Fare impresa, che impresa

3 Luglio 2013 Posted by Articoli 0 thoughts on “Fare impresa, che impresa”

di Luca Clemente

Lavoro-impresa-startupIl lavoro è la priorità. Mentre la situazione economico-finanziaria è grave ma stabile, la disoccupazione continua a salire e ad aprile ha superato i dodici punti percentuali.

Il PIL, invece, ha cominciato a risalire dopo una lunga discesa iniziata a gennaio 2011. L’indice dei prezzi al consumo e dell’inflazione sono diminuiti costantemente, e da due trimestri rimangono pressoché stazionari poco sopra il punto percentuale. Anche lo spread è sotto controllo, solo di recente ha superato i 300 punti base, mentre nei mesi scorsi è rimasto tranquillamente sotto questa soglia.

La stabilità degli indici congiunturali, dunque, lascia ben sperare circa una prossima uscita dal tunnel della recessione.

Le misure varate dal governo Letta con il “decreto del fare” imprimono di certo un colpo di acceleratore, ma bisogna essere cauti, del resto lo stesso Letta ha parlato di «strada in salita» almeno per tutto il 2013.

I più cauti dovranno essere anzitutto coloro che hanno un’età compresa tra i trenta e i cinquanta anni, meno tutelati dalle misure messe in campo dal governo, perché esclusi dai programmi d’inserimento lavorativo previsti dal decreto.

Per loro (tralasciando il campo del lavoro dipendente, sia pubblico sia privato, perché assoggettato a una serie di dinamiche che meritano ben altra trattazione) un valido sbocco lavorativo sarebbe l’impresa individuale, seppur di piccole dimensioni, però le procedure d’avviamento non sono alla portata di tutti.

Esse in paesi più avanzati e sviluppati del nostro sono incentivate con l’abbattimento dei costi di esercizio e degli adempimenti burocratici.

In Inghilterra, uno dei paesi europei in cui è più semplice avviare un’attività autonoma, le piccole imprese per lavorare devono semplicemente comunicarlo a mezzo fax o email agli uffici competenti. Questi uffici inoltre forniscono ai neo imprenditori, grazie a degli specifici corsi di formazione, gli strumenti per effettuare la dichiarazione dei redditi in maniera autonoma, nel caso non ci si voglia avvalere di un commercialista. Le uniche tasse cui si è sottoposti sono calcolate sul fatturato nell’ordine del 20%.

Ben diverso l’iter in Italia, che invece passa tramite un commercialista, l’iscrizione al registro delle imprese della Camera di Commercio del costo di circa 170 euro l’anno, e l’iscrizione all’INPS che ha un costo fisso di circa 2800 euro annui più il 27% del fatturato sopra i 14mila euro.

Insomma, è facile dedurre dove ci siano le condizioni migliori per lo sviluppo delle piccole imprese individuali.

Si obbietterà che per importi inferiori a 5mila euro l’anno è possibile lavorare con semplice ritenuta d’acconto senza aprire partita iva, ma in questo modo si è presi in minima considerazione da partner e clienti, rischiando di apparire poco professionali o addirittura degli improvvisatori.

In Italia, dunque, ci vogliono molti più mezzi ed energie per lanciare un progetto imprenditoriale, proprio perché è difficile vincere la resistenza rappresentata dalla burocrazia e dai costi di esercizio.

L’adeguamento alla “best practices” inglese consentirebbe invece di far nascere molte piccole imprese e quindi di ridare vitalità al settore.

 

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