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2015, l’anno della ripresa

12 gennaio 2015 Posted by Articoli, Economia 0 thoughts on “2015, l’anno della ripresa”

L’ISTAT prevede a breve la fine della recessione, ma il mercato del lavoro resta debole. «La fase di contrazione dell’economia italiana è attesa arrestarsi nei prossimi mesi, in presenza di segnali positivi per la domanda interna», dice l’istituto, sottolineando come «le condizioni del mercato del lavoro “rimangono tuttavia difficili” con un tasso di disoccupazione in crescita». 

Il PIL, secondo le ultime rilevazioni ISTAT aggiornate al terzo trimestre 2014 (grafico n°1), continua a crescere, ed ha raggiunto i -0,5 punti percentuali, un risultato peggiore del -0,2% registrato il secondo trimestre dell’anno, ma lusinghiero rispetto al picco negativo di -2,8 punti registrato nel quarto trimestre del 2012.Immagine1

Lo spread, il differenziale tra i BTP italiani e i BUND tedeschi, cioè uno dei principali indicatori della stabilità economia del Paese, nei primi giorni del 2015 è rimasto stabile sotto i 130 punti base, circa una quarto del picco negativo di 550 punti base registrato alla fine del 2011 (grafico 2).Immagine2

L’inflazione, invece, rimane stabile (grafico n° 3) . In particolare secondo l’ISTAT «nel mese di novembre 2014, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,2% rispetto al mese precedente e aumenta dello 0,2% nei confronti di novembre 2013 (era +0,1% a ottobre), confermando la stima preliminare. Al netto degli alimentari non lavorati e dei beni energetici, l'”inflazione di fondo” resta stabile a +0,5%; mentre al netto dei soli beni energetici, sale a +0,6%, da +0,4% di ottobre».Immagine3

Altro dato stabile, diffuso dall’istituto nazionale di statistica, è quello relativo alla fiducia delle imprese. «A dicembre 2014 l’indice composito del clima di fiducia delle imprese italiane rilevato dall’Istat è stabile, rispetto al mese precedente, a 87,6». Il clima di fiducia delle imprese, spiega l’Istituto di statistica, «migliora nel settore manifatturiero ed in quello del commercio al dettaglio, peggiora nel settore delle costruzioni e dei servizi di mercato».

Come anticipato aumenta la disoccupazione (grafico n°4), in particolare quella giovanile. Gli ultimi dati ufficiali, relativi a ottobre 2014 fanno registrare un tasso al 13,2%, e le previsioni degli ultimi mesi confermano l’andamento negativo.Immagine4

In estrema sintesi, come confermato dall’ISTAT, «lo scenario macroeconomico permane frammentato. Tra le economie avanzate, gli Stati Uniti mostrano vigorosi segnali di crescita mentre nell’area euro gli indicatori anticipatori evidenziano i primi segnali di miglioramento». «L’assestamento del prezzo del petrolio ai bassi livelli attuali è previsto influire moderatamente, in senso positivo, sulla crescita economica dei principali paesi europei».

«La fase di contrazione dell’economia italiana è attesa arrestarsi nei prossimi mesi, in presenza di segnali positivi per la domanda interna». «Le condizioni del mercato del lavoro rimangono tuttavia difficili con livelli di occupazione stagnanti e tasso di disoccupazione in crescita».

 

I conti migliorano, ma di poco

10 ottobre 2014 Posted by Articoli, Economia 0 thoughts on “I conti migliorano, ma di poco”

L’economia italiana migliora a fatica, ostacolata dalla crisi globale e dalla turbolenta vita politica del Paese.pil

Il PIL, secondo le ultime rilevazioni ISTAT aggiornate al secondo trimestre 2014 (grafico n°1), continua a crescere, ed ha raggiunto i -0,2 punti percentuali, che rappresenta il miglior risultato dal picco negativo di -2,8 punti registrato nel quarto trimestre del 2012.spread giorniLo spread, il differenziale tra i BTP italiani e i BUND tedeschi, indice che in estrema sintesi consente di accertare la stabilità dell’economia del Paese, è contenuto e stabile sotto i 150 punti base, molto lontano dal picco negativo di 550 punti base registrato alla fine del 2011 (foto accanto). Sul fronte dell’inflazione va segnalato un ulteriore ribasso (grafico n° 3). Secondo l’ISTAT «nel mese di settembre 2014, secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,3% rispetto al mese precedente, e dello 0,1% nei confronti di settembre 2013 (lo stesso valore rilevato ad agosto).prezzialconsumo Al netto degli alimentari non lavorati e dei beni energetici, l'”inflazione di fondo” è stabile a +0,5%; al netto dei soli beni energetici, scende a +0,3% (da +0,4% di agosto).Ciò conferma la debolezza ciclica dell’economia italiana che si accompagna al rallentamento dell’area euro. Il deterioramento dei ritmi produttivi riflette la carenza di domanda interna che colpisce soprattutto gli investimenti.

Negli ultimi due mesi, la fiducia delle imprese italiane è arretrata sui valori di inizio anno, con perdite più marcate nei settori dei servizi. Tuttavia il deprezzamento del cambio dell’euro verso il dollaro porterebbe ad una ripresa delle esportazioni».

Le note dolenti vanno ricercate invece nell’annosa questione della disoccupazione giovanile e nel divario di ricchezza tra Nord e Sud del Paese. Sul primo punto va detto che il tasso di disoccupazione relativo agli under 25 ha superato il 44,2%, sebbene quello complessivo abbia fatto registrare un lieve miglioramento, passando al 12,3 dal 12,6 (grafico n°4).tassodisoccupazione

Sul divario tra le macro aree italiane è emblematica la sintesi contenuta nell’annuale studio SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno, pubblicato il 30 luglio, secondo cui «il divario di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2013 è sceso al 56,6%, tornando ai livelli di dieci anni fa».

Aspettando la befana

30 dicembre 2013 Posted by Articoli, La parola al presidente, Sindacato 0 thoughts on “Aspettando la befana”

Traditional Epiphany market in Navona Square - Rome

Chi si aspettava serietà e competenza dell’attuale governo è rimasto deluso perché l’esecutivo Letta non è riuscito ancora a tirarci fuori dalle secche della recessione.

Per quanto si sia adoperato a recuperare prestigio sul piano internazionale, non è riuscito a imprimere un cambiamento, che pure era necessario, per riportare il Paese sulla linea di galleggiamento.

Continua a mancare una politica dei redditi, che possa permettere di recuperare alla forbice economica e sociale, quel differenziale che aiuterebbe ad accrescere i consumi interni, permettendo a intere categorie d’imprenditori di guardare con maggiore fiducia il futuro. La piccola e media impresa di cui fa parte anche la nostra categoria non ha più fiato. Non basta più dire che le PMI sono la spina dorsale del nostro Paese, perché esse, eccetto quelle orientate all’export, in molti casi si ritrovano sull’orlo del baratro dovuto alla deflazione che ancora attanaglia l’Italia.

In questo contesto affonda anche la nostra categoria, perché gli agenti di commercio, che mediano più del 70% della produzione nazionale, non hanno più risorse economiche da mettere in campo per la loro sopravvivenza, poiché i fatturati sono crollati inesorabilmente e con essi i ricavi.

Da questa classe politica ci aspettavamo più coraggio, soprattutto nel modificare la miriade di leggi obsolete da cui è appesantito il Paese. Non sono bastati nemmeno i morti di Lampedusa per affondare leggi che sono un’offesa alla nostra cultura dell’accoglienza. Nemmeno i vari appelli di Papa Francesco sono serviti a scuotere i sepolcri imbiancati dei catto-clericali che siedono in parlamento.

I temi da affrontare sono tanti, ma nulla è stato fatto per la loro risoluzione. Tutti gli sforzi si sono concentrati sul mantenimento dello status quo, e poco si potrà fare fino a che saremo governati dalle “grandi intese”, volte solo alla salvaguardia delle poltrone.

Anche nel nostro sindacato si annidano forze votate all’immobilismo. L’anno scorso, nell’articolo di Natale pubblicato su questo giornale, chiesi: quanto dovremo ancora aspettare per firmare il contratto Industria? Quando si prenderanno iniziative volte a spingere i confindustriali a una trattativa?

Noi, essendo lavoratori atipici, indipendenti e para-subordinati allo stesso tempo, siamo poco avvezzi agli scioperi. Ma cosa succederebbe se facessimo mancare alle nostre aziende per una settimana gli ordini assunti? Se dimostrassimo di essere noi la cinghia di trasmissione che fa andare il motore dell’economia?

Non è pensabile che oltre 280mila agenti di commercio, regolarmente iscritti all’Enasarco, non siano in grado di creare un unico fronte per far valere i propri diritti. Le divisioni devono essere accantonate, per creare un blocco unico in grado di far valere le proprie ragioni. Cosa ci può fare paura visto che siamo alla mercé del mercato, delle aziende e dei nostri clienti? La nostra battaglia deve servire a salvaguardare anche la parte sana della nostra clientela, che negli anni ci ha permesso di lavorare con tanta tranquillità.

Costoro, quasi tutti, allo stato vivono la nostra stessa situazione di precarietà.

Ci sarebbe ancora molto da dire, vedremo più avanti, speriamo che la befana faccia trovare a noi tutti nella calza qualcosa che ci faccia ben sperare per il futuro. Buon 2014 a tutti voi.

Luciano Falgiano

 

La polvere sotto il tappeto

30 dicembre 2013 Posted by Articoli, Economia 0 thoughts on “La polvere sotto il tappeto”

polvereMentre il governo Letta lancia messaggi rassicuranti circa la ripresa dell’economia, i cittadini scelgono la protesta per lasciarsi alle spalle il 2014.

Nell’ultimo periodo parole come impeachment e forconi sono state gettonatissime. Dati alla mano, però, ci accorgiamo che lo spread è sceso: ora oscilla intorno ai 220 punti base, ad aprile era a 348, mentre il picco di 550 punti registrato alla fine del 2011 sembra solo un ricordo lontano. Il Pil, benché in ripresa, è ancora a saldo negativo: -1,9%, ma c’è da dire che le previsioni confermano la tendenza alla risalita.

Questi risultati, seppure incoraggianti, in Italia non hanno influenzato la cosiddetta economia reale, ovvero la vita economica direttamente collegata alla produzione e alla distribuzione di beni e servizi. Secondo l’Istat, infatti, «a ottobre 2013 l’indice delle vendite al dettaglio diminuisce dello 0,1% rispetto al mese precedente. Nella media del trimestre agosto-ottobre 2013 l’indice registra una flessione dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti».

L’ottimismo che accompagna i dati dello spread e del Pil, dunque, ha solo sfiorato i cittadini. Sono segnali deboli, forieri di una ripresa lenta. Non è una questione di punti di vista, di bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Anzi, per tentare una risalita occorre analizzare la situazione con procedimenti scientifici, non empirici.

La risposta alla grande recessione iniziata nel 2008 è stata tardiva da parte dell’Italia, e tuttora continuano a essere sottovalutate azioni imprescindibili per uno sviluppo coerente del Paese come la riduzione del divario sociale.

La spesa pubblica improduttiva, gli sprechi, i privilegi, costituiscono una zavorra che ne frena il cammino. Gli italiani, grazie anche alla diffusione dei nuovi mezzi d’informazione, hanno scoperto la polvere nascosta sotto il tappeto del Belpaese, e il favore accordato alla protesta anticasta, sia in ambito parlamentare sia in ambito extraparlamentare, lo conferma.

Il taglio della spesa pubblica e la conseguente riduzione del cuneo fiscale non sono più rinviabili. Allo stesso modo non è più rinviabile la valorizzazione di settori strategici, come turismo e produzione alimentare di alta qualità, che invece sono ancora danneggiati dal ritardo infrastrutturale, specie al Sud.

Questi temi esigono massima attenzione da parte della politica, in questo periodo alle prese con una crisi di credibilità dalla quale potrà uscire solo con una legge elettorale che consenta l’elezione diretta dei parlamentari da parte dei cittadini.

Si prevede un 2014 migliore del 2013, anno in cui i paesi dell’Eurozona sono usciti dalla fase recessiva, ma le stime di crescita sono ancora basse, specialmente in Italia.

Luca Clemente

 

Teatro Italia

8 ottobre 2013 Posted by Articoli, La parola al presidente, Sindacato 0 thoughts on “Teatro Italia”
L'attore Peter Ustinov in Diversion No. 2, 1941

L’attore Peter Ustinov in Diversion No. 2, 1941

Al “teatro Italia” va in scena l’ultimo atto (o forse penultimo) della seconda Repubblica

Luciano Falgiano

Un uomo entra in scena armi in pugno. Spara all’impazzata, a salve, verso il pubblico. E’ il personaggio

principale, replica questa scena da vent’anni. E’ un noto malfattore. Si fa scudo di molti attori, grazie ai quali non riesce mai ad essere arrestato dalle forze dell’ordine. Negli anni ha trovato anche altri soggetti compiacenti che ne hanno oscurato le malefatte.

Il pubblico in platea ed in galleria è stufo ormai di questa rappresentazione, e non aspetta altro che lo spettacolo finisca e cali il sipario.

Torna a casa deluso e convinto che se non cambia il copione e non si sostituiscono gli attori, il teatro sarà destinato alla chiusura.

Tornando alla realtà ci si accorge che anche le prove della nuova commedia non danno nessun segnale positivo. Ormai tutti recitano a soggetto, si è tornati alla commedia dell’arte che tanto successo ha avuto tre secoli fa in Europa, della quale gl’italiani sono considerati maestri.

Sono trascorsi vent’anni dall’inizio della seconda Repubblica, e questo tempo sembra essere servito solo ad interrare i rifiuti tossici della prima, producendo grande inquinamento. Cosa si può fare? Difficile dirlo. Tenendo conto che non avere fatto nulla ed avere rimandato tutto a domani, ci ha riportati alla casella di partenza, come nel gioco dell’oca.

Se consideriamo che ad oggi siamo tutti stremati, imprese, lavoratori, precari, disoccupati, non occupati, pensionati, studenti, neonati, non vedo come potremo sopportare quanto avverrà in seguito alla sciagurata scelta di non governare.

Se dovessimo tornare alle urne i segretari di partito faticherebbero a rastrellare voti.

Dovranno dimostrare che faranno quanto hanno sempre affermato: rivoluzionare l’apparato dello Stato, ridurre il numero dei parlamentari, eliminare i grandi sprechi che si annidano nella spesa pubblica fra cui le Provincie, realizzare una legge elettorale che consenta al cittadino di scegliere il proprio rappresentante togliendo quell’alea di irresponsabilità che lo stesso cittadino tende ad avere perché non può incidere nelle vicende politiche.

E’ tempo che ogni persona di buona volontà si attivi, partecipi, faccia sentire la propria opinione. Solo così riusciremo a venirne fuori.

 

Fare presto e fare bene

29 marzo 2013 Posted by Articoli, La parola al presidente, Sindacato 0 thoughts on “Fare presto e fare bene”

di Luciano Falgiano

 

Fare presto e fare bene! L’imperativo che corre sulla bocca di tutti coloro che hanno a cuore le sorti del paese in questi giorni è questo.

Sono giornate convulse queste che precedono la formazione del nuovo governo (chi scrive come tutti, non ha, ad ora, nessuna idea di quali saranno gli sviluppi dell’incarico dato dal Presidente Napolitano all’onorevole Bersani). E’ augurabile che tutto possa risolversi con la costruzione di una maggioranza che dia certezze e stabilità per la prossima legislatura. Più che una speranza deve essere un auspicio perché solo questa condizione potrà essere il prologo di una stagione che si annuncia fondamentale per le sorti della nostra Italia.

Come annunciato da quasi tutte le forze politiche, questa che inizia dovrà essere la stagione delle grandi riforme, sia economiche che strutturali, a partire dal lavoro fino ad una seria riforma elettorale.

Tra queste il lavoro è la priorità assoluta. Senza di esso non vi è futuro, non vi sarà mai nessuna crescita, anzi, restando al palo correremo più rischi di Grecia, Spagna, Portogallo.

Il lavoro, fondamento della democrazia, contemplato nell’art. 1 della nostra costituzione, deve avere una centralità assoluta in tutte le politiche di sviluppo, ed una diffusione ampia e garantita. Bisogna ridurre al minimo tutte le forme contrattuali atipiche affinché i giovani ed i meno giovani possano sentirsi veri lavoratori e non precari occasionali. Per ottenere risultati duraturi bisogna incidere con forza sul costo stesso del lavoro.

giorgionapolitanoLe risorse per fare un operazione di questo tipo devono venire necessariamente da una riduzione sostanziale degli sprechi che si annidano in ogni angolo della Pubblica Amministrazione, della Sanità, della Politica ad ogni livello, sia centrale sia regionale sia locale.

Anche la nostra categoria deve fare la sua parte, la denuncia sociale ci è consentita, perché non esserne partecipi? Il sindacato ha l’autorevolezza, ma forse non la forza, per esprimersi come parte attiva nel confronto pubblico. Per avere forza bisogna essere in tanti, avere obbiettivi comuni ed enunciarli con voce alta.

Il sindacato Lanarc, con tutte le sue componenti consiliari, è impegnato a costruire un futuro qualificato per la categoria degli agenti di commercio. L’auspicio del Consiglio riguarda dunque la maggiore partecipazione degli associati. Se ogni collega farà da cassa di risonanza e promuoverà la nostra realtà associativa, la voce di tutta la categoria sarà percepita con maggiore chiarezza.

 

Scriviamo il futuro che vogliamo

27 dicembre 2012 Posted by Articoli, Sindacato 0 thoughts on “Scriviamo il futuro che vogliamo”

Antonello Marzolladi Antonello Marzolla

“……  mai come oggi l’economia del nostro Paese è stata più solida, tutti gli indicatori che possiamo prendere in esame testimoniano un benessere diffuso e una forte capacità di produrre ricchezza.

L’industria marcia a gonfie vele trainata dai consumi interni e da un’esportazione che ha portato il “made in Italy” a diventare un modello da prendere ad esempio nei paesi dell’euro zona; meccanica, elettronica, alimentare e abbigliamento parlano italiano in buona parte del mondo.

Cultura e arte sono le principali attrazioni turistiche che portano ogni anno milioni di stranieri nel “bel paese” e che, dopo un’abbuffata di storia e di sapere si riversano sulle nostre coste dove possono riposare coccolati da un’ospitalità alberghiera invidiata in tutto il mondo.

Il mare italiano gode di ottima salute, le bandiere azzurre sui nostri litorali non sono un’eccezione ma una costante, il sistema turistico/portuale nazionale macina profitti grazie ad una lungimirante politica che ha incentivato il diporto attraendo imbarcazioni e armatori da tutti i paesi mediterranei che trovano nei nostri porti servizi di prim’ordine e un’ottima accoglienza.

La politica varata dai governi che si sono succeduti in questi anni, ha inoltre investito molto sui giovani, sulla scuola e sulla ricerca, e oggi l’Italia vanta le migliori università, dalle quali escono ragazzi formati e pronti ad affrontare un complesso mondo del lavoro nel quale la competitività è un fattore determinante del successo italiano.

È stato proprio grazie agli investimenti pubblici di questi ultimi anni nella scuola e nella ricerca e nelle infrastrutture che si è potuto creare quel benefico circolo virtuoso che ha ridato slancio a quei settori della nostra economia che da sempre sono il simbolo del nostro Paese e così i comparti automobilistico, meccanico, elettronico, tessile e abbigliamento, elettronica, e turismo oggi godono di ottima salute.

Le profonde riforme della Giustizia, della Pubblica Amministrazione, della Sanità e del sistema tributario hanno fatto balzare, secondo il recente rapporto Ocse, l’Italia in testa ai paesi con il più alto livello di efficienza amministrativa e i migliori servizi socio sanitari tanto da assegnare al “bel paese” uno tra i più alti punteggi, tra tutti i paesi dell’area euro, per qualità di vita e benessere diffuso.

Buone notizie anche dal fronte dell’occupazione ormai scesa a livelli tra i più bassi d’Europa e questo grazie anche a una saggia riforma del Lavoro, avviata dai passati governi e completata di recente dall’attuale Esecutivo grazie anche a uno storico accordo tra Governo e sindacati che ha ammodernato l’intero sistema delle relazioni sindacali del Paese.

La riforma tributaria approvata nel recente passato continua a dare i suoi frutti sia in termini di gettito che di equità, infatti l’introduzione del principio di contrapposizione di costi/ricavi che consente la deducibilità dal reddito imponibile delle persone fisiche di tutti i costi dimostrabili con scontrini, ricevute e fatture ha permesso l’emersione quasi totale dell’evasione e di conseguenza l’attuale Governo, come peraltro i precedenti, hanno potuto programmare una progressiva riduzione delle aliquote fiscali che risultano essere attualmente nel nostro Paese tra le più “leggere” d’Europa.

Il buon funzionamento del nostro apparato burocratico, la celerità e la certezza della nostra giustizia i cui tempi di funzionamento sono stabilizzati a non più di sessanta giorni, l’ammodernamento del quadro normativo inerente il lavoro e una pressione fiscale assestata su livelli accettabili ha infine attratto in Italia il capitale estero che ormai da tempo ha ricominciato a credere in noi sia per ciò che concerne le sottoscrizioni di titoli italiani che per ciò che riguarda gli insediamenti produttivi.

Infatti, si contano ormai a migliaia le aziende straniere che hanno scelto l’Italia per insediare i propri siti produttivi, di ricerca e sviluppo e di design creando veri e propri poli scientifici e di alta tecnologia che ruotano intorno alle nostre università considerate all’avanguardia rispetto ad altri paesi.

La riforma costituzionale varata dalla “costituente” e che ha ridotto il numero di onorevoli e senatori, ridistribuendo rispetto alla passata conformazione delle camere i compiti e le funzioni dei due rami del parlamento, ha consentito un’accelerata agli iter legiferativi snellendo altresì le procedure necessarie all’approvazione di tutto quell’insieme di norme e riforme che hanno consentito al Paese di adeguarsi celermente agli standard degli altri paesi europei eliminando nel contempo quell’insieme di benefici che avevano fatto si che la nostra passata classe politica fosse affibbiato l’appellativo di “casta”.

La nuova legge elettorale approvata con il passato Governo ha riconciliato la politica al Paese, ponendo fine a uno scollamento con la società civile che aveva portato l’Italia a essere considerata il Sudamerica d’Europa.

Ormai da anni si è completamente invertita la tendenza che aveva fatto dell’Italia un paese ad alta “fuga di cervelli” e attualmente sono i nostri centri di ricerca scientifica ad attrarre conoscenza da altri paesi.

Al buon funzionamento generale del nostro Paese ha dato anche un’importante mano l’ammodernamento della rete infrastrutturale; il ponte sullo stretto di Messina, la diffusione capillare dell’alta velocità ferroviaria, una rete autostradale completamente rinnovata e perfezionata, una copertura capillare della banda internet e una razionalizzazione degli scali aeroportuali e marittimi permette oggi a persone e merci di muoversi lungo lo stivale in modo celere e comodo dando all’Italia l’oscar in Europa per la capacità di movimentazione e comunicazione

Chissà quando potremo leggere un articolo nel quale trovare scritto anche solo una parte di tutto ciò.

Certamente non presto.

Come sia stato possibile che il nostro Paese sia sprofondato nel baratro di una crisi senza precedenti però tutti lo sappiamo; anni di lassismo, di tenore di vita sopra le righe, anni di disinteresse collettivo per la “cosa” pubblica, di sciupi, di favoritismi e di lotta alla meritocrazia in favore di un’omologazione sociale che ha portato profitto a chi “non” faceva e danno a chi invece faceva.

Ora forse fa comodo a noi tutti far finta di essere stupiti e di additare nella “mala politica” la colpa di tutto, ma sappiamo perfettamente che non è così!

La storia ci insegna che è sempre stata la borghesia, il così detto “ceto medio”, di cui la nostra Categoria fa parte, a imprimere agli Stati i grandi cambiamenti; l’ha fatto indignandosi prima e protestando poi, ma sempre occupandosi quale attore nella guida del Paese.

Proprio il ceto medio italiano ha lasciato che intorno a se proliferasse e si rafforzasse una classe politica da serie “C” composta spesso da falliti nel mondo del lavoro, riciclati in quello della politica, attratti da guadagni, benefici e poco impegno.

Le “caste” si sono alimentate principalmente del nostro disinteresse sociale mentre noi, la “gente comune”, la media borghesia, il ceto medio italiano abbiamo chiuso gli occhi e lasciato fare, ben sapendo però che quello che non volevamo vedere era brutta cosa.

Gli Agenti di commercio non hanno fatto diversamente, anzi spesso, perché troppo impegnati a interpretare il ruolo di “lupi solitari”, oppure assorti nel compito di far bene gli affari degli altri hanno disertato quel ruolo indispensabile in una democrazia che è l’impegno e la partecipazione.

Chi crede che la democrazia sia un “diritto” si sbaglia, la democrazia è per sua natura il risultato dell’impegno di tutti e la si coltiva e mantiene viva con la partecipazione.

La nostra Categoria troppo spesso si limita alla lamentela e al giudizio negativo dello stato in cui versa ritenendo, erroneamente, che le conquiste, i miglioramenti e la fissazione delle regole che sovrintendono il nostro lavoro siano un semplice diritto e non invece il frutto di una dura e serrata discussione con i nostri interlocutori sia che essi siano le controparti che le Istituzioni.

Questo periodo di durissima crisi ha portato allo scoperto una situazione di grande sofferenza per l’’intero mercato e noi che siano al centro, la patiamo due volte; da una parte attraverso le nostre aziende rappresentate che stentano a sopportare la forte contrazione delle vendite e dall’altra attraverso i nostri clienti, la maggior parte dei quali, se potesse, tirerebbe giù le persiane per non alzarle più.

Noi siamo logorati da una strepitosa contrazione delle vendite, da un ormai insopportabile ritardo nel pagamento delle provvigioni, da un innalzamento al limite dell’accettabile dei costi di gestione dell’attività, da una pressione fiscale che non ha precedenti in tutta Europa e dallo spauracchio di un insieme incrociato di redditometri e spesometri che rischiano di calarci sul capo come una ghigliottina.

Spesso si sente dire o ci si domanda “…come sia stato possibile arrivare a questo punto…” e altrettanto spesso viene spontaneo addossare tutto ciò alla mala-politica, ma se è vero che in questi ultimi anni siamo stati governati dalla peggior classe politica della storia del Paese è altrettanto vero che proprio in questo tempo è venuta meno la partecipazione della classe media, che, forse abbagliata da un’abbondanza fondata su di un debito pubblico in perenne ascesa, ha preferito lasciare la cosa pubblica nelle mani dell’incompetenza e del malaffare.

Non vi è settore della vita pubblica e di quella civile nella quale non si sia annidata la cattiva gestione e lo spreco, dove non siano cresciuti impuniti i privilegi, dove non siano proliferate le tangenti quali metodo di scelta per i servizi e le forniture, dove nepotismo e clientelarismo non siano protetti da chi invece dovrebbe vigilare sulla correttezza e sulla meritocrazia.

Se la democrazia in Italia sembra sia andata a “farsi benedire”, se il vedersi riconoscere il più elementare diritto sembra essere diventato un problema insormontabile, questo è si colpa di una classe di manigoldi, ma anche di chi glielo ha permesso.

L’Italia però non è solo fatta da brutta gente, da tangentisti, da raccomandati e da fannulloni; l’Italia è anche fatta di gente come noi che tutti i giorni si spacca la schiena e fa centinaia di chilometri in auto con pioggia, nebbie e neve, che tiene in vita con il proprio lavoro l’industria, il commercio ed i servizi, che permette a centinaia di migliaia di dipendenti di mantenere un lavoro che alla fine, per continuare ad esistere ha necessità di concludersi con una vendita.

Noi Agenti di commercio siamo la “cinghia di trasmissione” che collega la produzione alla commercializzazione, attraverso le nostre vendite si colloca circa il 70% del PIL nazionale e il nostro ruolo è indispensabile per lo sviluppo delle aziende e del Paese; proprio per questo non è accettabile che ci si tratti con sufficienza e che le nostre giuste istanze siano inascoltate.

Ma la democrazia si basa sui numeri, sulla coesione e sulla capacità di farsi ascoltare in maniera incisiva; senza questo le voci sono solo rumori privi di significato.

La democrazia è il giusto modo fatto di regole e di rispetto che serve a dar dignità a un Paese, a chi vi vive e a chi lì lavora.

La democrazia è lo strumento fondamentale per esercitare il controllo su chi governa e su chi gestisce la cosa pubblica e quando questa viene affievolita dalla mancanza di partecipazione cessa di essere lo strumento di libertà per trasformarsi in una “gabbia” di regole che ostacolano il benessere ed il progresso, ecco perché anche noi Agenti di commercio non dobbiamo rinunciare al nostro ruolo di lavoratori e cittadini partecipi alla vita del Paese.

La “casa” della nostra democrazia, lo strumento per esercitare il nostro ruolo di Categoria attiva e presente nella vita sociale, la cassa di risonanza delle nostre richieste anche di cittadini consapevoli è il nostro sistema associativo e l’Usarci ne è il concreto strumento.

Disertare l’associazionismo è l’errore di chi crede di poter fare da se, di chi pensa che la coesione e lo spirito di appartenenza a una Categoria sia un elemento inutile, eppure ben sappiamo quanto il sistema dell’industria, del commercio, dell’artigianato e della cooperazione siano coesi pur avendone forse meno necessità di noi Agenti di commercio. Sappiamo bene quanto organismi quali Confindustria, Confcommercio, Confartigianato ecc incidano sulla vita, sulla politica e sul futuro del nostro Paese; noi non possiamo essere diversi, non possiamo ridurre tutto a un solo calcolo di convenienze personali; m’iscrivo se mi serve altrimenti ne faccio a meno, perché così facendo si toglie voce a se stessi e a tutta la Categoria.

Se volgiamo far tornare il Paese alla “normalità”, se ci sta a cuore il futuro dei nostri figli, se crediamo che anche noi, insieme, si possa contribuire a scrivere in un prossimo futuro di un’Italia migliore e prospera dobbiamo unirci intorno alla nostra associazione, altrimenti per noi poco cambierà. Io credo che e nessuno di noi stia bene ricoprire un ruolo da comparsa al quale sia concessa solamente la possibilità di lamentarsi…… penso che sotto quell’articolo, oggi inventato, ma che tutti ci auguriamo di poter leggere in un prossimo futuro, che ha aperto queste mie riflessioni tutti noi si voglia poter leggere anche la nostra firma; quella degli agenti di commercio.

La sindrome dello struzzo

27 dicembre 2012 Posted by Articoli, La parola al presidente, Sindacato 0 thoughts on “La sindrome dello struzzo”

struzzo

di Luciano Falgiano

Il 2012 volge al termine. Le festività si avvicinano in un clima di scarsa gioia. I progetti elaborati nell’anno trascorso da ognuno di noi hanno avuto non poche difficoltà a essere realizzati, e per tanti la realizzazione si è dimostrata una chimera. Oramai è evidente che non usciremo dalla recessione fino a quando non avremo un nuovo governo pienamente legittimato dalle urne, e un’opposizione vera e non assoggettata alle bizze di un padrone.

Questa nuova condizione dovrà portarci a una fase di sviluppo che dovrà essere molto energica, perché possa rimettere in moto la nostra economia e nello stesso tempo considerare il welfare non un peso ma parte integrante dei processi di sviluppo.

Oggi troppe risorse economiche vengono sottratte al mercato a causa di una tassazione troppo elevata, da troppi sprechi, e quello che resta deve soddisfare i bisogni necessari a coloro che sono indigenti, incapienti, e al margine del sistema lavoro. Tutto ciò ha prodotto un Pil negativo negli ultimi quattro trimestri e ci ha collocati secondo gli standard economici fra i Paesi in deflazione.

di Luciano Falgiano

Le cifre che leggiamo sono impressionanti: 500mila esercizi commerciali chiusi negli ultimi 4 anni; la disoccupazione ha raggiunto l’11,3 % della forza lavoro, con punte del 34,2 % tra i giovani, che diventa del 50% al Sud.

Preciso che a distanza di circa un anno dell’elaborazione, il Contratto di Lavoro Industria non è stato ancora firmato. Chi mi sa dire per quale motivo?

Queste sono alcune nostre grandi difficoltà, però noi dobbiamo essere fiduciosi, perché un agente di commercio non deve mai dire che le cose vanno male.

Io credo che questa sia una cosa ormai superata, oggi la nostra categoria deve essere consapevole che per partecipare ai processi di sviluppo futuri, deve avere il coraggio di guardare in faccia la realtà che ci circonda. Il tempo degli struzzi è finito. Solo la partecipazione può darci la possibilità di sapere dove stiamo andando. Solo la partecipazione può essere il pungolo per le classi dirigenti dei vari settori che con le loro scelte determinano il futuro. A cominciare dalla LANARC, la nostra realtà associativa. Sì, continuo a insistere su questo principio: ognuno di noi, iscritto o non, ha il dovere, anzi l’obbligo, di interessarsi, partecipare, condividere le scelte che dovranno essere fatte per il sindacato del futuro. La nostra condizione richiede un’attenta riflessione sulle scelte che altri faranno, circa la previdenza e il rapporto con le nostre mandanti.

I frutti (acerbi) del 2012

27 dicembre 2012 Posted by Articoli, Economia 0 thoughts on “I frutti (acerbi) del 2012”

foto1 (1)di Luca Clemente

Il Giornale dell’Agente di Commercio” online compie un anno. Un traguardo raggiunto anzitutto grazie alla determinazione e alle capacità della redazione. Venditori, ma anche amministrativi, esperti legali e contabili, prestati alla comunicazione, i quali sono riusciti a fare informazione su aspetti del Commercio talvolta trascurati.

Le tematiche care agli agenti, infatti, passano spesso in secondo piano, probabilmente perché gli stessi producono lavoro e ma non beni di consumo, dovendo provvederne alla commercializzazione e alla distribuzione, e quindi sono interessati in maniera differita dalle dinamiche di produzione che invece attraggono maggiore interesse grazie elle numerose applicazioni nell’ambito della ricerca.

Ciononostante nel settore del Commercio, primo in Italia primo per produzione economica e per indotto occupazionale (circa il 60% del totale, mentre Agricoltura e Industria ricoprono un ruolo minore), gli agenti hanno un compito determinante, sono il trait d’union tra i produttori e il pubblico, il tramite attraverso cui il 70% delle merci è collocato sul mercato.

In un contesto così delineato le istanze degli oltre 300mila agenti di commercio italiani emergono in tutta la loro complessità, in quanto interessano da vicino le sfere dell’Economia e del Sociale.

Per questo motivo “il Giornale dell’Agente di Commercio” ha prestato attenzione alla quotidianità dei suoi lettori, monitorando la politica comunale, con particolare attenzione ai permessi per il trasporto di campionari voluminosi nella ZTL, e seguendo le principali novità sul piano legale, previdenziale e fiscale inerenti alla categoria, tra cui spicca l’approvazione del nuovo regolamento Enasarco del 2012. Ma ha seguito anche l’attualità del Paese in senso lato.

Le vicende politiche italiane del 2012 e del suo interprete principale, il professor Monti, moderno Cincinnato dell’Italia (post?)berlusconiana, hanno avuto largo spazio anche sul nostro foglio, sebbene le aspettative che hanno accompagnato la sua ascesa e il suo governo siano state in gran parte disattese.

L’uomo “antispread”, prescelto per traghettare il Paese fuori dalla crisi economica globale, è sceso dalla nave a metà del viaggio. Mentre scrivo Monti è dimissionario, ma gli interventi per i quali è stato nominato primo ministro, ovvero avvicinare l’Italia all’Europa sul piano del lavoro e dei servizi, sono rimasti incompiuti, e come se non bastasse, i suoi interventi hanno colpito più duramente le classi deboli della società.

Se da un lato bisogna ammettere che lo spread è rientrato sotto una soglia accettabile, circa 300 punti base, dall’altro vanno elencati tutti gli insuccessi del premier.

Il taglio dei costi della politica, con la soppressione delle Province, il taglio di parlamentari e consiglieri locali, si è fermato in parlamento. L’introduzione della Tobin Tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, è stata rinviata. La riforma della legge elettorale, e quindi l’abolizione del “porcellum” in favore della scelta diretta dei rappresentati, è rimasta lettera morta. Anche il ricorso alla “patrimoniale” per fronteggiare il deficit di cassa, sperimentato per l’ultima volta nel 1992 dal governo Amato nell’ordine del 6 per mille sulle giacenze bancarie, non c’è stato. Si è optato invece per una scelta più dolorosa, l’Imu, ovvero il ripristino della tassazione sui beni immobili, l’ultima riserva di ricchezza per la maggior parte degli italiani, ma anche in questo caso i risultati sono stati scarsi.

L’aumento del gettito fiscale nelle casse dello Stato grazie all’Imu, e i finanziamenti a tasso ridotto della Bce alle banche italiane, hanno fatto crescere la credibilità dell’Italia sul piano internazionale, in quanto ne è aumentata la solvibilità soprattutto in relazione all’enorme debito pubblico, ma il mercato interno non ne ha beneficiato.

E ciò perché nonostante le lusinghe ricevute nelle sedi internazionali, nella fatidica agenda Monti sono mancate azioni incisive nelle politiche di sviluppo, e quindi gli altri indicatori congiunturali come il Pil, oppure il tasso di disoccupazione, hanno fatto registrare un sostanziale peggioramento rispetto all’anno scorso.

Infine si deve al governo Monti il più grave corto circuito del Welfare di epoca recente, quello degli esodati, ex lavoratori rimasti senza impego e senza pensione, le cui conseguenze si sarebbero estese anche all’Ensarco senza la strenua opposizione delle parti sociali e in particolare dell’Usarci, in quanto proprio i suoi rappresentanti nel CDA della cassa previdenziale hanno scongiurato l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni senza la possibilità degli “scivoli facoltativi” a 65 e 66 anni.

I partiti, dal canto loro, non hanno promosso alcuna iniziativa per supplire alle carenze dell’esecutivo, anzi, sono balzati alla ribalta della cronaca soprattutto per le distrazioni di fondi pubblici avvenuti sia ai vertici delle segreterie sia nelle regioni, e intanto hanno ripreso a scaldare i muscoli in previsione delle elezioni politiche di febbraio.

Il nostro Paese, dunque, esce malconcio dal 2012, soggiogato più di prima dalle logiche campanilistiche che ne frenano la valorizzazione delle risorse e quindi lo sviluppo. L’uomo su cui tutti puntavano, il professor Monti, ha solo sfiorato l’obiettivo del suo mandato, e adesso ci chiede altro tempo per centrarlo in pieno. Durante le feste il premier ha annunciato la sua discesa in campo per le prossime politiche. Non ha spiegato ancora come, ma ha anticipato che il suo programma sarà incentrato su un ulteriore aumento delle tasse.

 

Napule è mille culure

2 ottobre 2012 Posted by Articoli, Sindacato 0 thoughts on “Napule è mille culure”
di Antonio Pastore Carbone
La prima metà del 2012 ha visto Napoli al centro di prestigiosi eventi. L’organizzazione dell’America’s Cup e della Coppa Davis ha fatto riaccendere i riflettori sulla nostra città e lo scenario incomparabile del golfo ha reso queste manifestazioni memorabili. L’immagine complessiva della città, tuttavia, da troppi anni rimane offuscata da problematiche ancora irrisolte, e ne ha risentito anche in quelle sedi, dove è emerso il ritardo accumulato soprattutto sul piano urbanistico. Anche sul piano economico, l’occasione rappresentata dalla stagione turistica estiva, maggiormente in linea con le potenzialità del nostro territorio, non pare sia stata adeguatamente sfruttata, a giudicare dai dati altalenanti registrati dagli operatori del settore.
Ma Napoli ha una storia ricca di grandi momenti di rinascita e splendore, altra caratteristica che l’ha resa famosa nel mondo. Dunque noi napoletani, con il nostro estro e la nostra fantasia, dovremmo impegnarci al massimo per lasciare alle nuove generazioni una città moderna. Cerchiamo di esprimere le qualità che, in diversi periodi della storia, hanno fatto emergere Napoli a livello internazionale come centro di cultura, d’innovazione e di civiltà, al pari di altri grandi capitali. Diamo vita alla vera Neapolis, sfruttiamo le bellezze della nostra città, creiamo un modello economico nuovo in cui si fondono tradizione e innovazione, facciamo sentire la voce della nostra città in tutto il mondo. Napule è mille culure, e i napoletani devono rendere il futuro di questa città una vera e propria opera d’arte.