I frutti (acerbi) del 2012

27 Dicembre 2012 Posted by Articoli, Economia 0 thoughts on “I frutti (acerbi) del 2012”

foto1 (1)di Luca Clemente

Il Giornale dell’Agente di Commercio” online compie un anno. Un traguardo raggiunto anzitutto grazie alla determinazione e alle capacità della redazione. Venditori, ma anche amministrativi, esperti legali e contabili, prestati alla comunicazione, i quali sono riusciti a fare informazione su aspetti del Commercio talvolta trascurati.

Le tematiche care agli agenti, infatti, passano spesso in secondo piano, probabilmente perché gli stessi producono lavoro e ma non beni di consumo, dovendo provvederne alla commercializzazione e alla distribuzione, e quindi sono interessati in maniera differita dalle dinamiche di produzione che invece attraggono maggiore interesse grazie elle numerose applicazioni nell’ambito della ricerca.

Ciononostante nel settore del Commercio, primo in Italia primo per produzione economica e per indotto occupazionale (circa il 60% del totale, mentre Agricoltura e Industria ricoprono un ruolo minore), gli agenti hanno un compito determinante, sono il trait d’union tra i produttori e il pubblico, il tramite attraverso cui il 70% delle merci è collocato sul mercato.

In un contesto così delineato le istanze degli oltre 300mila agenti di commercio italiani emergono in tutta la loro complessità, in quanto interessano da vicino le sfere dell’Economia e del Sociale.

Per questo motivo “il Giornale dell’Agente di Commercio” ha prestato attenzione alla quotidianità dei suoi lettori, monitorando la politica comunale, con particolare attenzione ai permessi per il trasporto di campionari voluminosi nella ZTL, e seguendo le principali novità sul piano legale, previdenziale e fiscale inerenti alla categoria, tra cui spicca l’approvazione del nuovo regolamento Enasarco del 2012. Ma ha seguito anche l’attualità del Paese in senso lato.

Le vicende politiche italiane del 2012 e del suo interprete principale, il professor Monti, moderno Cincinnato dell’Italia (post?)berlusconiana, hanno avuto largo spazio anche sul nostro foglio, sebbene le aspettative che hanno accompagnato la sua ascesa e il suo governo siano state in gran parte disattese.

L’uomo “antispread”, prescelto per traghettare il Paese fuori dalla crisi economica globale, è sceso dalla nave a metà del viaggio. Mentre scrivo Monti è dimissionario, ma gli interventi per i quali è stato nominato primo ministro, ovvero avvicinare l’Italia all’Europa sul piano del lavoro e dei servizi, sono rimasti incompiuti, e come se non bastasse, i suoi interventi hanno colpito più duramente le classi deboli della società.

Se da un lato bisogna ammettere che lo spread è rientrato sotto una soglia accettabile, circa 300 punti base, dall’altro vanno elencati tutti gli insuccessi del premier.

Il taglio dei costi della politica, con la soppressione delle Province, il taglio di parlamentari e consiglieri locali, si è fermato in parlamento. L’introduzione della Tobin Tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, è stata rinviata. La riforma della legge elettorale, e quindi l’abolizione del “porcellum” in favore della scelta diretta dei rappresentati, è rimasta lettera morta. Anche il ricorso alla “patrimoniale” per fronteggiare il deficit di cassa, sperimentato per l’ultima volta nel 1992 dal governo Amato nell’ordine del 6 per mille sulle giacenze bancarie, non c’è stato. Si è optato invece per una scelta più dolorosa, l’Imu, ovvero il ripristino della tassazione sui beni immobili, l’ultima riserva di ricchezza per la maggior parte degli italiani, ma anche in questo caso i risultati sono stati scarsi.

L’aumento del gettito fiscale nelle casse dello Stato grazie all’Imu, e i finanziamenti a tasso ridotto della Bce alle banche italiane, hanno fatto crescere la credibilità dell’Italia sul piano internazionale, in quanto ne è aumentata la solvibilità soprattutto in relazione all’enorme debito pubblico, ma il mercato interno non ne ha beneficiato.

E ciò perché nonostante le lusinghe ricevute nelle sedi internazionali, nella fatidica agenda Monti sono mancate azioni incisive nelle politiche di sviluppo, e quindi gli altri indicatori congiunturali come il Pil, oppure il tasso di disoccupazione, hanno fatto registrare un sostanziale peggioramento rispetto all’anno scorso.

Infine si deve al governo Monti il più grave corto circuito del Welfare di epoca recente, quello degli esodati, ex lavoratori rimasti senza impego e senza pensione, le cui conseguenze si sarebbero estese anche all’Ensarco senza la strenua opposizione delle parti sociali e in particolare dell’Usarci, in quanto proprio i suoi rappresentanti nel CDA della cassa previdenziale hanno scongiurato l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni senza la possibilità degli “scivoli facoltativi” a 65 e 66 anni.

I partiti, dal canto loro, non hanno promosso alcuna iniziativa per supplire alle carenze dell’esecutivo, anzi, sono balzati alla ribalta della cronaca soprattutto per le distrazioni di fondi pubblici avvenuti sia ai vertici delle segreterie sia nelle regioni, e intanto hanno ripreso a scaldare i muscoli in previsione delle elezioni politiche di febbraio.

Il nostro Paese, dunque, esce malconcio dal 2012, soggiogato più di prima dalle logiche campanilistiche che ne frenano la valorizzazione delle risorse e quindi lo sviluppo. L’uomo su cui tutti puntavano, il professor Monti, ha solo sfiorato l’obiettivo del suo mandato, e adesso ci chiede altro tempo per centrarlo in pieno. Durante le feste il premier ha annunciato la sua discesa in campo per le prossime politiche. Non ha spiegato ancora come, ma ha anticipato che il suo programma sarà incentrato su un ulteriore aumento delle tasse.

 

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