Giannola (SVIMEZ): fermare la desertificazione industriale

20 Marzo 2013 Posted by Articoli 0 thoughts on “Giannola (SVIMEZ): fermare la desertificazione industriale”

 

intervista pubblicata sul quotidiano online”l’indro”Giannola-670x223

In tempi di crisi, si registra il dilagare di un fenomeno preoccupante, che era già in atto da tempo: la desertificazione industriale, particolarmente consistente al Sud, in un Mezzogiorno sempre penalizzato e sempre considerato fanalino di coda dell’economia, piuttosto che una risorsa su cui puntare. Una visione errata, una rotta da invertire per cambiare l’andamento economico del Paese, suggerisce il presidente di Svimez, Adriano Giannola.

Il rischio desertificazione industriale è figlio della crisi delle attuali politiche di austerità e ha le sue ragioni lontane nelle scelte fatte negli anni ‘70, quando ci si è concentrati esclusivamente sul modello dei distretti, modello importante ma che da solo non può sostenere sui mercati mondiali un Paese di 60 milioni di abitanti. Mentre occorre diversificare. Le riforme italiane degli anni ‘50 e ‘60 erano effettivamente strumenti, nel senso che hanno avuto capacità di intervenire nello scenario dell’economia, come fanno anche oggi Gran Bretagna e Francia con risorse pubbliche. Da noi oggi è da segnalare con favore questa esigenza di interventi strategici di politica industriale proprio da parte di Confindustria, giustamente preoccupata per le prospettive di desertificazione industriale”, ha commentato Giannola intervenendo alla presentazione del Rapporto “Il valore aggiunto dei comuni del Mezzogiorno” dell’OBI, avvenuta il 18 marzo a Roma al Cnel.

Tuttavia, la preoccupazione di Confindustria sembra essere connessa anche al fatto che tale desertificazione industriale è legata a molte concause alla base di altre preoccupanti problematiche quali, soprattutto, quello della disoccupazione. Si pensi che, solamente al Sud, nel 2012 ha lavorato regolarmente meno di una giovane su quattro, con un tasso di occupazione fermo al 23,6%. Se, in Veneto, è occupata regolarmente una donna su due (52,5%), al Sud si arriva a punte, come in Campania, dove fra le under 34 lavora regolarmente una su cinque.

Non solo si punta poco su giovani e donne, ma si investe anche meno sul territorio e sulla salvaguardia ambientale, con città al collasso: dal 2000 al 2010 i centri urbani del Sud hanno perso 200mila abitanti, e dal 2008 al 2012 266mila occupati, di cui 75mila solo a Napoli. Con una caduta del prodotto al Sud di 10 punti tra 2008 e 2012. E, secondo Giannola, “l’emergenza va affrontata immediatamente e non come strategia episodica. Per questo proponiamo un Piano di primo aiuto che combini recupero dei centri storici degradati in parallelo a interventi di sostegno alle aree interne, soprattutto appenniniche, a rischio desertificazione e spopolamento”.

E il recupero e la riqualificazione del Mezzogiorno deve cominciare anche con un incentivo nell’uso delle energie alternative, con uno “sfruttamento della geotermia soprattutto in Campania, che potrebbe concorrere, con una rivisitazione del Piano energetico nazionale in senso più favorevole alle rinnovabili, a soddisfare le esigenze di Confindustria, che lamenta giustamente un costo energetico per le imprese italiane superiore alle media Ue”.

 

Presidente Giannola, questo il quadro della situazione del Sud, ribadendo la forte “emergenza lavoro” che contraddistingue tutta l’Italia in questo periodo con dati allarmanti. Quali sono, invece, le cifre concernenti, più nello specifico, la desertificazione industriale al Sud?

Si è registrata soprattutto una forte caduta sia dei livelli di occupazione che dell’industria in senso stretto, nell’arco di 3-4 anni, nell’ordine del 12-14% circa dall’inizio 2012. C’è una caduta del valore aggiunto dei settori che è molto significativa e rilevante soprattutto nell’edilizia e per diverse imprese con una caduta del tessuto produttivo, soprattutto al Sud; ma la desertificazione imprenditoriale è generalizzata un po’ in tutta l’Italia, sebbene al Sud in maniera più particolare e legata alle commesse pubbliche;

Quali le cause?

Oltre che ad una caduta della domanda interna in generale, c’è da compensare anche una carenza delle esportazioni, una carenza di liquidità connessa alla mancanza di pagamenti, alla stretta creditizia: le banche concedono meno credito soprattutto alle piccole e medie imprese. Queste le principali cause che hanno portato a questa condizione generale diffusa di desertificazione industriale.

Quali le principali conseguenze?

Le principali conseguenze sono sull’occupazione emersa, quello che pesa ed incide fortemente sulle difficoltà attuali delle imprese è la loro immersione, costrette a procedere con forme sempre più informali di impiego per reggere la situazione di forte crisi economica che stiamo vivendo tutti a diversi livelli. Attualmente, infatti, una quota molto elevata della disoccupazione, che si registra molto elevata, è costituita in maniera consistente da forme di disoccupazione sommerse: sarebbe a dire lavoro nero, sebbene non si tratti, ed è importante sottolinearlo, di impieghi illegali.

Quanto ha inciso la crisi economica?

C’è una tendenza generalizzata al declino in Italia, una situazione che, però, si è aggravata in quest’ultimo periodo. Una bassissima crescita, una carenza in crescita della produttività, una carenza di competitività, esistevano già prima del 2007 e del 2008, anno in cui c’è stato lo scaturirsi della crisi economica; tuttavia, tutto ciò aveva comportato solamente una stagnazione che, poi, purtroppo, è precipitata dal 2008, e nel 2009 soprattutto, che è stato l’anno più “pesante” e critico; con una leggera ripresa nel 2010, per poi arrivare al tracollo nel 2012 con l’incremento delle manovre di austerità, dei tagli di spesa per la messa in sicurezza dei conti, che hanno portato il Sud a chiudere l’anno con -3 punti percentuali di Pil.

Come si dovrebbe intervenire?

C’è un’esigenza di attuare in tempi rapidi un piano di primo intervento, che rappresenta la via più facile ed immediata. Occorre ridare ossigeno al settore dell’edilizia, cominciando a saldare i debiti con le imprese, poi rivedendo un processo di sviluppo del Mezzogiorno da estendere a tutta l’Italia da affiancare alla consapevolezza che l’emergenza va affrontata dal Sud; non deve, però, trattarsi di linee di emergenza in sé per sé, ma come un passo preliminare in coerenza con un successivo processo di re-industrializzazione di cui sono parte integrante.
Il problema è alquanto complesso; la cosa sorprendente è che, per la prima volta, Confindustria e Cgil hanno linee convergenti. Inoltre è importante sottolineare che l’obiettivo di Confindustria era quello di ottenere il 20% del Pil, quale prodotto dell’industria manifatturiera. Attualmente al Nord si è arrivati al 18%, mentre al Sud solamente al 9%.

Ed i più colpiti, nel mondo del lavoro, sono giovani e donne, soprattutto al Sud…

Purtroppo sì. Al Sud non ci sono opportunità, nuovi ingressi sono più complicati che al Nord; nel Mezzogiorno le donne devono accontentarsi di svolgere le mansioni più umili o rinunciano addirittura ad inserirsi nel mondo del lavoro. Al Sud, inoltre, molti, soprattutto i giovani, sono impiegati nel lavoro nero e sommerso.

Quanto il puntare su fonti rinnovabili potrebbe aiutare a migliorare la situazione?

Occorrerebbe puntare maggiormente su questo ambito. Si dovrebbe dare una forte spinta al settore energetico, sviluppando, incentivando, valorizzando e sostenendo in maniera consistente l’uso delle fonti rinnovabili. Attualmente in tale ambito, da parte dell’Italia, soprattutto a livello europeo, c’è una scarsa competitività; il nostro Paese necessita di una politica energetica che ci renda più autonomi e competitivi, tanto più che, nel Mezzogiorno, vi sono le massime possibilità di sviluppare il settore delle energie, nello specifico quello delle energie rinnovabili.

Quali le misure che avete attuato come Svimez?

Noi, in quanto Svimez, abbiamo proposto l’abolizione dell’Irap, un elemento che incide molto sulle imprese e che pesa molto sulle buste paga. Si tratta di una misura fattibile. Quello che sosteniamo, però, è che, ad essa, deve essere affiancata, conditio sine qua non perché risulti efficace, da una ridistribuzione sulla cittadinanza di tale risorsa, possibilmente equa.

Quali investimenti occorrerebbe fare?

Investire maggiormente ed in maniera più adeguata sul Mediterraneo, crocevia dei commerci, che però non gode di uno stato di ottima salute, per così dire. Il Mediterraneo non fruisce di una posizione centrale per una carenza di investimenti industriali; così l’Italia perde completamente prestigio su uno degli elementi che, invece, potrebbe essere centrale per il suo sviluppo e la ripresa economica. Valorizzare il Mediterraneo e rimettere il Mezzogiorno al centro delle politiche economiche, con una fiscalità di vantaggio effettiva e convincendo il Nord che non è a suo svantaggio, dovranno essere alcune delle manovre principali per il futuro. Rimettendo un po’ in discussione tutto l’ordine di idee vigenti finora, in cui, appunto, il Mezzogiorno non è stato al centro della politica economica italiana.

Quali le politiche economiche che andrebbero messe in atto?

C’è l’emergenza di trovare forme di reddito di cittadinanza per le aree emarginate, come Napoli, dove c’è una media del 16% di donne attive, contro quella del resto dell’Italia pari al 50%; inoltre, la povertà è per la metà concentrata al Sud ed è in crescita. Queste forme di reddito di cittadinanza sarebbero un modo di sostenere la domanda, anche su base locale, una forma di salvaguardia senza spingere alla disperazione. Occorrerà farlo in tempi rapidi. Purtroppo, però, l’attuale Governo non ha dimostrato una sensibilità al riguardo, poiché il Mezzogiorno non è ancora visto come una risorsa e non è stato messo al centro delle politiche economiche nazionali.

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