 il record della tassazione fra le economie sviluppate. E poco consola che nel 2012 questa fosse al 55%. A dare agli italiani il primato tra i pagatori di tasse è l’Ufficio Studi Confcommercio, che stima la pressione fiscale apparente di quest’anno al 44,6% del PIL (44,3% nel 2012). Sul podio, dunque, e con l’intenzione di restarci.

Se nel resto del mondo sembra prevalere la tendenza al ridurre la pressione fiscale, il nostro Paese è in controtendenza con un incremento di quella apparente di 2,7 punti di PIL nel 2013 rispetto al 2000. Nello stesso periodo in Svezia il calo è stato di 7,6 punti, di 3,3 punti negli Usa e di 2 punti in Germania. La pressione fiscale record è confermata dal confronto con gli altri paesi occidentali. Le tasse in Italia sono, quindi, più alte che nel mitico Nord Europa, pur con servizi e strutture decisamente inferiori.

Detto questo, non è in alcun modo giustificabile il ragionamento: “le tasse sono alte, i soldi vanno sprecati per cui è giusto non pagarle”.

Nulla di più sbagliato, le tasse vanno pagate. Chi non le paga e utilizza strutture e servizi pubblici è un parassita e  prima o poi si dovrà vergognare. Si rende, pertanto, necessaria una lotta all’evasione intelligente e generalizzata con strumenti operativi nuovi consentiti dalle moderne tecnologie offerte dal mondo del web.

 

Redditometro

Già dal 1991 uno studio effettuato dall’Ufficio centrale per lo sviluppo e la coscienza civica del contribuente rilevava: “Affinché i cittadini siano chiamati a concorrere alla spesa pubblica con maggiore equità occorre creare una mentalità diffusa in tutti gli ambienti affinché non ci si compiaccia della furbizia dell’evasore, ma la condanni decisamente come un comportamento egoista e disonesto nei confronti della collettività”.

Tutti i cittadini e i contribuenti onesti hanno il dovere di collaborare con le istituzioni preposte affinché la lotta all’evasione su presupposti di equità e giustizia tributaria possa avere successo. La cooperazione delle altre istituzioni e della collettività nel contrasto all’evasione fiscale è uno strumento significativo nella lotta agli illeciti tributari e a tutela dei contribuenti onesti. Ciò rende più efficace l’azione di contrasto all’evasione, anche grazie ai nuovi “attori” che ogni giorno affiancano la Guardia di Finanza e le altre istituzioni da sempre impegnate in prima linea: comuni, ordini professionali, associazioni di categoria e non solo.

E in questa sede va sottolineato che tra le associazioni di categoria come la nostra (La Federazione Nazionale USARCI e la locale LANARC) devono fornire il pieno contributo alla riuscita di qualsiasi intervento diretto in tal senso. Si difendono gli interessi della categoria non solo intervenendo con spirito di collaborazione per migliorare, nel rispetto di quell’equità fiscale la normativa che talvolta non tiene conto delle esigenze specifiche del settore operativo (come avvenuto con gli studi di settore, la deducibilità di particolari costi, l’assoggettabilità all’IRAP per gli agenti) ma operando a tutela di tutti i cittadini onesti che vogliono pagare le giuste imposte non sottraendosi ai loro doveri costituzionali. La Costituzione non detta solo regole per i diritti del singolo ma anche e soprattutto i doveri di ciascun componente la collettività.

Il Fisco italiano sta tentando, da tempo, di compiere un cammino verso una maggiore giustizia tributaria da attuarsi attraverso controlli sempre più raffinati di lotta basati sul controllo del tenore di vita dei contribuenti per determinare “sinteticamente” il reddito tassabile di questo.

Il presupposto del redditometro sinteticamente è il seguente: chi spende dovrebbe avere guadagnato più o meno in proporzione. Questa metodologia prende il nome di “redditometro” i cui prodromi sono già previsti dalla disciplina dell’accertamento di cui alla L. 600 del 1973 che consentiva all’Amministrazione Finanziaria di accertare a carico del contribuente un reddito maggiore di quello dichiarato in presenza di determinati elementi certi.  Per anni, a partire dal 1991, salvo pochi interventi di “maquillage” alcuna sostanziale modifica è stata operata sui parametri prescelti su quali applicare determinati moltiplicatori per l’ottenimento del reddito presunto, tant’è che, alla lunga, gli stessi hanno finito per risultare superati e scarsamente rappresentativi della realtà reddituale. Lo strumento andava completamente rivisitato per cui nell’estate 2010 è stato innovato l’accertamento sintetico del reddito del contribuente basato sulle spese di qualunque tipo dallo stesso sostenute nel periodo d’imposta.

Dopo le false partenze che hanno contraddistinto il travagliato debutto di questo innovativo  strumento di accertamento l’Agenzia delle Entrate è arrivata al completamento della procedura. Le lettere che l’agenzia delle entrate spedirà ai contribuenti da controllare sono circa ventimila e stanno per giungere a destinazione. A partire da aprile arriveranno quindi gli inviti per chiedere spiegazioni nei confronti dei cittadini a cui è stata riscontrata un’incongruenza tra quanto dichiarato e il loro tenore di vita.

L’accertamento in questione, che solo ora sembra decollare con utilizzo di strumenti sofisticati è attuato, per la prima volta, con il duplice intento di scoprire fasce di evasione e di contribuire all’innalzamento spontaneo dei redditi dichiarati attraverso un’azione educativa basata su un’autovalutazione della congruità del proprio reddito rispetto alle spese sostenute. Il nuovo Redditometro è lo strumento in base al quale, con le opportune verifiche fiscali, tutte le spese del contribuente sono trasformate in reddito.

L’autodiagnostica della propria situazione reddituale, fondamentale per la citata azione educativa, è da attuarsi mediante un apposito software, il cosiddetto “Redditest”.

La novità fondamentale di tipo metodologico è rappresentata dal fatto che il nuovo redditometro è riferito non più al singolo contribuente ma all’intera “base familiare”.

Il concetto di famiglia è però sganciato da quello giuridico e fiscale per assumere una connotazione “reale” (la “coppia” non solo è quella relativa alle unioni matrimoniali ma anche quella basata sulle unioni di fatto).  Le situazioni familiari di riferimento sono inquadrate in 11 possibili tipologie (es. “coppia con meno di 35 anni, senza figli e/o altri familiari” oppure “persona sola con meno di 35 anni” e così via. Attraverso le informazioni riguardanti le spese del contribuente assunte dall’Amministrazione, attraverso propri database e dati comunque desumibili dalle dichiarazioni dei redditi presentate, è verificata la corrispondenza del reddito  reale (o, più correttamente, presunto tale dall’Agenzia delle Entrate) con quello dichiarato. Si tende quindi a correlare il tenore di vita del contribuente e più in particolare il reddito desumibile da indicatori di capacità contributiva dello stesso con il reddito dichiarato. Vengono in sostanza evidenziate le spese sostenute dai contribuenti su ”base familiare”, a conoscenza del fisco, e quelle presunte da quest’ultimo in base a particolari medie Istat. Su queste spese sono applicati i coefficienti costruiti con il software predisposto dall’Agenzia delle Entrate che tiene conto della composizione familiare e dell’area geografica di appartenenza (il territorio nazionale è stato suddiviso in cinque aree).

Il redditometro 2014, quindi, non si basa più, per la determinazione del reddito presunto, su elementi di natura patrimoniale (possesso d’immobili, veicoli, imbarcazioni, etc.) ma sulle spese sostenute nel periodo d’imposta dai componenti della famiglia.

In caso di scostamento maggiore del 20% tra l’ammontare delle spese rilevate e quello del reddito dichiarato il contribuente sarà chiamato a fornire le giustificazioni.

Specifiche analisi all’uopo predisposte dall’Agenzia delle Entrate hanno consentito di individuare una serie di spese connesse a diversi aspetti della vita quotidiana, inquadrabili in ben determinate categorie per ciascuna delle quali viene di seguito fornita, a titolo di esempio, alcune tipologie.

CATEGORIE DI SPESA

· Abitazione (per mutui, arredi, ristrutturazioni, consumi ecc.)

· Mezzi di trasporto (spese per auto, moto, caravan, imbarcazioni ecc.);

· Assicurazioni (RC, incendio, vita ecc.);

· Contributi previdenziali (obbligatori, volontari, complementari);

· Istruzione (scuola, soggiorni, master ecc.);

· Attività sportive e ricreative (appartenenza a circoli, viaggi, abbonamenti ecc.);

· Cura della persona (centri benessere, alberghi ecc.);

· Altre spese significative (spese veterinarie, gioielli, assegni periodici al coniuge ecc.);

· Investimenti immobiliari e mobiliari netti (fabbricati, quote societarie, auto, imbarcazioni, titoli, depositi bancari ecc.);

Le spese appartenenti a queste categorie raccolte in base alle informazioni intercettate vengono dal Fisco evidenziate mediante l’utilizzo del complesso software all’uopo predisposto distinte in:

  • spese certe;
  • spese per elementi certi;
  • spese per beni e servizi di uso corrente;

spese sostenute nell’anno (quota) acquisto beni durevoli;

A. le spese “certe” ovvero quelle effettivamente attribuibili al contribuente e oggettivamente riscontrabili dall’Amministrazione Finanziaria (Mutui, locazione, leasing immobiliare, combustibile ed energia, intermediazione immobiliare, collaboratori domestici, medicinali e visite mediche, Assicurazioni, contributi previdenziali obbligatori assegni periodici corrisposti al coniuge, attività sportive, culturali e ricreative, circoli ecc.);

B. le spese “per elementi certi”, vale a dire le voci di ammontare determinato che l’agenzia delle Entrate ricava prevalentemente dall’utilizzazione di dati presenti nell’Anagrafe Tributaria (esempio potenza auto, lunghezza barche derivanti da valori medi risultanti da indici ISTAT o da analisi provenienti da altre fonti come operatori economici del settore di riferimento);

C. spese per i beni e servizi di uso corrente (spese medie su dati a campione riguardanti indagini ISTAT sui consumi delle famiglie italiane);

D. quota di spese sostenuta, nell’anno in esame, per l’acquisto di beni e servizi durevoli;

E. quota di risparmio riscontrata formatasi nell’anno.

I valori ISTAT hanno la funzione peculiare di integrare gli elementi presenti in Anagrafe Tributaria. Nella prima fase di applicazione del redditometro queste spese non saranno prese in considerazione.

In base a tali dati è ricostruita sinteticamente la “spesa complessiva annua” attribuibile al contribuente con la conseguente ricostruzione sintetica del reddito presunto tenuto conto della composizione familiare e dell’area territoriale di appartenenza, considerata altresì la quota di risparmio formatasi nell’anno.

In seguito all’attività istruttoria la spesa dell’intero nucleo familiare è attribuita pro-quota al contribuente secondo il rapporto tra il reddito complessivo dichiarato o percepito dal contribuente e l’analogo reddito dell’intero nucleo familiare. In caso di redditi non dichiarati il rapporto è effettuato tra le spese sostenute dal contribuente e quelle dell’intero nucleo familiare risultanti dalle informazioni contenute in Anagrafe Tributaria.

L’Agenzia delle Entrate utilizzerà i dati ottenuti per selezionare i contribuenti da sottoporre,  poi,  a controllo considerata l’entità dello scostamento tra il reddito risultante a calcolo e quello dichiarato.  Le liste selettive riguarderanno i contribuenti per i quali il reddito accertabile in base al redditometro sia superiore di almeno il 20% di quello dichiarato dal contribuente.

 

Il contraddittorio

L’Ufficio invita il contribuente selezionato a fornire elementi e notizie ai fini dell’accertamento e in particolare gli opportuni chiarimenti in ordine alle spese individuate e al proprio reddito. Il contribuente potrà cosi contestare:

· la presenza di errori nella imputazione delle spese certe;

· l’inesattezza dell’imputazione di informazioni  in possesso dell’amministrazione;

· la presenza di eventuali redditi “diversi” da  quelli posseduti nel periodo d’imposta, redditi esenti (come titoli ereditati, vincite alle lotterie , redditi soggetti a ritenuta a titolo d’imposta o comunque di redditi non rientranti nella base imponibile);

· interventi di terzi in relazione alle spese contestate;

· fatti e situazioni non note all’Ufficio quali ad esempio l’inagibilità di un immobile, il sequestro o la perdita di possesso di un veicolo ecc.

Se il contribuente fornisce validi elementi giustificativi alle spese evidenziate dall’Ufficio la fase di controllo si chiude con la redazione di un verbale “negativo” altrimenti si passa alla fase vera e propria di accertamento.

Qualora l’ufficio dovesse ritenere sussistenti elementi per fondare un atto impositivo invierà un nuovo “invito a comparire” per l’avvio dell’istituto deflattivo dell’”accertamento con adesione” al fine di ridurre il contenzioso.

Si tratta, sostanzialmente, di un “accordo” tra contribuente e ufficio che può essere raggiunto sia prima dell’emissione di un avviso di accertamento, sempre che il contribuente non presenti ricorso davanti al giudice tributario.

Il contribuente è invitato a un nuovo contraddittorio e sarà così informato sul maggior reddito sinteticamente attribuibile e sulle maggiori imposte dovute. Lo stesso potrà presentare ulteriori elementi difensivi per una riduzione della pretesa dell’Ufficio.  L’Agenzia delle Entrate presenterà una proposta al contribuente, che accetterà o no.

Se il contribuente accetta (acquiescenza) verserà le somme dovute con riduzione delle sanzioni; se non si presenta al contraddittorio o non accetta la proposta, l’Ufficio notificherà l’avviso di accertamento.

Si apre così la procedura dell’accertamento con adesione. Si tratta, sostanzialmente, di un “accordo” tra contribuente e ufficio che potrà essere seguito da acquiescenza alla pretesa dell’Ufficio con versamento delle somme dovute, con sanzione ridotta, o da un vero e proprio accertamento. Avverso tale atto impositivo potrà essere proposto reclamo (art. 17bis D.lgs. 546/92) se le imposte non sono superiori a € 20.000 o ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale con regolare costituzione in giudizio, formulando tutte le eccezioni formali e sostanziali legate a tale particolare strumento accertativo.

Il “redditest”

Si è detto che scopo del redditometro è anche quello di sviluppare un’azione educativa basata su un’autovalutazione della congruità del proprio reddito rispetto alle spese sostenute. “Il Redditest” è, quindi, un’autodiagnostica della propria situazione reddituale da attuarsi mediante il suddetto software, uno strumento di simulazione che ha costituito un grosso sforzo operativo dell’Agenzia delle Entrate che sottopone ad analisi le abitudini di spesa dei contribuenti al fine di identificare quelle relazioni sintetiche esistenti tra queste e il valore del corrispondente. Sul sito www.agenziadelleentrate.it è possibile scaricare il  programma elaborativo “Redditest”, inserendo anonimamente i dati relativi ai  propri consumi familiari,  permette  di conoscere l’ammontare del reddito stimato  dall’Amministrazione Finanziaria con la metodologia del  “Redditometro”.

E per finire un auspicio: che l’amministrazione finanziaria nell’ambito di un rapporto trasparente con il cittadino possa utilizzare questo strumento, soprattutto nella fase di prima applicazione, con estrema coerenza rispetto alla ratio istitutiva, non trascurando il concetto che esso deve servire per colpire l’evasione definita “spudorata”, quella ritenuta maggiormente deplorevole. Questo strumento, definibile come un “accertamento di massa”, non deve essere applicato in maniera rigida e spinta, tenendo sempre ben presente che comunque lo stesso è basato su premesse di carattere induttivo e su presunzioni non assolute, ma relative che ammettono prova contraria.

 

 

Il nuovo accertamento sintetico: redditometro e redditest

30 Dicembre 2013 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Il nuovo accertamento sintetico: redditometro e redditest”

Immagine1Mario Marsico

La premessa

Sono ormai  diversi decenni  che il fisco italiano sta tentando di compiere un cammino  verso una maggiore giustizia tributaria da attuarsi attraverso  controlli sempre più raffinati. Tra questi i controlli   sul tenore di vita dei  contribuenti per determinare “sinteticamente” il reddito tassabile. La particolare  metodologia prende il nome di “redditometro” i cui prodromi sono già previsti dalla disciplina dell’accertamento di cui alla  L. n. 600 del 1973 che consentiva all’Amministrazione Finanziaria  di accertare a carico del contribuente un reddito maggiore di quello dichiarato,  in presenza di  determinati  elementi certi. Solo nel 1992 un apposito decreto indicava le categorie di beni  (imbarcazioni,  mezzi di trasporto, residenze ecc.) e servizi ( assicurazioni, collaborazioni domestiche e così via)  che costituivano elementi e indici di valutazione per la determinazione del reddito teorico delle persone fisiche  da contrapporsi a quello dichiarato con evidenziazione  dei relativi scostamenti. Per anni, salvo pochi interventi di “maquillage”,  alcuna sostanziale modifica è stata operata in ordine ai  parametri prescelti su quali applicare determinati moltiplicatori per l’ottenimento del reddito presunto , tant’è che, alla lunga, gli  stessi    hanno  finito per risultare  superati e scarsamente significativi ai fini  della realtà reddituale. Lo strumento parametrico  andava completamente rivisitato, tenuto conto dei mutamenti intervenuti,  nell’ultimo decennio, da un punto di vista socio-economico nella capacità di spesa,  per cui nell’estate 2010  è stato innovato l’istituto dell’accertamento sintetico del reddito delle persone fisiche   basando l’esame ed il controllo  sulle spese di qualunque tipo  sostenute dal contribuente  nel periodo d’imposta.

Lo strumento

Il nuovo Redditometro  è lo strumento in base al quale,  con le opportune verifiche fiscali,   tutte le spese  del contribuente  vengono trasformate in reddito. Siamo quindi nel campo dell’accertamento induttivo attuato soprattutto con l’intento  di scoprire fasce di evasione ma diretto anche a contribuire all’innalzamento spontaneo dei redditi dichiarati attraverso un’azione educativa basata, come vedremo,  su  una autovalutazione della congruità del proprio reddito rispetto alle spese sostenute. La novità fondamentale di tipo metodologico  è rappresentata dal fatto che il nuovo redditometro è  riferito non più al singolo contribuente ma all’intera  “base familiare”. Il concetto di famiglia è però sganciato da quello giuridico  e fiscale  per assumere una connotazione “reale” (la “coppia” non solo è quella relativa alle unioni matrimoniali ma anche quella basata sulle unioni di fatto).  Le situazioni  familiari di riferimento sono     inquadrate in 11 possibili tipologie   (es. “coppia con meno di 35 anni, senza figli e/o altri familiari” oppure “persona sola con meno di 35 anni” e così via ). Attraverso  le informazioni riguardanti le spese del contribuente assunte dall’Amministrazione  attraverso propri database o comunque desumibili  dalle dichiarazione dei redditi presentate viene verificata la corrispondenza del reddito  reale ( o, più correttamente, presunto tale dall’Agenzia delle Entrate) con quello dichiarato. Si tende quindi a correlare il  tenore di vita del contribuente e più in particolare il reddito desumibile   da  indicatori di capacità contributiva  dello stesso con il reddito dichiarato. Vengono   in sostanza evidenziate  le spese sostenute dai contribuenti su”base familiare”,  a conoscenza del fisco,  e quelle presunte da quest’ultimo  in base a particolari  medie Istat. Su queste spese vengono applicati i coefficienti costruiti con il software predisposto dall’Agenzia delle Entrate  che tiene conto della composizione familiare e dell’area geografica di appartenenza (il territorio nazionale è stato suddiviso in 5 aree).

Specifiche analisi  all’uopo predisposte dall’Agenzia delle Entrate hanno consentito di individuare una serie  di spese connesse a diversi aspetti della vita quotidiana, inquadrabili in  ben determinate categorie quali:

  • Abitazione  (Mutui, Arredi, ristrutturazioni, consumi ecc.)
  • Mezzi di trasporto (spese per auto, moto, caravan, imbarcazioni ecc.)
  • Assicurazioni (RC, incendio, vita ecc.)
  • Contributi previdenziali (obbligatori, volontari, complementari)
  • Istruzione (scuola, soggiorni, master  ecc.)
  • Attività sportive e ricreative (appartenenza a circoli, viaggi, abbonamenti  ecc.)
  • Cura della persona (centri benessere. Alberghi ecc.)
  • Altre spese significative (spese veterinarie, gioielli, assegni periodici al coniuge ecc.)

Investimenti immobiliari e mobiliari netti (fabbricati, quote societarie, auto, imbarcazioni, titoli, depositi bancari, eccetera).

Sulla base delle informazioni intercettate dal Fisco con varie modalità,    in relazioni a tali categorie di spesa vengono evidenziate mediante l’utilizzo del  complesso software all’uopo predisposto,  le seguenti  categorie di spese:

a)  le spese “certe” ovvero quelle effettivamente attribuibili al contribuente ed  oggettivamente riscontrabili dall’Amministrazione Finanziaria

b)   le spese “per elementi certi” , vale a dire le voci di ammontare determinato che l’agenzia delle Entrate ricava prevalentemente dall’utilizzazione di dati presenti nell’Anagrafe Tributaria, da  valori medi risultanti da indici ISTAT o da analisi provenienti da  altre fonti.

c) spese per i beni e servizi di uso corrente (spese medie su dati  a campione riguardanti indagini ISTAT sui consumi delle famiglie italiane)

d) quota di spese sostenuta,  nell’anno in esame,   per l’acquisto di beni e servizi durevoli.

I valori ISTAT hanno la funzione peculiare di integrare in taluni  casi  gli elementi presenti in Anagrafe Tributaria.

In base a tali dati viene ricostruita sinteticamente la “spesa complessiva annua” attribuibile al contribuente e conseguentemente viene operata  la ricostruzione sintetica del reddito presunto tenuto conto della composizione familiare e dell’area territoriale di appartenenza, considerata altresì la quota di risparmio formatasi nell’anno.

A seguito dell’attività istruttoria  la spesa dell’intero nucleo familiare viene attribuita  pro-quota al contribuente secondo il rapporto  tra il reddito complessivo dichiarato  o percepito dal contribuente e l’analogo reddito dell’intero nucleo familiare  mentre in caso di redditi non dichiarati il rapporto viene effettuato tra le spese sostenute dal contribuente e quelle dell’intero nucleo familiare  risultanti dalle informazioni contenute in Anagrafe Tributaria.

I controlli

L’Agenzia delle Entrate utilizzerà i dati ottenuti per selezionare i contribuenti da sottoporre,  poi,  a controllo considerata l’entità dello scostamento tra il reddito risultante a calcolo e quello dichiarato.  Le liste selettive riguarderanno  i contribuenti per i quali il reddito accertabile in base al redditometro sia superiore  di almeno il 20%  di  quello dichiarato dal contribuente.

I contribuenti il cui reddito dichiarato si discosta per uno scarto inferiore a tale limite non avranno alcuna preoccupazione di subire un accertamento basato su tale strumento.

Il contraddittorio

L’Ufficio, nel rispetto delle norme previste dall’art. 32 del DPR 600/72 che regolano i poteri istruttori  invita il contribuente selezionato a fornire elementi e notizie  ai fini dell’accertamento ed in particolare gli opportuni chiarimenti in ordine alle spese individuate ed al proprio reddito (presenza di eventuali redditi “diversi” da  quelli posseduti nel periodo d’imposta, redditi esenti, redditi soggetti a ritenuta a titolo d’imposta o comunque di redditi non rientranti nella base imponibile).

Se il contribuente fornisce validi elementi giustificativi in ordine alle “spese certe”, alle spese per “elementi certi”, alle spese per investimenti ed alla quota di risparmio dell’anno,  la fase di controllo si chiude con la redazione di un verbale “negativo” altrimenti si passa alla fase vera e propria di accertamento.

L’accertamento e la difesa del contribuente

L’Ufficio può procedere all’accertamento sintetico basato sul nuovo strumento  a partire dal periodo d’imposta 2009. Fino al 2008  (per tale anno, tra l’altro, l’azione accertatrice si prescrive il 31/12/2013) trova applicazione il  metodo basato sull’impiego congiunto del vecchio redditometro e del sintetico puro basato sugli elementi di capacità contributiva.

Qualora l’ufficio dovesse ritenere sussistenti elementi per fondare un atto impositivo invierà un nuovo “invito a comparire” per l’avvio dell’istituto deflattivo dell’ ”accertamento con adesione”.  Il contribuente viene, così,  informato sul maggior reddito sinteticamente attribuibile e sulle maggiori imposte dovute. Potrà seguire  l’eventuale adesione  al pagamento integrale delle maggiori imposte e sanzioni o l’avvio di  un contenzioso da accertamento con adesione, con la presentazione di ulteriori elementi difensivi  se sussisteranno gli estremi per una riduzione della pretesa, l’Agenzia delle Entrate presenterà una proposta al contribuente, che accetterà o meno.

Se il contribuente non accetta l’Ufficio gli notificherà l’avviso di accertamento. Entro 60 giorni da tale notifica potrà essere presentato  ricorso alla  Commissione Tributaria Provinciale in seno alla quale potranno essere fatti valere tutti gli strumenti di difesa  ed essere formulate tutte le eccezioni formali e sostanziali legate a tale particolare strumento accertativo. A tale riguardo va rilevato che  il cammino del redditometro è comunque ancora incerto.  E’ nota l’ordinanza  del Tribunale di Napoli – Sezione distaccata di Pozzuoli del 21/2/2013  che ha considerato  illegittimo il “Redditometro” ,  imponendo all’Agenzia delle Entrate, con riguardo al caso sottoposto a giudizio, di non intraprendere iniziative basate su tale strumento.   Il Redditometro permetterebbe, infatti,  di conoscere ogni aspetto della vita quotidiana del contribuente,  violando non solo la riservatezza  ma la stessa libertà individuale del cittadino  e quindi il diritto dello stesso all’autodeterminazione. Ma la sentenza produce effetti solo per il singolo caso e chi vorrà eccepire l’illegittimità del redditometro per violazione della privacy lo dovrà fare in sede di ricorso al Giudice del lavoro, unico competente per tale materia.

L’Agenzia delle Entrate sostiene la legittimità della metodologia  affermando che il Decreto Ministeriale che disciplina il redditometro  prevede l’utilizzo di dati e informazioni che sono già nella sfera di conoscenza del Fisco.

Anche alcune Commissioni Tributarie di merito ed in particolare la CTP di Reggio Emilia con sentenza del 18 Aprile 2013 hanno ritenuto illegittima la procedura in questione.

Vi è poi da rilevare che viene contestato che  lo strumento realizzato ed utilizzato  per evidenziare dubbi relativi alla correttezza delle dichiarazioni dei redditi fornite dai contribuenti ed alla congruità dei redditi dichiarati,  da solo non è sufficiente a giustificare un accertamento dell’Amministrazione Finanziaria. Per contestare redditi non dichiarati servono anche altre prove a supporto delle valutazioni operate dal Fisco. Come evidenziato dalla sentenza 209/63/2013 della Ctr Lombardia il Redditometro si pone sullo stesso piano degli Studi di Settore, fornendo dei risultati  basati su  presunzioni semplici. Le risultanze dell’ accertamento standardizzato che ne deriva,  come nel caso dei  parametri e degli Studi di Settore deve essere corredato da ulteriori elementi e dati  a sostegno delle presunzioni  dell’Ufficio.

Il redditest

Uno specifico software consente ai contribuenti di valutare la coerenza tra il reddito familiare e le spese sostenute nell’anno. Sul sito www.agenziaentrate.it  è possibile scaricare il  programma elaborativo “Redditest” che  consente, inserendo anonimamente i dati relativi ai  propri consumi familiari,   di conoscere l’ammontare del reddito stimato  dall’Amministrazione Finanziaria con la metodologia del  “Redditometro”.

Il redditest è, quindi,   una autodiagnostica della propria situazione reddituale da attuarsi mediante  il suddetto  software , uno strumento di simulazione che ha costituito un grosso sforzo operativo dell’Agenzia delle Entrate che ha sottoposto ad analisi le abitudini di spesa di oltre venti milioni  di contribuenti al fine di identificare quelle relazioni sintetiche esistenti tra queste e il valore del corrispondente reddito.

Va evidenziato, infine,  che redditometro (procedura di accertamento sintetico) e Redditest (software di autodiagnostica) non vanno confusi né con lo “Spesometro” né con il   “ Riccometro”.

Lo “spesometro” ha  lo scopo di controllare tutti i pagamenti dei contribuenti che superano una certa soglia. Gli intermediari finanziari, in base ad apposite disposizioni normative,  hanno infatti  l’obbligo di divulgare a favore dell’Amministrazione finanziaria tutti i dati delle operazioni Iva effettuate di importo uguale o superiore ai 3600,00 euro,  al fine di incrementare il numero di informazioni utili alla  quantificazione della capacità di spesa dei contribuenti.

Il “riccometro”  serve,  invece,   a misurare le condizioni economiche delle famiglie italiane per  individuare chi realmente ha bisogno di fruire di determinate prestazioni sociali, esenzioni e agevolazioni di vario tipo.  Il Riccometro risponde, pertanto,  all’esigenza  di smascherare  i “finti poveri” che fruiscono senza diritto di prestazioni sociali agevolate, così  riducendo  le possibilità di accedere a tali  prestazioni da parte di  coloro che non hanno un  reale bisogno assistenziale.

 

Il trattamento fiscale delle indennità di fine rapporto

8 Ottobre 2013 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Il trattamento fiscale delle indennità di fine rapporto”

L’angolo del commercialista

Mario Marsicocontribuente

Un argomento che forma oggetto di continue richieste di chiarimenti riguarda il trattamento ai fini fiscali, sia dal punto di vista delle imposte dirette sia ai fini IVA,  delle indennità dovute all’agente per cessazione del mandato,  rappresentando tale problematica per la categoria, spesso,  motivo di incertezza operativa.

Con la risoluzione del rapporto di agenzia, a seconda della modalità con cui avviene lo scioglimento del contratto,  competono  all’agente una o più indennità a vario titolo: indennità di risoluzione rapporto, indennità suppletiva di clientela, indennità sostitutiva del preavviso,  indennità per patto di non concorrenza.

Vediamo le diverse ipotesi.

 

1) IMPOSTE DIRETTE

Queste singole indennità, a tali fini,  vengono trattate tutte   con le stesse modalità,  rientrando tutte nella fattispecie delle “indennità di fine rapporto” e sono richiamate dagli artt. 17 , comma 1, lettera d) e 53 comma 2 lettera e)   del Testo Unico delle Imposte sui Redditi  917/86.

Ai fini dell’assoggettamento a tassazione occorre però distinguere  se il percettore è imprenditore individuale  o si tratta di agenzia  che svolge l’attività in forma societaria.

a) Impresa individuale

Preliminarmente va sottolineato che il reddito dell’agente di commercio è  classificato, come è noto,  come reddito d’impresa. Avendo tali indennità la natura di elemento sostitutivo del reddito, per gli agenti che svolgono l’attività sotto  forma di ditta individuale le predette  indennità  sono,  dal legislatore fiscale,  classificate nella categoria dei redditi di lavoro autonomo. Conseguenza naturale di tale trattamento è l’assoggettamento alla  ritenuta d’acconto del 20%   prevista dall’art. 25,  comma 2 del DPR 600/73 per i tale categoria reddituale:  la mandante, nella qualità di sostituto d’imposta, all’atto del pagamento trattiene sul relativo importo da erogare   un’ imposta,  a titolo di  acconto,   che sarà scomputata in sede di tassazione definitiva del reddito. Tale ritenuta deve essere, ovviamente, operata anche dall’agente singolo che corrisponde  indennità di tale tipo ai propri sub-agenti che operano anch’essi in forma individuale.  Il versamento della ritenuta all’Erario (con utilizzo del  Mod. F24  e codice tributo 1040)  dovrà essere effettuato entro il giorno 16  del mese successivo a quello di pagamento.

In sede di dichiarazione dei redditi dell’annualità in cui sono percepite,  tali indennità, rientranti nella categoria dei redditi di lavoro autonomo, saranno  assoggettate  ,   a scelta del percipiente, a  tassazione separata  (in base al richiamato art. 17,  comma 1 lettera d)  o a  tassazione ordinaria.

Con  la prima opzione  (che rappresenta la regola generale) le indennità   saranno tassate (secondo   quanto previsto dall’art. 21 del citato  TUIR),  con l’aliquota corrispondente   alla metà del reddito  complessivo netto  del biennio  precedente all’anno in cui è sorto il diritto alla loro percezione a seguito di  liquidazione  da parte dell’Amministrazione Finanziaria che terrà conto , ovviamente, delle ritenute già operate dal soggetto erogante.

Con l’opzione per la  tassazione ordinaria tali somme saranno  incluse  nel reddito complessivo  del percipiente relativo al  periodo  in cui avviene la riscossione  dell’indennità. Ovviamente tale opzione sarà esercitata in presenza di un reddito  ordinario del periodo  più basso di quello corrispondente  alla media del biennio precedente che, con la tassazione separata,  condurrebbe all’applicazione di un’aliquota media IRPEF più elevata.

Va detto, altresì, che un ulteriore motivo a favore della  tassazione ordinaria potrebbe risiedere  nella volontà di chiudere il debito d’imposta  verso l’Erario,  senza attendere i tempi più lunghi  della riliquidazione d’ufficio dell’imposta,   con un onere fiscale  che graverebbe finanziariamente su un periodo successivo alla percezione del compenso.

Ai fini IRAP le indennità di fine rapporto fanno parte del valore della produzione netta e,  quindi,  dell’imponibile.

b) Agenzie sotto forma societaria

Le indennità maturate  a favore della società (il mandato è conferito alla società, soggetto autonomo rispetto ai  soci)  non concorrono  alla formazione del reddito d’impresa, così come previsto dall’art.56 c.3 lett. a) del TUIR,  e sono assoggettate a tassazione separata (quadro RM di Unico), in capo ai soci, nell’anno di percezione, con eventuale opzione da parte degli stessi  per la tassazione ordinaria. L ’ammontare di tali indennità  verrà, pertanto,  ripartito dalla società  in capo ai soci  ed a questi certificato  con  apposita dichiarazione.

Ai fini IRAP per le società di persone  la predetta opzione non muta la  natura di tali indennità quale componente positivo che concorre alla formazione della base imponibile, indipendentemente dalla variazione in diminuzione operata per determinare il reddito di partecipazione di fini IRPEF.

 

2) IVA

Stante la natura risarcitoria delle indennità di fine mandato  le stesse sono fuori dal campo  dell’Imposta sul valore aggiunto  non rappresentando il corrispettivo di una prestazione di servizi.

 

Proselitismo e più servizi agli associati

3 Luglio 2013 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Proselitismo e più servizi agli associati”

uomo con cannocchialedi Mario Marsico

Sono questi gli elementi che sono emersi nel corso dell’Assemblea LANARC del 27 giugno, durante la quale sono stati approvati i bilanci consuntivi e preventivi dell’Associazione ed è stata discussa la Relazione del Tesoriere.

Di fronte ad una crisi che colpisce tutti i settori dell’economia e della vita sociale, occorre dare maggiore forza al sindacato attraverso nuove iscrizioni.

L’impegno di tutti i soci per diffondere l’attività dell’associazione e sviluppare il proselitismo tra gli agenti deve essere pieno e costante. Da parte della LANARC deve essere sostenuto, a fronte di tale azione, un ulteriore e sostanziale sforzo per incrementare i servizi offerti alla categoria, soprattutto nella direzione della formazione professionale.

Come rilevato nel corso della riunione da Mario Marsico, consulente dell’associazione, a fronte dei cambiamenti richiesti dalla moderna economia, si deve guardare all’agenzia commerciale con criteri nuovi. Sono lontani i tempi in cui l’agente era considerato una sorta di viaggiatore, sempre in giro con la propria bella auto all’esclusiva ricerca di potenziali ordini. Occorre pensare a strutture di tipo imprenditoriale, debitamente organizzate, di dimensioni sempre maggiori per beneficiare delle possibili “economie di scala”, che investano in idee, tempo e capitali, che siano in grado di creare valore aggiunto, che possano rispondere alle mutate esigenze delle moderne aziende preponenti attraverso la fornitura di nuovi servizi commerciali come viene oggi da queste ultime sempre più richiesto.

In questa logica, prosegue Marsico, particolare attenzione deve essere dedicata al fenomeno dell’”unione” delle piccole strutture per ottenere una maggiore forza di penetrazione nel mercato. In tali strutture, insieme agli agenti più anziani, in possesso di maggiore esperienza, opererebbero giovani qualificati con adeguati e moderni percorsi formativi. Le nuove strutture potrebbero richiedere e ottenere opportune certificazioni di qualità in grado di attestare alle mandanti le potenzialità del rapporto lavorativo.

In questa logica di formazione, di qualità, di aggregazione e di assistenza alle nuove e moderne agenzie, la LANARC occupa un ruolo di primo piano e rappresenta uno stimolo importante.

 

Enasarco: prestazioni integrative 2013

20 Febbraio 2013 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Enasarco: prestazioni integrative 2013”

prestazioni-integrativeLa Fondazione Enasarco ha deliberato il nuovo programma dei criteri e delle procedure relativi alle prestazioni integrative di previdenza per il 2013.

Per ogni figlio nato o adottato dal 01.01.2013, ad esempio, l’iscritto ha diritto ad un’erogazione da parte della Fondazione di un importo di Euro 500,00. L’importo e` elevato a Euro 650,00 se trattasi del secondo figlio e a Euro 750,00 se trattasi del terzo o successivo. In caso di nascite o adozioni avvenute nel corso dell`anno 2012, gli iscritti dovranno, invece, attenersi esclusivamente alle norme determinate dalla precedente disciplina 2012 e potranno inviare le proprie richieste anche nel 2013, purché entro un anno esatto dalla data di nascita o adozione del bambino.

Potete leggere una sintesi per contributo nascita o adozione cliccando qui.

Per la modulistica aggiornata e informazioni su tutte le prestazioni integrative di previdenza per l’anno 2013 potete contattare la sede Usarci più vicina a voi consultando la sezione sedi di questo sito.

Gli agenti di commercio e l'Iva per cassa

27 Dicembre 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Gli agenti di commercio e l'Iva per cassa”

acconto-ivadi Mario Marsico

Tra i tanti problemi fiscali che incombono sulla categoria, uno che è stato sempre visto con particolare criticità: l’agente di commercio è costretto ad anticipare il pagamento d’imposte in misura maggiore rispetto a quanto avviene per altri contribuenti.

Il meccanismo concernente la “liquidazione” delle provvigioni e al conseguente incasso delle stesse comporta una notevole sperequazione con riferimento sia alle imposte dirette sia, per il comparto IVA, a quelle indirette.

Il diritto dell’agente alla provvigione e il relativo pagamento sono legati a elementi diversi previsti dalla legge, dalla contrattazione collettiva o da quella individuale.

 Il codice civile (art 1748) ai fini del sorgere di tale diritto fa esclusivamente riferimento alla conclusione diretta o indiretta del contratto da parte dell’agente. Aggiunge, poi, che la provvigione spetta, salvo che sia diversamente pattuito, al momento dell’esecuzione delle prestazioni della preponente (consegna della merce al cliente) o, al più tardi, inderogabilmente, dal momento e nella misura in cui il terzo ha eseguito o avrebbe dovuto eseguire la prestazione (pagamento del prezzo), sempre che la preponente abbia seguito la prestazione a suo carico. Il diverso accordo individuale non può, comunque, posticipare la maturazione del diritto al momento in cui avviene l’incasso del prezzo da parte della mandante, il cosiddetto buon fine dell’affare.

Una volta maturato il diritto alla provvigione si passa alla fase della relativa quantificazione. Finiti i conteggi, la mandante invia all’agente il cosiddetto estratto conto con il quale avviene la liquidazione in senso economico, non finanziario, della provvigione, con l’accertamento del credito dell’agente. La liquidazione delle provvigioni avviene normalmente entro un certo termine. L’art. 7 dell’Aec settore Commercio del 16/2/2009 prevede, ad esempio, che la consegna dell’estratto conto avvenga al più tardi l’ultimo giorno del mese successivo al trimestre in corso nel quale le provvigioni sono maturate. Entro il medesimo termine deve essere fatto il pagamento all’agente. Nella pratica tale termine viene, normalmente, a dilatarsi.  Non parliamo, poi, di quanto avviene in periodi, come l’attuale, di forte crisi economico-finanziaria del Paese in cui i tempi tra l’ordine dell’agente, l’esecuzione della mandante, l’invio dell’estratto conto e il pagamento del dovuto possono essere valutati, talvolta, anche oltre l’anno. Ne consegue che l’agente, tassato per competenza e non per cassa, da un punto di vista reddituale si trova a pagare per un esercizio le imposte dirette su redditi che saranno conseguiti in tempi non brevi. E tale discrasia tra imposte da pagare e mezzi finanziari necessari a coprirle – il corrispettivo relativo alle provvigioni – è aggravata, poi, dal pernicioso meccanismo degli acconti d’imposta da calcolarsi sul dato storico dell’esercizio precedente o sull’ammontare presunto del reddito esercizio in corso.

Ma il problema si presenta anche per l’Iva, e qui veniamo all’argomento che ci interessa.

Com’è noto, le provvigioni liquidate in base all’estratto conto della mandante (secondo il criterio sopra indicato) andrebbero fatturate al momento  dell’incasso (art. 6  DPR 633/72).  A tal fine si potrebbe quindi emettere, secondo quanto prescritto dalla normativa, una semplice “nota specifica” (assoggettata a bollo) in luogo della fattura, sulla quale indicare che la fattura medesima sarebbe stata emessa all’atto dell’incasso del corrispettivo, evitando in tal modo di anticipare l’IVA dovuta sugli imponibili relativi.  Ma pur esistendo tale sistematica prevista per legge le mandanti, per evitare complicazioni contabili, provvedono al pagamento solo dopo il ricevimento della formale fattura.

Orbene, l’emissione della fattura, ancorché il pagamento delle provvigioni non sia ancora avvenuto, fa anticipare (in base al citato art. 6 DPR 633/72) il momento imponibile e, quindi, la debenza dell’IVA nel periodo mensile o trimestrale prescelto.

Anche in questo caso l’anticipazione dell’imposta all’erario, prima di venire in possesso della necessaria provvista derivante dal pagamento della fattura, diventa un ingiusto e insopportabile onere finanziario che si va ad aggiungere all’imposta dovuta, e rappresenta una sorta di “finanziamento” a favore della mandante-preponente che, invece, detrae l’Iva sulle fatture ricevute, ancorché non pagate.

Già con il Decreto Legge 185/2008 (cosiddetto decreto “Anti  Crisi”) fu prevista la possibilità di versare l’Iva al momento del pagamento della fattura da parte della casa mandante e non più al momento dell’emissione della fattura. Un decreto del ministero dell’Economia di fine di marzo 2009, che rendeva operativo il Decreto Legge, consentiva ai soggetti con volume di affari non superiore a 200mila euro tale possibilità. In ogni caso, pur alla presenza della possibile dilazione, l’Iva doveva essere necessariamente versata entro un anno dall’emissione della fattura.

In altre parole un agente di commercio che intendeva utilizzare tale agevolazione doveva indicare tale intenzione apponendo sulla fattura medesima un’apposita annotazione che evidenziava la scelta dell’“Iva per cassa”, inserendo l’importo di tale imposta nella liquidazione del periodo (mensile o trimestrale) relativo alla data d’incasso della fattura, e non in quello in cui la fattura è stata emessa.

Il predetto regime di versamento dell’Iva “per cassa” utilizzabile negli anni 2009-2010-2011 per la sua applicazione, infatti, obbligava il soggetto emittente la fattura ad apporre sul singolo documento la dicitura: “Operazione con Iva ad esigibilità differita ex art.7 D.L. 185/2008”.

Per i soggetti che avevano esercitato l’opzione dell’“IVA per cassa” per il predetto periodo, anche la detrazione dell’’imposta assolta sugli acquisti doveva avvenire con lo stesso criterio. La scelta di tale metodo poteva riguardare anche solo alcune fatture, anche se l’adozione “parziale” dell’agevolazione poteva comportare problemi di natura contabile e amministrativa.

E’ veniamo alla situazione attuale.

Con l’art. 32-bis della legge 7 agosto 2012 n. 134 è stata modificata e rivista la liquidazione dell’Iva secondo la contabilità di cassa, la cosiddetta “Cash accounting”.

La procedura in questione, entrata in vigore il 1° dicembre u.s. è stata resa più omogenea e, pertanto, si prevede che la stessa sia utilizzata in un numero certamente molto più esteso di casi soprattutto per le maggiori difficoltà finanziarie che colpiscono l’agenzia commerciale come molti altri settori di attività.

Vediamo quali sono le caratteristiche principali di tale “rivisitato” istituto normativo.

·                  Con riferimento ai soggetti che possono applicare tale istituto, va evidenziato che il precedente limite massimo di volume di affari (per gli agenti provvigioni fatturate annue) di euro 200mila (in tale tetto rientrano la stragrande maggioranza delle agenzie) è stato elevato a euro due milioni.

·                  Il regime è facoltativo come lo è stato finora.  L’applicazione è, pertanto, opzionale ma essa riguarda tutte le operazioni effettuate, mentre prima poteva riguardare anche singole operazioni ovvero singole fatture.

·                  L’agente diventa debitore per l’Iva dovuta all’operazione di volta in volta fatturata (facendo rientrare l’importo relativo nella liquidazione del periodo) o al ricevimento del pagamento della stessa da parte della mandante. Se il pagamento non avviene trascorso un anno dall’effettuazione dell’operazione, l’imposta differita va in ogni caso compresa in liquidazione e versata. Ciò non avviene se la mandante sia sottoposta a procedure esecutive e/o concorsuali.

·                  La detrazione dell’Iva assolta sulle fatture passive, a differenza del passato regime (nel quale si prescindeva dall’avvenuto pagamento della spesa al fornitore) è oggi legata al pagamento del fornitore medesimo o, in ogni caso, decorso un anno dal momento in cui l’imposta è diventata esigibile.  In caso di pagamento parziale del corrispettivo è prevista la detrazione proporzionale dell’imposta in base al rapporto tra quanto pagato e quanto complessivamente dovuto.

La mandante, a sua volta, a differenza di quanto sinora previsto detrae l’Iva addebitata dall’agente al momento di effettuazione dell’operazione, a prescindere dal pagamento. Il differimento dell’imposta è quindi neutrale e simmetrico, diversamente dal passato. Il sistema sta producendo i suoi effetti positivi sull’agente che lo adotta, ma non comporta alcuna penalizzazione e/o onere aggiuntivo sulla mandante, la quale continua a esercitare il suo diritto alla detrazione dell’imposta secondo le regole ordinarie, non avendo più interesse a scoraggiare, come in passato, l’agente dall’utilizzo di tale pratica.

Da un punto di vista formale permane comunque l’obbligo per l’agente di indicare sulla fattura emessa nei confronti della mandante, così come per gli altri destinatari che l’operazione è svolta nel regime “Iva per cassa” (“operazione con IVA per cassa ai sensi dell’art. 32-bis del D.L. n. 83/2012”). Tale indicazione ha il valore di  una espressione del comportamento concludente dell’agente. L’omissione di tale indicazione non comporta la disapplicazione del regime mentre è sanzionata quale violazione di tipo formale.

Un’ultima notazione: per l’agente che intende applicare la disciplina dell’”IVA per cassa”, solo le fatture che ancora non hanno formato oggetto di liquidazione dell’imposta alla data dell’1/12 /2012 concorrono al nuovo regime.

La circolare 26/11/2012 n. 44/E dell’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti riguardanti l’applicazione del regime in questione. Il provvedimento direttoriale del 21/11/2012 ha confermato che l’opzione per l’“IVA per cassa” si esercita con il comportamento concludente del contribuente per tutte le operazioni effettuate e ricevute, ferma restando l’esclusione delle operazioni attuate nei confronti di privati. La scelta del regime sarà confermata, per chi lo adotta dall’1/1/2012, nel modello Iva 2014.

L’adozione del regime dell’Iva per cassa vedrà, in questi anni di difficoltà congiunturali e di mancanza di liquidità, un maggiore ricorso da parte della categoria per i vantaggi finanziari che esso comporta. Va sottolineato, però, che aumenteranno le complicazioni contabili per i contribuenti che non sono in contabilità ordinaria ma in contabilità semplificata dal momento che gli stessi non registrano i movimenti finanziari e quindi non sono in grado di stabilire agevolmente quando l’Iva sia a debito o detraibile ai fini della liquidazione periodica. Occorrerà, pertanto, la tenuta di una prima nota cassa per seguire i movimenti finanziari con la relativa previsione costi / benefici al fine di effettuare razionalmente la scelta.

Fisco, tutte le novità per gli agenti

2 Ottobre 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Fisco, tutte le novità per gli agenti”

di Mario Marsico

Da settembre abbiamo incominciato a fare i conti con diverse nuove leggi. Ad agosto, infatti, sono entrati in vigore la legge 134/12, che converte il cosiddetto “decreto crescita” o “decreto sviluppo 2012”; e la legge 135/12, nota come “spending review”.  A queste si aggiungono alcuni provvedimenti, sempre in materia fiscale, contenuti nelle norme che riformano il mercato del Lavoro (legge 92/12).
Nell’ambito del “decreto sviluppo” si evidenzia la nuova stretta sul trattamento fiscale per le autovetture di imprese e lavoratori autonomi, a decorrere dal 2013.
Diciamo subito che, per gli agenti di commercio la deducibilità attuale dei costi relativi (acquisto e quindi quote di ammortamento, canoni di leasing, carburanti e lubrificanti, pedaggi, tassa di possesso, assicurazione, spese di manutenzione e riparazione, custodia etc.) rimane inalterata nella misura dell’80%. Per gli altri soggetti la deducibilità dei costi ai fini delle imposte dirette si riduce, invece, dal 40% al 20%.
Novità riguardanti il trattamento fiscale delle autovetture date in uso ai dipendenti, valide per tutte le categorie, sono poi contenute nelle modifiche normative che riguardano il contesto del lavoro. Ricordiamo che un’auto è data in uso promiscuo al dipendente quando quest’ultimo utilizza il veicolo  per la maggior parte del periodo d’imposta (la metà più uno dei giorni di attività del datore di lavoro). Con le nuove disposizioni la deducibilità dei costi relativi all’auto è stata ridotta, a partire dal 2012, dal 90% al 70%. Non trovano applicazione in tale caso le limitazioni di spesa previste per i veicoli utilizzati direttamente dalle imprese o dai lavoratori autonomi (euro 18.075,99 per le autovetture, euro 4.131,66 per i motocicli, e 2.065,83 per i ciclomotori, dovendosi calcolare la percentuale del 70% sull’intero valore del bene utilizzato.
Un provvedimento che introduce, invece, una misura favorevole al contribuente è rappresentato dall’innalzamento del bonus “ristrutturazioni” relativo agli immobili.
La detrazione per il recupero edilizio passa dal 36%  al 50% su 96mila euro. Restano in vigore tutte le altre regole, dalla rateazione in 10 anni del bonus all’elenco delle opere agevolabili contenuta all’articolo 4 del Dl 201/2011. Tutto questo, però, terminerà il 30 giugno 2013. Viene prorogata fino a tale data  la detrazione del 55% per la riqualificazione energetica  degli edifici con ottenimento di una riduzione di fabbisogno energetico.
Un’altra norma riguarda gli immobili ad uso abitativo locati. Con la riduzione dall’attuale 15% al 5% della deduzione riconosciuta in sede di dichiarazione dei redditi di fabbricati per i relativi canoni viene avvantaggiata la possibilità di non inserire nella dichiarazione annuale i redditi provenienti da tali immobili assoggettandoli all’imposta sostitutiva del 21% (19% per i contratti  con canone convenzionale nei comuni nei quali risulta una elevata tensione abitativa).
Con il decreto relativo alla contrazione della spesa pubblica la Campania potrebbe essere penalizzata per quanto riguarda l’ammontare dell’addizionale Irpef dal momento che dal 2013 per le regioni che mostrano bilanci “in rosso” nella sanità, l’attuale aliquota dello 0,50% potrebbe passare all’1,1%. Sembra invece scongiurato, almeno per il momento, l’aumento dell’IVA inizialmente paventato.
Le norme che intervengono nella disciplina del mercato del lavoro portano qualche agevolazione per le assunzioni di personale altamente qualificato  per le quali è previsto un credito di imposta pari al 35% dell’intero costo sostenuto dal datore di lavoro (retribuzione, quota TFR e contributi) con un tetto massimo di euro 200.000. Il plafond destinato a tale agevolazione è comunque molto basso per cui le possibilità concrete relativamente al bonus eventualmente spettante, in presenza di una serie di condizioni riguardanti l’azienda che assume, si riducono proporzionalmente.
Nasce, poi, dopo la cosiddetta “Srl semplificata” prevista dal decreto “liberalizzazioni” n. 1/12, e la  “Società a responsabilità limitata a capitale ridotto” o “Srlcr”. Quest’ultima che deve  avere necessariamente le seguenti caratteristiche:
  • l’indicazione di “Srlcr” nell’atto pubblico di costituzione che comportano le ordinarie  spese di costituzione, onorari e spese notarili.
  • I soci possono essere solo persone fisiche. L’età deve superare i 35 anni (per le persone di età inferiore è prevista infatti la già operativa Srl “semplificata”); è vietato trasferire successivamente le quote sociali a soggetti diversi dalla persone fisiche;
  • Il capitale  deve essere inferiore ad euro 10.000  ed il conferimento deve essere effettuato solo in danaro;
  • Gli amministratori  devono essere persone fisiche, anche non socie.
Una ulteriore norma incide sulla deducibilità ai fini Irpef del contributo sanitario obbligatorio compreso nei premi assicurativi “RC auto”. Già dal 2012 viene introdotta una franchigia di 40 euro; oltre tale ammontare il contributo diventa deducibile. Tale deducibilità è prettamente “pleonastica” dal momento che il contributo in questione è normalmente inferiore a tale cifra.
Infine si ricorda che vengono agevolate le donazioni alle ONLUS (oltre a quelle a partiti e movimenti politici) il cui limite viene portato al 24% nel 2013  ed al 26% dal 2014 con un importo massimo di 2.065 euro annui. Le contribuzioni per essere deducibili devono avvenire con sistemi di pagamento che consentano la tracciabilità.

La mediazione tributaria

3 Luglio 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “La mediazione tributaria”


di Mario Marsico

“Fare pace” con il fisco? Adesso è possibile. A partire dal mese di aprile di quest’anno i soggetti che ricevono avvisi di accertamento di valore non superiore a 20mila euro possono utilizzare la “mediazione tributaria”, che rappresenta un ulteriore strumento per ridurre il contenzioso fiscale.
Lo scopo del legislatore è infatti quello di procurare aumento di gettito (ed in questo momento è ben noto il ricorso da parte dell’ Erario a tutti i possibili strumenti per ottenerlo) riducendo l’intervento del giudice tributario per le relative controversie.
La mediazione nel campo tributario si va ad aggiungere allo strumento “deflattivo” del contenzioso, operativo già da tempo e rappresentato dall’ “accertamento con adesione”.
In altre parole il soggetto cui è notificato l’atto impositivo, in caso di mancata adesione, si rivolge alla mediazione tributaria per una soluzione concordata in ordine alle pretese del Fisco. E’ da sottolineare che se il contribuente intende, comunque, presentare un ricorso avverso l’atto impugnato, la richiesta di mediazione costituisce un rimedio da esperire preliminarmente nel ricorso medesimo, pena l’inammissibilità dello stesso. Con l’istanza di mediazione si anticipa, in effetti, il contenuto del ricorso, formulando le dovute eccezioni basate su elementi di diritto e di fatto, pervenendo ad una richiesta finale di annullamento parziale o totale dell’atto o richiedendo un confronto con l’Ufficio avendo la possibilità di formulare una proposta di rideterminazione della pretesa tributaria.
Per quanto riguarda il valore della lite, va puntualizzato che il limite di 20mila euro si riferisce all’importo del tributo, al netto di interessi e sanzioni. Anche in caso di richiesta di rimborso di tributi pagati in eccedenza il valore della lite è dato dall’importo della sola sorta capitale rappresentata dal o dai tributi in discussione, al netto degli accessori di legge. Se, invece, l’atto che si contesta contiene solo sanzioni, il valore dello stesso è rappresentato dall’ammontare di queste.
Allorquando il contenzioso verta anche su contributi previdenziali e assistenziali la cui base imponibile, in fase di accertamento o di controllo formale delle dichiarazioni, è riconducibile a quella dei redditi (come avviene ad es. per i contributi alla Gestione Commercianti dovuti dagli agenti di commercio) la mediazione produce i suoi effetti anche sull’ammontare di tali oneri. I contributi richiesti nell’atto in contestazione non entrano, comunque, a far parte del valore della lite.
Per quanto riguarda la presentazione dell’istanza la legge prevede che la stessa sia sottoscritta dal soggetto capace di stare in giudizio direttamente o dal suo procuratore generale o speciale (la procura va rilasciata per atto pubblico o scrittura privata autenticata), dal rappresentante legale per coloro i quali non hanno la capacità di stare in giudizio ovvero, se la lite ha un valore pari o superiore ad euro 2.582,28 (5.000.000 delle vecchie lire) ma sempre entro il tetto massimo di euro 20mila, dal difensore abilitato.
L’istanza (o “reclamo”) di mediazione va presentata e notificata all’Ufficio entro 60 giorni dalla data di notificazione dell’atto che si intende impugnare. Il termine è perentorio e, quindi, la presentazione tardiva è causa di inammissibilità della richiesta. Un discorso a parte va fatto nell’ipotesi di mediazione a fronte di un rimborso regolarmente richiesto e non accolto. In tal caso la domanda di mediazione può essere proposta, decorsi 90 giorni da tale richiesta, entro i termini fissati dalle disposizioni normative che disciplinano le singole imposte e, comunque, fino a quando non si prescrive il diritto per il contribuente alla restituzione delle somme indebite.
Il contribuente che intenda, come sopra detto, procedere preventivamente alla richiesta di “accertamento con adesione”, data la maggiore convenienza che comporta la riduzione delle sanzioni ad un terzo (rispetto alla riduzione delle sanzioni al 40% del dovuto in caso di raggiunta mediazione) ha, quindi, 60 giorni di tempo a disposizione a partire dalla data di notifica dell’atto in contestazione. Seguono 90 giorni di sospensione dalla richiesta di adesione per procedere, in caso di esito negativo della stessa, all’avvio della mediazione che può, come detto, contenere anche una proposta di rideterminazione delle imposte dovute.
In caso di adesione alla mediazione formalizzata da una delle parti entro 20 giorni va effettuato il versamento dell’unica o della prima rata delle somme dovute (il rateizzo delle somme rideterminate può essere effettuato in un massimo di otto rate di pari importo).
Se l’importo della pretesa fiscale viene rideterminato nella proposta del contribuente la mediazione si ritiene raggiunta allorquando quest’ultimo riceve l’atto di adesione. Se è l’Ufficio a formulare una nuova pretesa la mediazione si chiude positivamente con la presentazione o spedizione allo stesso da parte del contribuente dell’atto di mediazione regolarmente sottoscritto.
Qualora il tentativo di mediazione si chiuda con un insuccesso, considerato che la relativa ’istanza vale come notificazione del ricorso, decorrono successivi 30 giorni per procedere all’instaurazione della lite davanti alla Commissione Tributaria Provinciale. Il termine iniziale di decorrenza è dato, in ogni caso dal compimento dei 90 giorni dal ricevimento dell’istanza del contribuente da parte dell’Ufficio (sia nel caso di mancata mediazione, sia in quello di mancata notifica di accoglimento del provvedimento, sia, infine, nel caso di accoglimento con notifica al contribuente oltre 90 giorni). Nel caso di comunicazione esplicita di rigetto i 30 giorni per il ricorso decorrono dal giorno successivo a tale comunicazione, così come in caso di accoglimento parziale dell’istanza.

*Responsabile area fiscale Lanarc — Usarci

C’È POSTA PER TE…DA PARTE DEL FISCO

3 Luglio 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “C’È POSTA PER TE…DA PARTE DEL FISCO”

di Marco Marsico*

Questa volta non è la bionda Maria De Filippi ad inviare una richiesta di contatto. E’ un soggetto dalle tinte un po’ più “scure” che scrive per un incontro “telematico” con te. Si! è il Fisco italiano. Sull’onda del successo riscontrato nel 2010 quando circa l’80% dei destinatari, in occasione di un’analoga iniziativa, ha aderito al “gradito” invito. Non si tratta di un confronto con un partner lasciato o dimenticato, con un genitore con il quale non si ha avuto un rapporto felice o del desiderio di un anziano di ricordare un amore di gioventù. E’ il tentativo di una “paterna” Agenzia delle Entrate che suggerisce al “figliuol prodigo” di ravvedersi per i peccati fiscali eventualmente commessi.
E la lettera non indica di presentarsi in uno studio televisivo davanti ad un pubblico un po’ “guardone”, per aprire la classica “busta” e sentire dalla viva voce del mittente le richieste per un “bonario” incontro. No! il dialogo avviene direttamente tra figli adottivi dello stesso “padre” (nel caso anche “padrone”) che ti suggerisce per il tuo bene di “confessare“, mondandoti dei peccati veniali e mortali (e salvandoti dalle relative sanzioni, non solo morali) unitamente ad altre migliaia di “fratelli”. Potrai così giustificarti sul come tu abbia potuto sostenere certe spese dato l’ammontare dei redditi percepiti e dichiarati o come abbia potuto possedere determinati beni strumentali o beneficiare di alcune detrazioni, come quella relativa al 36% per i lavori immobiliari, pur non avendo redditi adeguati. Si badi bene, non è un’esplicita e sana ramanzina paterna, una formale accusa di evasione o di elusione fiscale, ma il consiglio a “rivedere” la tua posizione, chiarire certe situazioni e a ”ravvederti”, se necessario, integrando con un piccolo ulteriore sforzo pecuniario e un minimo di sanzione la tua dichiarazione. Un intervento che sembra ispirato al vecchio proverbio cinese: “Picchia il tuo partner una volta al giorno… tu non sai il perché, ma lui si!
E tu, cittadino raggiunto dalla missiva, potrai scegliere come nel “format” televisivo di partecipare alla “trasmissione”, questa volta “telematica”, collegandoti via internet ad un’apposita sezione (Comunicazioni anomalie 2012) del sito www.agenziaentrate.gov.it. E se la tua coscienza, sollecitata e stimolata dall’invito, ti suggerisce di accettare l’invito e di “aprire” la busta virtuale per la tua dichiarazione di parte, di natura “confessoria”, fallo tranquillamente. Ma se hai la coscienza a posto, e senti di non avere mai tradito la fiducia del “padre”, chiudi la prima busta e non aprire quella grande della “confessione”. Sei davvero un bravo figliolo ed un buon cittadino e, quando ti capita, richiama anche il padre ai suoi doveri di genitore, scrivendo, magari, anche a lui, una bella lettera.

Consigliere di Presidenza Lanarc-Usarci

Norme antiriciclaggio, limitazioni all'uso del contante

30 Marzo 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 1 thought on “Norme antiriciclaggio, limitazioni all'uso del contante”

di Mario Marsico*

Dal 2007 è stata introdotta, con il decreto legislativo del 21/11/2007 n. 231, una disposizione che limita l’uso del contante e dei titoli al portatore nell’ambito delle norme antiriciclaggio e della prevenzione antiterroristica. La soglia sulle limitazioni è stata poi modificata, verso il basso, nel corso degli anni. Vediamo nel dettaglio le ultime novità.
Con il decreto legge 201/211 nell’ambito delle norme antievasione, la cosiddetta “manovra salva – Italia”, è stata avviata una nuova stretta sull’uso del contante, degli assegni e dei libretti di deposito al portatore. Con l’art. 12 di tale decreto, infatti, dal 6 dicembre 2011 è fissato a euro 1.000 l’importo a partire dal quale il contante e gli strumenti assimilati non possono essere usati nei pagamenti. Oltre tale soglia per tutti i pagamenti deve essere consentita la “tracciabilità”, ovvero deve rimanere il “segno” o l’”impronta” nei conti ufficiali.
L’operazione relativa alla somma da trasferire deve essere eseguita tramite banche, Poste Italiane, o istituti di moneta elettronica quali bonifico, bancomat, carte di credito. Il divieto si applica quando il trasferimento di moneta è effettuato tra soggetti diversi. Si può dunque continuare a prelevare in contanti dai propri conti bancari o postali per importi superiori al limite in questione.
Per i contravventori sono previste sanzioni fino al 40% dell’importo trasferito oltre soglia con un minimo di euro 3mila, sanzione che è a carico sia della parte che trasferisce irregolarmente il denaro sia di chi lo riceve. Il divieto in questione scatta già dal pagamento relativo a euro 1.000, per cui l’uso del contante e suoi assimilati è consentito per i pagamenti fino a euro 999,99.
Si ritiene opportuno fornire sulla questione alcuni chiarimenti operativi riguardanti specifiche problematiche, tenuto conto anche delle istruzioni fornite dall’Amministrazione Finanziaria.
1.Frazionamento dei pagamenti
Il divieto all’uso del contante si applica anche nel caso di un’operazione “unitaria sotto il profilo economico”, il cui pagamento sia però effettuato in maniera frazionata con tranche inferiori, pari o superiore al limite stabilito. In questo caso è vietato effettuare più operazioni, singolarmente inferiori ai predetti limiti, anche se effettuate in momenti diversi nell’arco di sette giorni.
Sono consentiti, infatti, più trasferimenti in contanti, singolarmente d’importo inferiore a 1.000,00 euro, ma complessivamente di ammontare superiore a tale limite, quando riguardano “distinte” e “autonome” operazioni. E’ il caso di un bene pagato a rate secondo un contratto, ad esempio a 30, 60, 90 giorni.
Allo stesso modo è consentito il frazionamento, qualora frutto di consolidata prassi amministrativa, come avviene per i contratti di somministrazione o nei contratti di locazione. Nel primo caso vengono pattuiti, a fronte della prestazione, una serie di pagamenti a scadenze “prefissate”, sempre contrattualmente. Per i contratti di locazione, invece, l’importo annualmente previsto può essere corrisposto per contanti con cadenze periodiche mensili quando i singoli importi non superino il tetto di euro 1.000.
Sono ritenute operazioni distinte singoli acquisti di merce nell’arco di una giornata o di un ristretto arco temporale.
Inoltre è consentito il pagamento di una prestazione professionale anche se l’importo supera il “tetto”, solo nel caso in cui venga effettuato un frazionamento previsto da un contratto, ad esempio di 3mila euro frazionati in circa 750 euro mensili. Non viola la norma, dunque, un dentista che pattuisca acconti periodici di importo fino a 999,99, se le relative fatture di acconto e quella a saldo (con l’indicazione dell’importo complessivo pattuito dedotti gli acconti) facciano riferimento al concordato rateizzo.
Non è, invece, consentito il pagamento frazionato in contanti di una fattura per fornitura di beni e/o servizi d’importo superiore alla soglia per la tracciabilità che non risponda a un accordo contrattuale. Il pagamento, ad esempio, di un compenso provigionale di importo unitario pari o superiore ai 1.000,00 euro, non può essere artificiosamente frazionato per dissimulare il trasferimento di somme in contanti oltre la soglia. Occorre sempre, per non incorrere nella sanzione, la dimostrazione che il frazionamento risponda a un preventivo accordo formalizzato tra le parti. Qualora invece l’Amministrazione Finanziaria li ritenga relativi a una singola operazione “unitaria”, e quindi individui la volontà di superare artificiosamente, con il frazionamento “di fatto”, la “tracciabilità” dell’operazione e il vincolo normativo, potrebbero essere sanzionati.
2. Pagamento retribuzioni e rimborsi spese
Per quanto riguarda il pagamento delle competenze ai dipendenti privati, allorquando si tratti di fogli paga il cui netto è pari o superi gli euro 1.000, i datori di lavoro devono provvedere al pagamento del relativo importo tramite bonifico ovvero assegno circolare o di c/c bancario o postale, che deve sempre recare l’indicazione del beneficiario e la clausola di non trasferibilità (gli assegni all’ordine del traente possono essere girati solo per l’incasso da parte di una banca o Poste Italiane). Non è automaticamente consentito dividere il pagamento in quote in contanti singolarmente d’importo inferiore al limite di euro 999,99, in quanto il frazionamento non è connaturato al tipo di operazione.
Il frazionamento potrebbe essere valutato quale strumento per eludere l’applicazione della normativa. Il datore di lavoro in presenza di acconti, esempio con modalità settimanale o quindicinale, potrebbe superare questo rischio con un accordo preventivo con il lavoratore che disciplini le modalità di pagamento dei compensi.
E’ consentito, invece, il pagamento di un acconto in contanti di ammontare inferiore alla soglia ed il saldo della busta paga di importo uguale o superiore ai 1.000,00 euro, se questo avviene con un mezzo “tracciabile”, con bonifico o assegno non trasferibile.
Per i dipendenti pubblici l’obbligo di utilizzare per il pagamento delle retribuzioni strumenti di pagamento bancari o postali è fissato a euro 500,00.
Non vi sono problemi per i rimborsi spese corrisposti mensilmente agli amministratori a fronte di giustificativi che in un anno superano anche i 1.000,00 euro.
3. Uso congiunto di contante ed altri mezzi di pagamento tracciabili
E’ prevista la possibilità di utilizzare contante per importi superiori ai mille euro combinando strumenti di pagamento “tracciabili” per la differenza. Esempio pagamento per l’acquisto di un bene del valore di 3mila euro mediante l’uso di contante per 500 euro e di un assegno per il residuo di euro 2.500. Così come è legittimo, ad esempio, per un pagamento di euro 1.400,00, l’uso del bancomat (strumento tracciabile) fino al limite di disponibilità, ad esempio 500 euro, ed il contante per euro 900, valore inferiore alla soglia.
4. Sanzioni
L’infrazione alla norma che fissa la soglia per l’utilizzo del contante rappresenta una spia per il compimento di illeciti tributari. Alcuni soggetti quali commercialisti, revisori, consulenti del lavoro, notai, avvocati, ed altri che svolgono professionalmente attività di amministrazione contabilità e tributi, oltre a banche, Poste Italiane ed altri intermediari finanziari, sono tenuti a segnalare alle competenti autorità le operazioni di cui si conosce, si sospetta o si hanno motivi ragionevoli per sospettare, che siano state compiute o siano in corso operazioni di riciclaggio. Gli stessi soggetti incorrono in sanzioni se non segnalano al Ministero dell’Economia le violazioni commesse in relazione all’uso del contante.

*Responsabile area fiscale Lanarc — Usarci

Il nuovo regolamento Enasarco

1 Gennaio 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 2 thoughts on “Il nuovo regolamento Enasarco”

di Mario Marsico

Dal 2012 entrerà in vigore il nuovo Regolamento Enasarco che prevede una serie di modifiche sostanziali in materia di contribuzione e trattamenti pensionistici. In questo articolo ci occupiamo delle novità riguardanti le modifiche contributive rinviando al prossimo numero del nostro nuovo giornale telematico l’approfondimento relativo alle prestazioni previdenziali.

Contributo previdenziale obbligatorio (art. 4 del Regolamento)
Dal 2013 il contributo previdenziale obbligatorio che deve essere calcolato su tutte le somme dovute all’agente a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di agenzia (compresi acconti e premi) passa gradualmente, con un incremento annuale fino al 2020 dall’attuale 13,50% al 17% con la seguente progressione:

ARTICOLO 4
ANNO ALIQUOTA
2013 13,75%
2014 14,20%
2015 14,65%
2016 15,10%
2017 15,55%
2018 16,00%
2019 16,50%
2020 17,00%

Il contributo segue il criterio “di competenza” nel senso che va liquidato sulle provvigioni maturate, anche se non ancora liquidate.
Come per il passato la contribuzione è dovuta da parte degli agenti che operino sia in forma individuale sia in forma societaria o associata; sono escluse le società di agenzia costituite sotto forma di società di capitale per le quali a differenza delle disposizioni in vigore finora che non prevedevano contribuzione di sorta per l’agenzia sono assoggettate, già dal prossimo anno, al pagamento di un’aliquota paritetica con il preponente, secondo la seguente elevazione graduale.

Importi provigionali annui Aliquota regolamento 2004 Anno di decorrenza nuova aliquota retributiva
2004 2012 1013 2014 2015 2015
Fino a € 13.000.000,00 2% 2,40% 2,80% 3,20% 3,60% 4,00%
Da € 13.000.000,01 a € 20.000.000,00 1% 1,20% 1,40% 1,60% 1,80% 2,00%
Da € 20.000.000,01 a € 26.000.000,0 0,5% 0,60% 0,70% 0,80% 0,90% 1.00%
Oltre € 26.000.000,00 0,1% 0,15 0,20% 0,30% 0,40 0,50%

La novità che riguarda le società di persone (S.n.c., S.a.s.) è relativa al fatto che il contributo è suddiviso tra i soci illimitatamente responsabili in misura corrispondente alla quota di partecipazione societaria al capitale sociale di ciascuno.
Precedentemente il contributo dovuto veniva ripartito tra i soci appartenenti a tale categoria (tutti i soci della S.n.c. o tutti i soci accomandatari della S.a.s. anche secondo il diverso criterio della ripartizione degli utili. Eventuali modifiche della quota di partecipazione societaria hanno efficacia dal trimestre successivo a quello della relativa comunicazione alla Fondazione.
Nel quadrimestre successivo all’approvazione del Bilancio Consuntivo di ciascun anno la Fondazione mette a disposizione di ciascun agente un riepilogo della sua posizione previdenziale aggiornata con i contributi pervenuti entro il 31 dicembre dell’anno precedente. Entro la stessa data la Fondazione mette altresì a disposizione di ciascun preponente un riepilogo dei contributi versati. L’eventuale contestazione di tali riepiloghi deve pervenire, a pena di decadenza, entro sei mesi; decorso tale termine i riepiloghi dei contributi accreditati s’intendono approvati.

Massimali provvisionali (articolo 5)
Il contributo previdenziale obbligatorio è dovuto, per ciascun rapporto di agenzia, nel limite inderogabile del massimale provvigionale annuo che a partire dal 2012 e fino al 2015 con un regime transitorio di elevazione graduale transitoria è così previsto:

Articolo 5
Tipologia del rapporto di agenzia Anno di decorrenza e massimali provigionali
2012 2013 2014 2015
Monomandatario € 30.000,00 € 32.500,00 € 35.000,00 € 37.500,00
Plurimandatario € 20.000,00 € 22.000,00 € 22.000,00 € 25.000,00

Il massimale provigionale annuo non é frazionabile. Il preponente è tenuto a comunicare per ciascun agente l’ammontare di tutte le provvigioni liquidate, anche nel caso di superamento dei massimali provvigionali.

Minimale contributivo (articolo 5.2)
4. Il minimale contributivo annuo, per ciascun rapporto di agenzia, è pari ad Euro 800,00 per l’agente monomandatario e ad Euro 400,00 per l’agente plurimandatario. Il minimale contributivo è frazionabile per quote trimestrali ed è dovuto per tutti i trimestri di effettiva durata del rapporto di agenzia nell’anno considerato sempreché, in almeno uno di essi, sia maturata una provvigione. In caso di mancato raggiungimento del minimale contributivo annuo, la differenza tra il minimale e l’entità dei contributi effettivamente maturati (applicando le normali aliquote sull’importo delle provvigioni) è a totale carico del preponente. Va rilevato in proposito che i contributi di importo inferiore al minimale sono utili al solo incremento del montante contributivo il cui concetto sarà esplicitato nel prossimo articolo.

Contributo facoltativo (articolo 7) A parte le variazioni di aliquote, di massimali e minimali la vera novità in materia di contributi Enasarco è rappresentata dall’introduzione del contributo facoltativo Al solo fine di incrementare il montante contributivo è data facoltà all’agente che abbia almeno un rapporto di agenzia in essere di versare, a suo esclusivo carico, un contributo annuo facoltativo ulteriore rispetto a quello obbligatorio citato. Tale facoltà è riconosciuta agli iscritti alla Fondazione antecedentemente al 1° gennaio 2004 al solo fine di incrementare la quota di pensione di vecchiaia ed in particolare di quella corrispondente all’anzianità contributiva maturata a partire da tale data calcolata oggi con il sistema contributivo. L’entità del contributo facoltativo è liberamente determinata dall’agente, in misura almeno pari alla metà del minimale contributivo previsto per l’agente plurimandatario e quindi nella misura minima di euro 200,00 (50% di euro 400).

Modalità di versamento Il versamento dei contributi è effettuato nei modi e con le forme consuete.
stabiliti dalla Fondazione. Esso è preceduto dall’invio di una distinta conforme a quella richiesta dalla Fondazione, compilata in ogni sua parte e trasmessa nei modi e con le forme dalla stessa stabiliti. I contributi devono pervenire alla Fondazione, salvo diversa scadenza, entro il 20° giorno del secondo mese successivo alla scadenza di ciascuno dei seguenti trimestri e quindi:

Modalità di versamento
Periodo Scadenza
1 gennaio – 31 marzo 20 maggio
1 aprile – 30 giugno 20 agosto
1 luglio – 30 settembre 20 novembre
1 ottobre – 31 dicembre 20 febbraio

Il preponente è esclusivo responsabile del pagamento anche per la parte a carico dell’agente che viene trattenuta all’atto del pagamento delle somme a cui si riferiscono i contributi stessi.

Prosecuzione volontaria. La continuazione del versamento contributivo può essere un’opzione dell’agente che cessi, temporaneamente o definitivamente, l’attività e che non sia titolare di pensione di invalidità, inabilità o rendita contributiva. Infatti è possibile richiedere alla Fondazione di essere ammessi al versamento di un contributo volontario a proprio esclusivo carico, qualora vantino, all’atto della cessazione dell’attività, un’anzianità contributiva pari ad almeno cinque anni di cui almeno tre nel quinquennio precedente la cessazione dell’attività stessa. La richiesta di ammissione alla prosecuzione volontaria è presentata, a pena di decadenza, entro il termine di due anni decorrenti dal 1° gennaio successivo alla cessazione dell’attività. Il contributo si determina, alla data di presentazione della domanda, sulla base della media delle provvigioni liquidate negli ultimi tre anni di contribuzione obbligatoria, anche non consecutivi. Il contributo volontario non può comunque essere inferiore all’ammontare del minimale contributivo previsto per il monomandatario alla data del versamento. Gli agenti che abbiano ripreso l’attività sono tenuti a comunicarlo alla Fondazione e cessano dal diritto alla prosecuzione volontaria. Per esservi riammessi devono inoltrare una nuova domanda. Il diritto alla prosecuzione volontaria cessa in ogni caso al raggiungimento dei requisiti validi per la pensione di vecchiaia.
La Fondazione Enasarco, in caso di accoglimento della domanda, comunica i periodi autorizzati, la misura del contributo dovuto e le modalità di pagamento. L’accoglimento della domanda di ammissione alla prosecuzione volontaria comporta l’obbligo di far pervenire entro il termine di 90 giorni dalla comunicazione, in un’unica soluzione, i contributi volontari relativi all’anno in corso, anche se non interamente trascorso, nonché di far pervenire, entro i successivi 90 giorni, i periodi pregressi autorizzati per i quali si intende contribuire. L’iscritto decade dal diritto alla prosecuzione volontaria qualora non provveda al versamento dei contributi nel rispetto del primo dei predetti termini. Le annualità successive all’autorizzazione devono pervenire in un’unica soluzione entro il 30 novembre di ogni anno oppure in un massimo di quattro rate trimestrali di pari importo con scadenza al 28 febbraio, 31 maggio, 31 agosto e 30 novembre di ogni anno. I versamenti effettuati in ritardo rispetto alla scadenza del 30 novembre sono imputati alla copertura di periodi successivi. Fermo restando l’obbligo di versamento del minimale contributivo annuo previsto il pagamento di somme inferiori a quelle autorizzate sarà imputato a copertura di un numero di trimestri equivalente alla minor somma versata mentre l’eventuale residuo è destinato ad incrementare il solo montante contributivo individuale.
La prosecuzione volontaria non può essere autorizzata per coprire periodi contributivi per i quali è già intervenuta la prescrizione. La richiesta di ammissione alla contribuzione volontaria deve intervenire entro due anni dalla data di dichiarazione di fallimento o di inizio di altra procedura concorsuale.