Posts tagged "fisco"

Il redditometro è operativo

8 aprile 2014 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Il redditometro è operativo”

In occasione del Convegno tenuto a Napoli presso la locale CCIA su una serie d’interessanti problematiche in materia di agenzia, si è avuto modo di affrontare anche il problema della fiscalità. Nell’occasione l’attenzione è stata principalmente concentrata su un tema di attualità e soprattutto di grande impatto sull’intera comunità nazionale, il cosiddetto “redditometro” visto in particolare come uno strumento di lotta all’evasione. Sono stati quindi trattati i vari aspetti del problema e, poiché è finita la fase organizzativa dello stesso, si è passati alla fase operativa.

La lotta all’evasione in Italia

Il fenomeno dell’evasione fiscale ha rappresentato e rappresenta, come è noto, una piaga sociale di particolare gravità nei paesi in cui esso si manifesta con un alto tasso di incidenza.  oltre a creare danni  ai contribuenti onesti aggirando il principio di equità sociale di fronte al fisco, rappresenta un nodo centrale all’interno dell’analisi economica e della conseguente politica economica di ciascuno Stato.  Infatti il mancato recupero di entrate  da parte dello Stato, da impiegare nella spesa pubblica oppure nel finanziamento della crescita economica, crea da una parte un potenziale contributo all’eventuale deficit pubblico e quindi alla creazione di debito pubblico, dall’altra mancati interventi di stimolo statale per la crescita economica stessa. Alla lunga, oltre a possibili disservizi pubblici, la maggiore imposizione fiscale può determinare una diminuzione dei redditi dei consumatori, con calo dei consumi e quindi ulteriore flessione della crescita economica. Il recupero di evasione sarebbe dunque potenzialmente in grado di affrontare e risolvere due distinti problemi, quello del debito pubblico e quello della crescita economica, in maniera tanto maggiore, rapida ed efficace quanto più esso si avvicina al totale dei fondi evasi.

Lo stato, se impossibilitato, come spesso accade, a recuperare completamente i fondi da evasione, è costretto di conseguenza a ridurre la spesa pubblica con conseguente possibile diminuzione della qualità dei servizi  offerti e/o all’aumento della tassazione e del prelievo fiscale sui contribuenti (es. aumento delle accise) con effetto di aumento della pressione fiscale. o del cuneo fiscale. Un breve passaggio va fatto sulla pressione fiscale.

L’incidenza della tassazione nel nostro Paese ha raggiunto livelli insostenibili. L’Italia è sul podio più alto rispetto agli altri Paesi Europei. Con il 54 % della pressione fiscale effettiva, quella riferita al PIL emerso, il nostro Paese conquista nel 2013 il record della tassazione fra le economie sviluppate. E poco consola che nel 2012 questa fosse al 55%. A dare agli italiani il primato tra i pagatori di tasse è l’Ufficio Studi Confcommercio, che stima la pressione fiscale apparente di quest’anno al 44,6% del PIL (44,3% nel 2012). Sul podio, dunque, e con l’intenzione di restarci.

Se nel resto del mondo sembra prevalere la tendenza al ridurre la pressione fiscale, il nostro Paese è in controtendenza con un incremento di quella apparente di 2,7 punti di PIL nel 2013 rispetto al 2000. Nello stesso periodo in Svezia il calo è stato di 7,6 punti, di 3,3 punti negli Usa e di 2 punti in Germania. La pressione fiscale record è confermata dal confronto con gli altri paesi occidentali. Le tasse in Italia sono, quindi, più alte che nel mitico Nord Europa, pur con servizi e strutture decisamente inferiori.

Detto questo, non è in alcun modo giustificabile il ragionamento: “le tasse sono alte, i soldi vanno sprecati per cui è giusto non pagarle”.

Nulla di più sbagliato, le tasse vanno pagate. Chi non le paga e utilizza strutture e servizi pubblici è un parassita e  prima o poi si dovrà vergognare. Si rende, pertanto, necessaria una lotta all’evasione intelligente e generalizzata con strumenti operativi nuovi consentiti dalle moderne tecnologie offerte dal mondo del web.

 

Redditometro

Già dal 1991 uno studio effettuato dall’Ufficio centrale per lo sviluppo e la coscienza civica del contribuente rilevava: “Affinché i cittadini siano chiamati a concorrere alla spesa pubblica con maggiore equità occorre creare una mentalità diffusa in tutti gli ambienti affinché non ci si compiaccia della furbizia dell’evasore, ma la condanni decisamente come un comportamento egoista e disonesto nei confronti della collettività”.

Tutti i cittadini e i contribuenti onesti hanno il dovere di collaborare con le istituzioni preposte affinché la lotta all’evasione su presupposti di equità e giustizia tributaria possa avere successo. La cooperazione delle altre istituzioni e della collettività nel contrasto all’evasione fiscale è uno strumento significativo nella lotta agli illeciti tributari e a tutela dei contribuenti onesti. Ciò rende più efficace l’azione di contrasto all’evasione, anche grazie ai nuovi “attori” che ogni giorno affiancano la Guardia di Finanza e le altre istituzioni da sempre impegnate in prima linea: comuni, ordini professionali, associazioni di categoria e non solo.

E in questa sede va sottolineato che tra le associazioni di categoria come la nostra (La Federazione Nazionale USARCI e la locale LANARC) devono fornire il pieno contributo alla riuscita di qualsiasi intervento diretto in tal senso. Si difendono gli interessi della categoria non solo intervenendo con spirito di collaborazione per migliorare, nel rispetto di quell’equità fiscale la normativa che talvolta non tiene conto delle esigenze specifiche del settore operativo (come avvenuto con gli studi di settore, la deducibilità di particolari costi, l’assoggettabilità all’IRAP per gli agenti) ma operando a tutela di tutti i cittadini onesti che vogliono pagare le giuste imposte non sottraendosi ai loro doveri costituzionali. La Costituzione non detta solo regole per i diritti del singolo ma anche e soprattutto i doveri di ciascun componente la collettività.

Il Fisco italiano sta tentando, da tempo, di compiere un cammino verso una maggiore giustizia tributaria da attuarsi attraverso controlli sempre più raffinati di lotta basati sul controllo del tenore di vita dei contribuenti per determinare “sinteticamente” il reddito tassabile di questo.

Il presupposto del redditometro sinteticamente è il seguente: chi spende dovrebbe avere guadagnato più o meno in proporzione. Questa metodologia prende il nome di “redditometro” i cui prodromi sono già previsti dalla disciplina dell’accertamento di cui alla L. 600 del 1973 che consentiva all’Amministrazione Finanziaria di accertare a carico del contribuente un reddito maggiore di quello dichiarato in presenza di determinati elementi certi.  Per anni, a partire dal 1991, salvo pochi interventi di “maquillage” alcuna sostanziale modifica è stata operata sui parametri prescelti su quali applicare determinati moltiplicatori per l’ottenimento del reddito presunto, tant’è che, alla lunga, gli stessi hanno finito per risultare superati e scarsamente rappresentativi della realtà reddituale. Lo strumento andava completamente rivisitato per cui nell’estate 2010 è stato innovato l’accertamento sintetico del reddito del contribuente basato sulle spese di qualunque tipo dallo stesso sostenute nel periodo d’imposta.

Dopo le false partenze che hanno contraddistinto il travagliato debutto di questo innovativo  strumento di accertamento l’Agenzia delle Entrate è arrivata al completamento della procedura. Le lettere che l’agenzia delle entrate spedirà ai contribuenti da controllare sono circa ventimila e stanno per giungere a destinazione. A partire da aprile arriveranno quindi gli inviti per chiedere spiegazioni nei confronti dei cittadini a cui è stata riscontrata un’incongruenza tra quanto dichiarato e il loro tenore di vita.

L’accertamento in questione, che solo ora sembra decollare con utilizzo di strumenti sofisticati è attuato, per la prima volta, con il duplice intento di scoprire fasce di evasione e di contribuire all’innalzamento spontaneo dei redditi dichiarati attraverso un’azione educativa basata su un’autovalutazione della congruità del proprio reddito rispetto alle spese sostenute. Il nuovo Redditometro è lo strumento in base al quale, con le opportune verifiche fiscali, tutte le spese del contribuente sono trasformate in reddito.

L’autodiagnostica della propria situazione reddituale, fondamentale per la citata azione educativa, è da attuarsi mediante un apposito software, il cosiddetto “Redditest”.

La novità fondamentale di tipo metodologico è rappresentata dal fatto che il nuovo redditometro è riferito non più al singolo contribuente ma all’intera “base familiare”.

Il concetto di famiglia è però sganciato da quello giuridico e fiscale per assumere una connotazione “reale” (la “coppia” non solo è quella relativa alle unioni matrimoniali ma anche quella basata sulle unioni di fatto).  Le situazioni familiari di riferimento sono inquadrate in 11 possibili tipologie (es. “coppia con meno di 35 anni, senza figli e/o altri familiari” oppure “persona sola con meno di 35 anni” e così via. Attraverso le informazioni riguardanti le spese del contribuente assunte dall’Amministrazione, attraverso propri database e dati comunque desumibili dalle dichiarazioni dei redditi presentate, è verificata la corrispondenza del reddito  reale (o, più correttamente, presunto tale dall’Agenzia delle Entrate) con quello dichiarato. Si tende quindi a correlare il tenore di vita del contribuente e più in particolare il reddito desumibile da indicatori di capacità contributiva dello stesso con il reddito dichiarato. Vengono in sostanza evidenziate le spese sostenute dai contribuenti su ”base familiare”, a conoscenza del fisco, e quelle presunte da quest’ultimo in base a particolari medie Istat. Su queste spese sono applicati i coefficienti costruiti con il software predisposto dall’Agenzia delle Entrate che tiene conto della composizione familiare e dell’area geografica di appartenenza (il territorio nazionale è stato suddiviso in cinque aree).

Il redditometro 2014, quindi, non si basa più, per la determinazione del reddito presunto, su elementi di natura patrimoniale (possesso d’immobili, veicoli, imbarcazioni, etc.) ma sulle spese sostenute nel periodo d’imposta dai componenti della famiglia.

In caso di scostamento maggiore del 20% tra l’ammontare delle spese rilevate e quello del reddito dichiarato il contribuente sarà chiamato a fornire le giustificazioni.

Specifiche analisi all’uopo predisposte dall’Agenzia delle Entrate hanno consentito di individuare una serie di spese connesse a diversi aspetti della vita quotidiana, inquadrabili in ben determinate categorie per ciascuna delle quali viene di seguito fornita, a titolo di esempio, alcune tipologie.

CATEGORIE DI SPESA

· Abitazione (per mutui, arredi, ristrutturazioni, consumi ecc.)

· Mezzi di trasporto (spese per auto, moto, caravan, imbarcazioni ecc.);

· Assicurazioni (RC, incendio, vita ecc.);

· Contributi previdenziali (obbligatori, volontari, complementari);

· Istruzione (scuola, soggiorni, master ecc.);

· Attività sportive e ricreative (appartenenza a circoli, viaggi, abbonamenti ecc.);

· Cura della persona (centri benessere, alberghi ecc.);

· Altre spese significative (spese veterinarie, gioielli, assegni periodici al coniuge ecc.);

· Investimenti immobiliari e mobiliari netti (fabbricati, quote societarie, auto, imbarcazioni, titoli, depositi bancari ecc.);

Le spese appartenenti a queste categorie raccolte in base alle informazioni intercettate vengono dal Fisco evidenziate mediante l’utilizzo del complesso software all’uopo predisposto distinte in:

  • spese certe;
  • spese per elementi certi;
  • spese per beni e servizi di uso corrente;

spese sostenute nell’anno (quota) acquisto beni durevoli;

A. le spese “certe” ovvero quelle effettivamente attribuibili al contribuente e oggettivamente riscontrabili dall’Amministrazione Finanziaria (Mutui, locazione, leasing immobiliare, combustibile ed energia, intermediazione immobiliare, collaboratori domestici, medicinali e visite mediche, Assicurazioni, contributi previdenziali obbligatori assegni periodici corrisposti al coniuge, attività sportive, culturali e ricreative, circoli ecc.);

B. le spese “per elementi certi”, vale a dire le voci di ammontare determinato che l’agenzia delle Entrate ricava prevalentemente dall’utilizzazione di dati presenti nell’Anagrafe Tributaria (esempio potenza auto, lunghezza barche derivanti da valori medi risultanti da indici ISTAT o da analisi provenienti da altre fonti come operatori economici del settore di riferimento);

C. spese per i beni e servizi di uso corrente (spese medie su dati a campione riguardanti indagini ISTAT sui consumi delle famiglie italiane);

D. quota di spese sostenuta, nell’anno in esame, per l’acquisto di beni e servizi durevoli;

E. quota di risparmio riscontrata formatasi nell’anno.

I valori ISTAT hanno la funzione peculiare di integrare gli elementi presenti in Anagrafe Tributaria. Nella prima fase di applicazione del redditometro queste spese non saranno prese in considerazione.

In base a tali dati è ricostruita sinteticamente la “spesa complessiva annua” attribuibile al contribuente con la conseguente ricostruzione sintetica del reddito presunto tenuto conto della composizione familiare e dell’area territoriale di appartenenza, considerata altresì la quota di risparmio formatasi nell’anno.

In seguito all’attività istruttoria la spesa dell’intero nucleo familiare è attribuita pro-quota al contribuente secondo il rapporto tra il reddito complessivo dichiarato o percepito dal contribuente e l’analogo reddito dell’intero nucleo familiare. In caso di redditi non dichiarati il rapporto è effettuato tra le spese sostenute dal contribuente e quelle dell’intero nucleo familiare risultanti dalle informazioni contenute in Anagrafe Tributaria.

L’Agenzia delle Entrate utilizzerà i dati ottenuti per selezionare i contribuenti da sottoporre,  poi,  a controllo considerata l’entità dello scostamento tra il reddito risultante a calcolo e quello dichiarato.  Le liste selettive riguarderanno i contribuenti per i quali il reddito accertabile in base al redditometro sia superiore di almeno il 20% di quello dichiarato dal contribuente.

 

Il contraddittorio

L’Ufficio invita il contribuente selezionato a fornire elementi e notizie ai fini dell’accertamento e in particolare gli opportuni chiarimenti in ordine alle spese individuate e al proprio reddito. Il contribuente potrà cosi contestare:

· la presenza di errori nella imputazione delle spese certe;

· l’inesattezza dell’imputazione di informazioni  in possesso dell’amministrazione;

· la presenza di eventuali redditi “diversi” da  quelli posseduti nel periodo d’imposta, redditi esenti (come titoli ereditati, vincite alle lotterie , redditi soggetti a ritenuta a titolo d’imposta o comunque di redditi non rientranti nella base imponibile);

· interventi di terzi in relazione alle spese contestate;

· fatti e situazioni non note all’Ufficio quali ad esempio l’inagibilità di un immobile, il sequestro o la perdita di possesso di un veicolo ecc.

Se il contribuente fornisce validi elementi giustificativi alle spese evidenziate dall’Ufficio la fase di controllo si chiude con la redazione di un verbale “negativo” altrimenti si passa alla fase vera e propria di accertamento.

Qualora l’ufficio dovesse ritenere sussistenti elementi per fondare un atto impositivo invierà un nuovo “invito a comparire” per l’avvio dell’istituto deflattivo dell’”accertamento con adesione” al fine di ridurre il contenzioso.

Si tratta, sostanzialmente, di un “accordo” tra contribuente e ufficio che può essere raggiunto sia prima dell’emissione di un avviso di accertamento, sempre che il contribuente non presenti ricorso davanti al giudice tributario.

Il contribuente è invitato a un nuovo contraddittorio e sarà così informato sul maggior reddito sinteticamente attribuibile e sulle maggiori imposte dovute. Lo stesso potrà presentare ulteriori elementi difensivi per una riduzione della pretesa dell’Ufficio.  L’Agenzia delle Entrate presenterà una proposta al contribuente, che accetterà o no.

Se il contribuente accetta (acquiescenza) verserà le somme dovute con riduzione delle sanzioni; se non si presenta al contraddittorio o non accetta la proposta, l’Ufficio notificherà l’avviso di accertamento.

Si apre così la procedura dell’accertamento con adesione. Si tratta, sostanzialmente, di un “accordo” tra contribuente e ufficio che potrà essere seguito da acquiescenza alla pretesa dell’Ufficio con versamento delle somme dovute, con sanzione ridotta, o da un vero e proprio accertamento. Avverso tale atto impositivo potrà essere proposto reclamo (art. 17bis D.lgs. 546/92) se le imposte non sono superiori a € 20.000 o ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale con regolare costituzione in giudizio, formulando tutte le eccezioni formali e sostanziali legate a tale particolare strumento accertativo.

Il “redditest”

Si è detto che scopo del redditometro è anche quello di sviluppare un’azione educativa basata su un’autovalutazione della congruità del proprio reddito rispetto alle spese sostenute. “Il Redditest” è, quindi, un’autodiagnostica della propria situazione reddituale da attuarsi mediante il suddetto software, uno strumento di simulazione che ha costituito un grosso sforzo operativo dell’Agenzia delle Entrate che sottopone ad analisi le abitudini di spesa dei contribuenti al fine di identificare quelle relazioni sintetiche esistenti tra queste e il valore del corrispondente. Sul sito www.agenziadelleentrate.it è possibile scaricare il  programma elaborativo “Redditest”, inserendo anonimamente i dati relativi ai  propri consumi familiari,  permette  di conoscere l’ammontare del reddito stimato  dall’Amministrazione Finanziaria con la metodologia del  “Redditometro”.

E per finire un auspicio: che l’amministrazione finanziaria nell’ambito di un rapporto trasparente con il cittadino possa utilizzare questo strumento, soprattutto nella fase di prima applicazione, con estrema coerenza rispetto alla ratio istitutiva, non trascurando il concetto che esso deve servire per colpire l’evasione definita “spudorata”, quella ritenuta maggiormente deplorevole. Questo strumento, definibile come un “accertamento di massa”, non deve essere applicato in maniera rigida e spinta, tenendo sempre ben presente che comunque lo stesso è basato su premesse di carattere induttivo e su presunzioni non assolute, ma relative che ammettono prova contraria.

 

 

Il trattamento fiscale delle indennità di fine rapporto

8 ottobre 2013 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Il trattamento fiscale delle indennità di fine rapporto”

L’angolo del commercialista

Mario Marsicocontribuente

Un argomento che forma oggetto di continue richieste di chiarimenti riguarda il trattamento ai fini fiscali, sia dal punto di vista delle imposte dirette sia ai fini IVA,  delle indennità dovute all’agente per cessazione del mandato,  rappresentando tale problematica per la categoria, spesso,  motivo di incertezza operativa.

Con la risoluzione del rapporto di agenzia, a seconda della modalità con cui avviene lo scioglimento del contratto,  competono  all’agente una o più indennità a vario titolo: indennità di risoluzione rapporto, indennità suppletiva di clientela, indennità sostitutiva del preavviso,  indennità per patto di non concorrenza.

Vediamo le diverse ipotesi.

 

1) IMPOSTE DIRETTE

Queste singole indennità, a tali fini,  vengono trattate tutte   con le stesse modalità,  rientrando tutte nella fattispecie delle “indennità di fine rapporto” e sono richiamate dagli artt. 17 , comma 1, lettera d) e 53 comma 2 lettera e)   del Testo Unico delle Imposte sui Redditi  917/86.

Ai fini dell’assoggettamento a tassazione occorre però distinguere  se il percettore è imprenditore individuale  o si tratta di agenzia  che svolge l’attività in forma societaria.

a) Impresa individuale

Preliminarmente va sottolineato che il reddito dell’agente di commercio è  classificato, come è noto,  come reddito d’impresa. Avendo tali indennità la natura di elemento sostitutivo del reddito, per gli agenti che svolgono l’attività sotto  forma di ditta individuale le predette  indennità  sono,  dal legislatore fiscale,  classificate nella categoria dei redditi di lavoro autonomo. Conseguenza naturale di tale trattamento è l’assoggettamento alla  ritenuta d’acconto del 20%   prevista dall’art. 25,  comma 2 del DPR 600/73 per i tale categoria reddituale:  la mandante, nella qualità di sostituto d’imposta, all’atto del pagamento trattiene sul relativo importo da erogare   un’ imposta,  a titolo di  acconto,   che sarà scomputata in sede di tassazione definitiva del reddito. Tale ritenuta deve essere, ovviamente, operata anche dall’agente singolo che corrisponde  indennità di tale tipo ai propri sub-agenti che operano anch’essi in forma individuale.  Il versamento della ritenuta all’Erario (con utilizzo del  Mod. F24  e codice tributo 1040)  dovrà essere effettuato entro il giorno 16  del mese successivo a quello di pagamento.

In sede di dichiarazione dei redditi dell’annualità in cui sono percepite,  tali indennità, rientranti nella categoria dei redditi di lavoro autonomo, saranno  assoggettate  ,   a scelta del percipiente, a  tassazione separata  (in base al richiamato art. 17,  comma 1 lettera d)  o a  tassazione ordinaria.

Con  la prima opzione  (che rappresenta la regola generale) le indennità   saranno tassate (secondo   quanto previsto dall’art. 21 del citato  TUIR),  con l’aliquota corrispondente   alla metà del reddito  complessivo netto  del biennio  precedente all’anno in cui è sorto il diritto alla loro percezione a seguito di  liquidazione  da parte dell’Amministrazione Finanziaria che terrà conto , ovviamente, delle ritenute già operate dal soggetto erogante.

Con l’opzione per la  tassazione ordinaria tali somme saranno  incluse  nel reddito complessivo  del percipiente relativo al  periodo  in cui avviene la riscossione  dell’indennità. Ovviamente tale opzione sarà esercitata in presenza di un reddito  ordinario del periodo  più basso di quello corrispondente  alla media del biennio precedente che, con la tassazione separata,  condurrebbe all’applicazione di un’aliquota media IRPEF più elevata.

Va detto, altresì, che un ulteriore motivo a favore della  tassazione ordinaria potrebbe risiedere  nella volontà di chiudere il debito d’imposta  verso l’Erario,  senza attendere i tempi più lunghi  della riliquidazione d’ufficio dell’imposta,   con un onere fiscale  che graverebbe finanziariamente su un periodo successivo alla percezione del compenso.

Ai fini IRAP le indennità di fine rapporto fanno parte del valore della produzione netta e,  quindi,  dell’imponibile.

b) Agenzie sotto forma societaria

Le indennità maturate  a favore della società (il mandato è conferito alla società, soggetto autonomo rispetto ai  soci)  non concorrono  alla formazione del reddito d’impresa, così come previsto dall’art.56 c.3 lett. a) del TUIR,  e sono assoggettate a tassazione separata (quadro RM di Unico), in capo ai soci, nell’anno di percezione, con eventuale opzione da parte degli stessi  per la tassazione ordinaria. L ’ammontare di tali indennità  verrà, pertanto,  ripartito dalla società  in capo ai soci  ed a questi certificato  con  apposita dichiarazione.

Ai fini IRAP per le società di persone  la predetta opzione non muta la  natura di tali indennità quale componente positivo che concorre alla formazione della base imponibile, indipendentemente dalla variazione in diminuzione operata per determinare il reddito di partecipazione di fini IRPEF.

 

2) IVA

Stante la natura risarcitoria delle indennità di fine mandato  le stesse sono fuori dal campo  dell’Imposta sul valore aggiunto  non rappresentando il corrispettivo di una prestazione di servizi.

 

Proselitismo e più servizi agli associati

3 luglio 2013 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Proselitismo e più servizi agli associati”

uomo con cannocchialedi Mario Marsico

Sono questi gli elementi che sono emersi nel corso dell’Assemblea LANARC del 27 giugno, durante la quale sono stati approvati i bilanci consuntivi e preventivi dell’Associazione ed è stata discussa la Relazione del Tesoriere.

Di fronte ad una crisi che colpisce tutti i settori dell’economia e della vita sociale, occorre dare maggiore forza al sindacato attraverso nuove iscrizioni.

L’impegno di tutti i soci per diffondere l’attività dell’associazione e sviluppare il proselitismo tra gli agenti deve essere pieno e costante. Da parte della LANARC deve essere sostenuto, a fronte di tale azione, un ulteriore e sostanziale sforzo per incrementare i servizi offerti alla categoria, soprattutto nella direzione della formazione professionale.

Come rilevato nel corso della riunione da Mario Marsico, consulente dell’associazione, a fronte dei cambiamenti richiesti dalla moderna economia, si deve guardare all’agenzia commerciale con criteri nuovi. Sono lontani i tempi in cui l’agente era considerato una sorta di viaggiatore, sempre in giro con la propria bella auto all’esclusiva ricerca di potenziali ordini. Occorre pensare a strutture di tipo imprenditoriale, debitamente organizzate, di dimensioni sempre maggiori per beneficiare delle possibili “economie di scala”, che investano in idee, tempo e capitali, che siano in grado di creare valore aggiunto, che possano rispondere alle mutate esigenze delle moderne aziende preponenti attraverso la fornitura di nuovi servizi commerciali come viene oggi da queste ultime sempre più richiesto.

In questa logica, prosegue Marsico, particolare attenzione deve essere dedicata al fenomeno dell’”unione” delle piccole strutture per ottenere una maggiore forza di penetrazione nel mercato. In tali strutture, insieme agli agenti più anziani, in possesso di maggiore esperienza, opererebbero giovani qualificati con adeguati e moderni percorsi formativi. Le nuove strutture potrebbero richiedere e ottenere opportune certificazioni di qualità in grado di attestare alle mandanti le potenzialità del rapporto lavorativo.

In questa logica di formazione, di qualità, di aggregazione e di assistenza alle nuove e moderne agenzie, la LANARC occupa un ruolo di primo piano e rappresenta uno stimolo importante.

 

Gli agenti di commercio e l'Iva per cassa

27 dicembre 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Gli agenti di commercio e l'Iva per cassa”

acconto-ivadi Mario Marsico

Tra i tanti problemi fiscali che incombono sulla categoria, uno che è stato sempre visto con particolare criticità: l’agente di commercio è costretto ad anticipare il pagamento d’imposte in misura maggiore rispetto a quanto avviene per altri contribuenti.

Il meccanismo concernente la “liquidazione” delle provvigioni e al conseguente incasso delle stesse comporta una notevole sperequazione con riferimento sia alle imposte dirette sia, per il comparto IVA, a quelle indirette.

Il diritto dell’agente alla provvigione e il relativo pagamento sono legati a elementi diversi previsti dalla legge, dalla contrattazione collettiva o da quella individuale.

 Il codice civile (art 1748) ai fini del sorgere di tale diritto fa esclusivamente riferimento alla conclusione diretta o indiretta del contratto da parte dell’agente. Aggiunge, poi, che la provvigione spetta, salvo che sia diversamente pattuito, al momento dell’esecuzione delle prestazioni della preponente (consegna della merce al cliente) o, al più tardi, inderogabilmente, dal momento e nella misura in cui il terzo ha eseguito o avrebbe dovuto eseguire la prestazione (pagamento del prezzo), sempre che la preponente abbia seguito la prestazione a suo carico. Il diverso accordo individuale non può, comunque, posticipare la maturazione del diritto al momento in cui avviene l’incasso del prezzo da parte della mandante, il cosiddetto buon fine dell’affare.

Una volta maturato il diritto alla provvigione si passa alla fase della relativa quantificazione. Finiti i conteggi, la mandante invia all’agente il cosiddetto estratto conto con il quale avviene la liquidazione in senso economico, non finanziario, della provvigione, con l’accertamento del credito dell’agente. La liquidazione delle provvigioni avviene normalmente entro un certo termine. L’art. 7 dell’Aec settore Commercio del 16/2/2009 prevede, ad esempio, che la consegna dell’estratto conto avvenga al più tardi l’ultimo giorno del mese successivo al trimestre in corso nel quale le provvigioni sono maturate. Entro il medesimo termine deve essere fatto il pagamento all’agente. Nella pratica tale termine viene, normalmente, a dilatarsi.  Non parliamo, poi, di quanto avviene in periodi, come l’attuale, di forte crisi economico-finanziaria del Paese in cui i tempi tra l’ordine dell’agente, l’esecuzione della mandante, l’invio dell’estratto conto e il pagamento del dovuto possono essere valutati, talvolta, anche oltre l’anno. Ne consegue che l’agente, tassato per competenza e non per cassa, da un punto di vista reddituale si trova a pagare per un esercizio le imposte dirette su redditi che saranno conseguiti in tempi non brevi. E tale discrasia tra imposte da pagare e mezzi finanziari necessari a coprirle – il corrispettivo relativo alle provvigioni – è aggravata, poi, dal pernicioso meccanismo degli acconti d’imposta da calcolarsi sul dato storico dell’esercizio precedente o sull’ammontare presunto del reddito esercizio in corso.

Ma il problema si presenta anche per l’Iva, e qui veniamo all’argomento che ci interessa.

Com’è noto, le provvigioni liquidate in base all’estratto conto della mandante (secondo il criterio sopra indicato) andrebbero fatturate al momento  dell’incasso (art. 6  DPR 633/72).  A tal fine si potrebbe quindi emettere, secondo quanto prescritto dalla normativa, una semplice “nota specifica” (assoggettata a bollo) in luogo della fattura, sulla quale indicare che la fattura medesima sarebbe stata emessa all’atto dell’incasso del corrispettivo, evitando in tal modo di anticipare l’IVA dovuta sugli imponibili relativi.  Ma pur esistendo tale sistematica prevista per legge le mandanti, per evitare complicazioni contabili, provvedono al pagamento solo dopo il ricevimento della formale fattura.

Orbene, l’emissione della fattura, ancorché il pagamento delle provvigioni non sia ancora avvenuto, fa anticipare (in base al citato art. 6 DPR 633/72) il momento imponibile e, quindi, la debenza dell’IVA nel periodo mensile o trimestrale prescelto.

Anche in questo caso l’anticipazione dell’imposta all’erario, prima di venire in possesso della necessaria provvista derivante dal pagamento della fattura, diventa un ingiusto e insopportabile onere finanziario che si va ad aggiungere all’imposta dovuta, e rappresenta una sorta di “finanziamento” a favore della mandante-preponente che, invece, detrae l’Iva sulle fatture ricevute, ancorché non pagate.

Già con il Decreto Legge 185/2008 (cosiddetto decreto “Anti  Crisi”) fu prevista la possibilità di versare l’Iva al momento del pagamento della fattura da parte della casa mandante e non più al momento dell’emissione della fattura. Un decreto del ministero dell’Economia di fine di marzo 2009, che rendeva operativo il Decreto Legge, consentiva ai soggetti con volume di affari non superiore a 200mila euro tale possibilità. In ogni caso, pur alla presenza della possibile dilazione, l’Iva doveva essere necessariamente versata entro un anno dall’emissione della fattura.

In altre parole un agente di commercio che intendeva utilizzare tale agevolazione doveva indicare tale intenzione apponendo sulla fattura medesima un’apposita annotazione che evidenziava la scelta dell’“Iva per cassa”, inserendo l’importo di tale imposta nella liquidazione del periodo (mensile o trimestrale) relativo alla data d’incasso della fattura, e non in quello in cui la fattura è stata emessa.

Il predetto regime di versamento dell’Iva “per cassa” utilizzabile negli anni 2009-2010-2011 per la sua applicazione, infatti, obbligava il soggetto emittente la fattura ad apporre sul singolo documento la dicitura: “Operazione con Iva ad esigibilità differita ex art.7 D.L. 185/2008”.

Per i soggetti che avevano esercitato l’opzione dell’“IVA per cassa” per il predetto periodo, anche la detrazione dell’’imposta assolta sugli acquisti doveva avvenire con lo stesso criterio. La scelta di tale metodo poteva riguardare anche solo alcune fatture, anche se l’adozione “parziale” dell’agevolazione poteva comportare problemi di natura contabile e amministrativa.

E’ veniamo alla situazione attuale.

Con l’art. 32-bis della legge 7 agosto 2012 n. 134 è stata modificata e rivista la liquidazione dell’Iva secondo la contabilità di cassa, la cosiddetta “Cash accounting”.

La procedura in questione, entrata in vigore il 1° dicembre u.s. è stata resa più omogenea e, pertanto, si prevede che la stessa sia utilizzata in un numero certamente molto più esteso di casi soprattutto per le maggiori difficoltà finanziarie che colpiscono l’agenzia commerciale come molti altri settori di attività.

Vediamo quali sono le caratteristiche principali di tale “rivisitato” istituto normativo.

·                  Con riferimento ai soggetti che possono applicare tale istituto, va evidenziato che il precedente limite massimo di volume di affari (per gli agenti provvigioni fatturate annue) di euro 200mila (in tale tetto rientrano la stragrande maggioranza delle agenzie) è stato elevato a euro due milioni.

·                  Il regime è facoltativo come lo è stato finora.  L’applicazione è, pertanto, opzionale ma essa riguarda tutte le operazioni effettuate, mentre prima poteva riguardare anche singole operazioni ovvero singole fatture.

·                  L’agente diventa debitore per l’Iva dovuta all’operazione di volta in volta fatturata (facendo rientrare l’importo relativo nella liquidazione del periodo) o al ricevimento del pagamento della stessa da parte della mandante. Se il pagamento non avviene trascorso un anno dall’effettuazione dell’operazione, l’imposta differita va in ogni caso compresa in liquidazione e versata. Ciò non avviene se la mandante sia sottoposta a procedure esecutive e/o concorsuali.

·                  La detrazione dell’Iva assolta sulle fatture passive, a differenza del passato regime (nel quale si prescindeva dall’avvenuto pagamento della spesa al fornitore) è oggi legata al pagamento del fornitore medesimo o, in ogni caso, decorso un anno dal momento in cui l’imposta è diventata esigibile.  In caso di pagamento parziale del corrispettivo è prevista la detrazione proporzionale dell’imposta in base al rapporto tra quanto pagato e quanto complessivamente dovuto.

La mandante, a sua volta, a differenza di quanto sinora previsto detrae l’Iva addebitata dall’agente al momento di effettuazione dell’operazione, a prescindere dal pagamento. Il differimento dell’imposta è quindi neutrale e simmetrico, diversamente dal passato. Il sistema sta producendo i suoi effetti positivi sull’agente che lo adotta, ma non comporta alcuna penalizzazione e/o onere aggiuntivo sulla mandante, la quale continua a esercitare il suo diritto alla detrazione dell’imposta secondo le regole ordinarie, non avendo più interesse a scoraggiare, come in passato, l’agente dall’utilizzo di tale pratica.

Da un punto di vista formale permane comunque l’obbligo per l’agente di indicare sulla fattura emessa nei confronti della mandante, così come per gli altri destinatari che l’operazione è svolta nel regime “Iva per cassa” (“operazione con IVA per cassa ai sensi dell’art. 32-bis del D.L. n. 83/2012”). Tale indicazione ha il valore di  una espressione del comportamento concludente dell’agente. L’omissione di tale indicazione non comporta la disapplicazione del regime mentre è sanzionata quale violazione di tipo formale.

Un’ultima notazione: per l’agente che intende applicare la disciplina dell’”IVA per cassa”, solo le fatture che ancora non hanno formato oggetto di liquidazione dell’imposta alla data dell’1/12 /2012 concorrono al nuovo regime.

La circolare 26/11/2012 n. 44/E dell’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti riguardanti l’applicazione del regime in questione. Il provvedimento direttoriale del 21/11/2012 ha confermato che l’opzione per l’“IVA per cassa” si esercita con il comportamento concludente del contribuente per tutte le operazioni effettuate e ricevute, ferma restando l’esclusione delle operazioni attuate nei confronti di privati. La scelta del regime sarà confermata, per chi lo adotta dall’1/1/2012, nel modello Iva 2014.

L’adozione del regime dell’Iva per cassa vedrà, in questi anni di difficoltà congiunturali e di mancanza di liquidità, un maggiore ricorso da parte della categoria per i vantaggi finanziari che esso comporta. Va sottolineato, però, che aumenteranno le complicazioni contabili per i contribuenti che non sono in contabilità ordinaria ma in contabilità semplificata dal momento che gli stessi non registrano i movimenti finanziari e quindi non sono in grado di stabilire agevolmente quando l’Iva sia a debito o detraibile ai fini della liquidazione periodica. Occorrerà, pertanto, la tenuta di una prima nota cassa per seguire i movimenti finanziari con la relativa previsione costi / benefici al fine di effettuare razionalmente la scelta.

Fisco, tutte le novità per gli agenti

2 ottobre 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “Fisco, tutte le novità per gli agenti”

di Mario Marsico

Da settembre abbiamo incominciato a fare i conti con diverse nuove leggi. Ad agosto, infatti, sono entrati in vigore la legge 134/12, che converte il cosiddetto “decreto crescita” o “decreto sviluppo 2012”; e la legge 135/12, nota come “spending review”.  A queste si aggiungono alcuni provvedimenti, sempre in materia fiscale, contenuti nelle norme che riformano il mercato del Lavoro (legge 92/12).
Nell’ambito del “decreto sviluppo” si evidenzia la nuova stretta sul trattamento fiscale per le autovetture di imprese e lavoratori autonomi, a decorrere dal 2013.
Diciamo subito che, per gli agenti di commercio la deducibilità attuale dei costi relativi (acquisto e quindi quote di ammortamento, canoni di leasing, carburanti e lubrificanti, pedaggi, tassa di possesso, assicurazione, spese di manutenzione e riparazione, custodia etc.) rimane inalterata nella misura dell’80%. Per gli altri soggetti la deducibilità dei costi ai fini delle imposte dirette si riduce, invece, dal 40% al 20%.
Novità riguardanti il trattamento fiscale delle autovetture date in uso ai dipendenti, valide per tutte le categorie, sono poi contenute nelle modifiche normative che riguardano il contesto del lavoro. Ricordiamo che un’auto è data in uso promiscuo al dipendente quando quest’ultimo utilizza il veicolo  per la maggior parte del periodo d’imposta (la metà più uno dei giorni di attività del datore di lavoro). Con le nuove disposizioni la deducibilità dei costi relativi all’auto è stata ridotta, a partire dal 2012, dal 90% al 70%. Non trovano applicazione in tale caso le limitazioni di spesa previste per i veicoli utilizzati direttamente dalle imprese o dai lavoratori autonomi (euro 18.075,99 per le autovetture, euro 4.131,66 per i motocicli, e 2.065,83 per i ciclomotori, dovendosi calcolare la percentuale del 70% sull’intero valore del bene utilizzato.
Un provvedimento che introduce, invece, una misura favorevole al contribuente è rappresentato dall’innalzamento del bonus “ristrutturazioni” relativo agli immobili.
La detrazione per il recupero edilizio passa dal 36%  al 50% su 96mila euro. Restano in vigore tutte le altre regole, dalla rateazione in 10 anni del bonus all’elenco delle opere agevolabili contenuta all’articolo 4 del Dl 201/2011. Tutto questo, però, terminerà il 30 giugno 2013. Viene prorogata fino a tale data  la detrazione del 55% per la riqualificazione energetica  degli edifici con ottenimento di una riduzione di fabbisogno energetico.
Un’altra norma riguarda gli immobili ad uso abitativo locati. Con la riduzione dall’attuale 15% al 5% della deduzione riconosciuta in sede di dichiarazione dei redditi di fabbricati per i relativi canoni viene avvantaggiata la possibilità di non inserire nella dichiarazione annuale i redditi provenienti da tali immobili assoggettandoli all’imposta sostitutiva del 21% (19% per i contratti  con canone convenzionale nei comuni nei quali risulta una elevata tensione abitativa).
Con il decreto relativo alla contrazione della spesa pubblica la Campania potrebbe essere penalizzata per quanto riguarda l’ammontare dell’addizionale Irpef dal momento che dal 2013 per le regioni che mostrano bilanci “in rosso” nella sanità, l’attuale aliquota dello 0,50% potrebbe passare all’1,1%. Sembra invece scongiurato, almeno per il momento, l’aumento dell’IVA inizialmente paventato.
Le norme che intervengono nella disciplina del mercato del lavoro portano qualche agevolazione per le assunzioni di personale altamente qualificato  per le quali è previsto un credito di imposta pari al 35% dell’intero costo sostenuto dal datore di lavoro (retribuzione, quota TFR e contributi) con un tetto massimo di euro 200.000. Il plafond destinato a tale agevolazione è comunque molto basso per cui le possibilità concrete relativamente al bonus eventualmente spettante, in presenza di una serie di condizioni riguardanti l’azienda che assume, si riducono proporzionalmente.
Nasce, poi, dopo la cosiddetta “Srl semplificata” prevista dal decreto “liberalizzazioni” n. 1/12, e la  “Società a responsabilità limitata a capitale ridotto” o “Srlcr”. Quest’ultima che deve  avere necessariamente le seguenti caratteristiche:
  • l’indicazione di “Srlcr” nell’atto pubblico di costituzione che comportano le ordinarie  spese di costituzione, onorari e spese notarili.
  • I soci possono essere solo persone fisiche. L’età deve superare i 35 anni (per le persone di età inferiore è prevista infatti la già operativa Srl “semplificata”); è vietato trasferire successivamente le quote sociali a soggetti diversi dalla persone fisiche;
  • Il capitale  deve essere inferiore ad euro 10.000  ed il conferimento deve essere effettuato solo in danaro;
  • Gli amministratori  devono essere persone fisiche, anche non socie.
Una ulteriore norma incide sulla deducibilità ai fini Irpef del contributo sanitario obbligatorio compreso nei premi assicurativi “RC auto”. Già dal 2012 viene introdotta una franchigia di 40 euro; oltre tale ammontare il contributo diventa deducibile. Tale deducibilità è prettamente “pleonastica” dal momento che il contributo in questione è normalmente inferiore a tale cifra.
Infine si ricorda che vengono agevolate le donazioni alle ONLUS (oltre a quelle a partiti e movimenti politici) il cui limite viene portato al 24% nel 2013  ed al 26% dal 2014 con un importo massimo di 2.065 euro annui. Le contribuzioni per essere deducibili devono avvenire con sistemi di pagamento che consentano la tracciabilità.

La mediazione tributaria

3 luglio 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “La mediazione tributaria”


di Mario Marsico

“Fare pace” con il fisco? Adesso è possibile. A partire dal mese di aprile di quest’anno i soggetti che ricevono avvisi di accertamento di valore non superiore a 20mila euro possono utilizzare la “mediazione tributaria”, che rappresenta un ulteriore strumento per ridurre il contenzioso fiscale.
Lo scopo del legislatore è infatti quello di procurare aumento di gettito (ed in questo momento è ben noto il ricorso da parte dell’ Erario a tutti i possibili strumenti per ottenerlo) riducendo l’intervento del giudice tributario per le relative controversie.
La mediazione nel campo tributario si va ad aggiungere allo strumento “deflattivo” del contenzioso, operativo già da tempo e rappresentato dall’ “accertamento con adesione”.
In altre parole il soggetto cui è notificato l’atto impositivo, in caso di mancata adesione, si rivolge alla mediazione tributaria per una soluzione concordata in ordine alle pretese del Fisco. E’ da sottolineare che se il contribuente intende, comunque, presentare un ricorso avverso l’atto impugnato, la richiesta di mediazione costituisce un rimedio da esperire preliminarmente nel ricorso medesimo, pena l’inammissibilità dello stesso. Con l’istanza di mediazione si anticipa, in effetti, il contenuto del ricorso, formulando le dovute eccezioni basate su elementi di diritto e di fatto, pervenendo ad una richiesta finale di annullamento parziale o totale dell’atto o richiedendo un confronto con l’Ufficio avendo la possibilità di formulare una proposta di rideterminazione della pretesa tributaria.
Per quanto riguarda il valore della lite, va puntualizzato che il limite di 20mila euro si riferisce all’importo del tributo, al netto di interessi e sanzioni. Anche in caso di richiesta di rimborso di tributi pagati in eccedenza il valore della lite è dato dall’importo della sola sorta capitale rappresentata dal o dai tributi in discussione, al netto degli accessori di legge. Se, invece, l’atto che si contesta contiene solo sanzioni, il valore dello stesso è rappresentato dall’ammontare di queste.
Allorquando il contenzioso verta anche su contributi previdenziali e assistenziali la cui base imponibile, in fase di accertamento o di controllo formale delle dichiarazioni, è riconducibile a quella dei redditi (come avviene ad es. per i contributi alla Gestione Commercianti dovuti dagli agenti di commercio) la mediazione produce i suoi effetti anche sull’ammontare di tali oneri. I contributi richiesti nell’atto in contestazione non entrano, comunque, a far parte del valore della lite.
Per quanto riguarda la presentazione dell’istanza la legge prevede che la stessa sia sottoscritta dal soggetto capace di stare in giudizio direttamente o dal suo procuratore generale o speciale (la procura va rilasciata per atto pubblico o scrittura privata autenticata), dal rappresentante legale per coloro i quali non hanno la capacità di stare in giudizio ovvero, se la lite ha un valore pari o superiore ad euro 2.582,28 (5.000.000 delle vecchie lire) ma sempre entro il tetto massimo di euro 20mila, dal difensore abilitato.
L’istanza (o “reclamo”) di mediazione va presentata e notificata all’Ufficio entro 60 giorni dalla data di notificazione dell’atto che si intende impugnare. Il termine è perentorio e, quindi, la presentazione tardiva è causa di inammissibilità della richiesta. Un discorso a parte va fatto nell’ipotesi di mediazione a fronte di un rimborso regolarmente richiesto e non accolto. In tal caso la domanda di mediazione può essere proposta, decorsi 90 giorni da tale richiesta, entro i termini fissati dalle disposizioni normative che disciplinano le singole imposte e, comunque, fino a quando non si prescrive il diritto per il contribuente alla restituzione delle somme indebite.
Il contribuente che intenda, come sopra detto, procedere preventivamente alla richiesta di “accertamento con adesione”, data la maggiore convenienza che comporta la riduzione delle sanzioni ad un terzo (rispetto alla riduzione delle sanzioni al 40% del dovuto in caso di raggiunta mediazione) ha, quindi, 60 giorni di tempo a disposizione a partire dalla data di notifica dell’atto in contestazione. Seguono 90 giorni di sospensione dalla richiesta di adesione per procedere, in caso di esito negativo della stessa, all’avvio della mediazione che può, come detto, contenere anche una proposta di rideterminazione delle imposte dovute.
In caso di adesione alla mediazione formalizzata da una delle parti entro 20 giorni va effettuato il versamento dell’unica o della prima rata delle somme dovute (il rateizzo delle somme rideterminate può essere effettuato in un massimo di otto rate di pari importo).
Se l’importo della pretesa fiscale viene rideterminato nella proposta del contribuente la mediazione si ritiene raggiunta allorquando quest’ultimo riceve l’atto di adesione. Se è l’Ufficio a formulare una nuova pretesa la mediazione si chiude positivamente con la presentazione o spedizione allo stesso da parte del contribuente dell’atto di mediazione regolarmente sottoscritto.
Qualora il tentativo di mediazione si chiuda con un insuccesso, considerato che la relativa ’istanza vale come notificazione del ricorso, decorrono successivi 30 giorni per procedere all’instaurazione della lite davanti alla Commissione Tributaria Provinciale. Il termine iniziale di decorrenza è dato, in ogni caso dal compimento dei 90 giorni dal ricevimento dell’istanza del contribuente da parte dell’Ufficio (sia nel caso di mancata mediazione, sia in quello di mancata notifica di accoglimento del provvedimento, sia, infine, nel caso di accoglimento con notifica al contribuente oltre 90 giorni). Nel caso di comunicazione esplicita di rigetto i 30 giorni per il ricorso decorrono dal giorno successivo a tale comunicazione, così come in caso di accoglimento parziale dell’istanza.

*Responsabile area fiscale Lanarc — Usarci

C’È POSTA PER TE…DA PARTE DEL FISCO

3 luglio 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 0 thoughts on “C’È POSTA PER TE…DA PARTE DEL FISCO”

di Marco Marsico*

Questa volta non è la bionda Maria De Filippi ad inviare una richiesta di contatto. E’ un soggetto dalle tinte un po’ più “scure” che scrive per un incontro “telematico” con te. Si! è il Fisco italiano. Sull’onda del successo riscontrato nel 2010 quando circa l’80% dei destinatari, in occasione di un’analoga iniziativa, ha aderito al “gradito” invito. Non si tratta di un confronto con un partner lasciato o dimenticato, con un genitore con il quale non si ha avuto un rapporto felice o del desiderio di un anziano di ricordare un amore di gioventù. E’ il tentativo di una “paterna” Agenzia delle Entrate che suggerisce al “figliuol prodigo” di ravvedersi per i peccati fiscali eventualmente commessi.
E la lettera non indica di presentarsi in uno studio televisivo davanti ad un pubblico un po’ “guardone”, per aprire la classica “busta” e sentire dalla viva voce del mittente le richieste per un “bonario” incontro. No! il dialogo avviene direttamente tra figli adottivi dello stesso “padre” (nel caso anche “padrone”) che ti suggerisce per il tuo bene di “confessare“, mondandoti dei peccati veniali e mortali (e salvandoti dalle relative sanzioni, non solo morali) unitamente ad altre migliaia di “fratelli”. Potrai così giustificarti sul come tu abbia potuto sostenere certe spese dato l’ammontare dei redditi percepiti e dichiarati o come abbia potuto possedere determinati beni strumentali o beneficiare di alcune detrazioni, come quella relativa al 36% per i lavori immobiliari, pur non avendo redditi adeguati. Si badi bene, non è un’esplicita e sana ramanzina paterna, una formale accusa di evasione o di elusione fiscale, ma il consiglio a “rivedere” la tua posizione, chiarire certe situazioni e a ”ravvederti”, se necessario, integrando con un piccolo ulteriore sforzo pecuniario e un minimo di sanzione la tua dichiarazione. Un intervento che sembra ispirato al vecchio proverbio cinese: “Picchia il tuo partner una volta al giorno… tu non sai il perché, ma lui si!
E tu, cittadino raggiunto dalla missiva, potrai scegliere come nel “format” televisivo di partecipare alla “trasmissione”, questa volta “telematica”, collegandoti via internet ad un’apposita sezione (Comunicazioni anomalie 2012) del sito www.agenziaentrate.gov.it. E se la tua coscienza, sollecitata e stimolata dall’invito, ti suggerisce di accettare l’invito e di “aprire” la busta virtuale per la tua dichiarazione di parte, di natura “confessoria”, fallo tranquillamente. Ma se hai la coscienza a posto, e senti di non avere mai tradito la fiducia del “padre”, chiudi la prima busta e non aprire quella grande della “confessione”. Sei davvero un bravo figliolo ed un buon cittadino e, quando ti capita, richiama anche il padre ai suoi doveri di genitore, scrivendo, magari, anche a lui, una bella lettera.

Consigliere di Presidenza Lanarc-Usarci

Norme antiriciclaggio, limitazioni all'uso del contante

30 marzo 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 1 thought on “Norme antiriciclaggio, limitazioni all'uso del contante”

di Mario Marsico*

Dal 2007 è stata introdotta, con il decreto legislativo del 21/11/2007 n. 231, una disposizione che limita l’uso del contante e dei titoli al portatore nell’ambito delle norme antiriciclaggio e della prevenzione antiterroristica. La soglia sulle limitazioni è stata poi modificata, verso il basso, nel corso degli anni. Vediamo nel dettaglio le ultime novità.
Con il decreto legge 201/211 nell’ambito delle norme antievasione, la cosiddetta “manovra salva – Italia”, è stata avviata una nuova stretta sull’uso del contante, degli assegni e dei libretti di deposito al portatore. Con l’art. 12 di tale decreto, infatti, dal 6 dicembre 2011 è fissato a euro 1.000 l’importo a partire dal quale il contante e gli strumenti assimilati non possono essere usati nei pagamenti. Oltre tale soglia per tutti i pagamenti deve essere consentita la “tracciabilità”, ovvero deve rimanere il “segno” o l’”impronta” nei conti ufficiali.
L’operazione relativa alla somma da trasferire deve essere eseguita tramite banche, Poste Italiane, o istituti di moneta elettronica quali bonifico, bancomat, carte di credito. Il divieto si applica quando il trasferimento di moneta è effettuato tra soggetti diversi. Si può dunque continuare a prelevare in contanti dai propri conti bancari o postali per importi superiori al limite in questione.
Per i contravventori sono previste sanzioni fino al 40% dell’importo trasferito oltre soglia con un minimo di euro 3mila, sanzione che è a carico sia della parte che trasferisce irregolarmente il denaro sia di chi lo riceve. Il divieto in questione scatta già dal pagamento relativo a euro 1.000, per cui l’uso del contante e suoi assimilati è consentito per i pagamenti fino a euro 999,99.
Si ritiene opportuno fornire sulla questione alcuni chiarimenti operativi riguardanti specifiche problematiche, tenuto conto anche delle istruzioni fornite dall’Amministrazione Finanziaria.
1.Frazionamento dei pagamenti
Il divieto all’uso del contante si applica anche nel caso di un’operazione “unitaria sotto il profilo economico”, il cui pagamento sia però effettuato in maniera frazionata con tranche inferiori, pari o superiore al limite stabilito. In questo caso è vietato effettuare più operazioni, singolarmente inferiori ai predetti limiti, anche se effettuate in momenti diversi nell’arco di sette giorni.
Sono consentiti, infatti, più trasferimenti in contanti, singolarmente d’importo inferiore a 1.000,00 euro, ma complessivamente di ammontare superiore a tale limite, quando riguardano “distinte” e “autonome” operazioni. E’ il caso di un bene pagato a rate secondo un contratto, ad esempio a 30, 60, 90 giorni.
Allo stesso modo è consentito il frazionamento, qualora frutto di consolidata prassi amministrativa, come avviene per i contratti di somministrazione o nei contratti di locazione. Nel primo caso vengono pattuiti, a fronte della prestazione, una serie di pagamenti a scadenze “prefissate”, sempre contrattualmente. Per i contratti di locazione, invece, l’importo annualmente previsto può essere corrisposto per contanti con cadenze periodiche mensili quando i singoli importi non superino il tetto di euro 1.000.
Sono ritenute operazioni distinte singoli acquisti di merce nell’arco di una giornata o di un ristretto arco temporale.
Inoltre è consentito il pagamento di una prestazione professionale anche se l’importo supera il “tetto”, solo nel caso in cui venga effettuato un frazionamento previsto da un contratto, ad esempio di 3mila euro frazionati in circa 750 euro mensili. Non viola la norma, dunque, un dentista che pattuisca acconti periodici di importo fino a 999,99, se le relative fatture di acconto e quella a saldo (con l’indicazione dell’importo complessivo pattuito dedotti gli acconti) facciano riferimento al concordato rateizzo.
Non è, invece, consentito il pagamento frazionato in contanti di una fattura per fornitura di beni e/o servizi d’importo superiore alla soglia per la tracciabilità che non risponda a un accordo contrattuale. Il pagamento, ad esempio, di un compenso provigionale di importo unitario pari o superiore ai 1.000,00 euro, non può essere artificiosamente frazionato per dissimulare il trasferimento di somme in contanti oltre la soglia. Occorre sempre, per non incorrere nella sanzione, la dimostrazione che il frazionamento risponda a un preventivo accordo formalizzato tra le parti. Qualora invece l’Amministrazione Finanziaria li ritenga relativi a una singola operazione “unitaria”, e quindi individui la volontà di superare artificiosamente, con il frazionamento “di fatto”, la “tracciabilità” dell’operazione e il vincolo normativo, potrebbero essere sanzionati.
2. Pagamento retribuzioni e rimborsi spese
Per quanto riguarda il pagamento delle competenze ai dipendenti privati, allorquando si tratti di fogli paga il cui netto è pari o superi gli euro 1.000, i datori di lavoro devono provvedere al pagamento del relativo importo tramite bonifico ovvero assegno circolare o di c/c bancario o postale, che deve sempre recare l’indicazione del beneficiario e la clausola di non trasferibilità (gli assegni all’ordine del traente possono essere girati solo per l’incasso da parte di una banca o Poste Italiane). Non è automaticamente consentito dividere il pagamento in quote in contanti singolarmente d’importo inferiore al limite di euro 999,99, in quanto il frazionamento non è connaturato al tipo di operazione.
Il frazionamento potrebbe essere valutato quale strumento per eludere l’applicazione della normativa. Il datore di lavoro in presenza di acconti, esempio con modalità settimanale o quindicinale, potrebbe superare questo rischio con un accordo preventivo con il lavoratore che disciplini le modalità di pagamento dei compensi.
E’ consentito, invece, il pagamento di un acconto in contanti di ammontare inferiore alla soglia ed il saldo della busta paga di importo uguale o superiore ai 1.000,00 euro, se questo avviene con un mezzo “tracciabile”, con bonifico o assegno non trasferibile.
Per i dipendenti pubblici l’obbligo di utilizzare per il pagamento delle retribuzioni strumenti di pagamento bancari o postali è fissato a euro 500,00.
Non vi sono problemi per i rimborsi spese corrisposti mensilmente agli amministratori a fronte di giustificativi che in un anno superano anche i 1.000,00 euro.
3. Uso congiunto di contante ed altri mezzi di pagamento tracciabili
E’ prevista la possibilità di utilizzare contante per importi superiori ai mille euro combinando strumenti di pagamento “tracciabili” per la differenza. Esempio pagamento per l’acquisto di un bene del valore di 3mila euro mediante l’uso di contante per 500 euro e di un assegno per il residuo di euro 2.500. Così come è legittimo, ad esempio, per un pagamento di euro 1.400,00, l’uso del bancomat (strumento tracciabile) fino al limite di disponibilità, ad esempio 500 euro, ed il contante per euro 900, valore inferiore alla soglia.
4. Sanzioni
L’infrazione alla norma che fissa la soglia per l’utilizzo del contante rappresenta una spia per il compimento di illeciti tributari. Alcuni soggetti quali commercialisti, revisori, consulenti del lavoro, notai, avvocati, ed altri che svolgono professionalmente attività di amministrazione contabilità e tributi, oltre a banche, Poste Italiane ed altri intermediari finanziari, sono tenuti a segnalare alle competenti autorità le operazioni di cui si conosce, si sospetta o si hanno motivi ragionevoli per sospettare, che siano state compiute o siano in corso operazioni di riciclaggio. Gli stessi soggetti incorrono in sanzioni se non segnalano al Ministero dell’Economia le violazioni commesse in relazione all’uso del contante.

*Responsabile area fiscale Lanarc — Usarci

Il nuovo regolamento Enasarco

1 gennaio 2012 Posted by Articoli, L'angolo del commercialista 2 thoughts on “Il nuovo regolamento Enasarco”

di Mario Marsico

Dal 2012 entrerà in vigore il nuovo Regolamento Enasarco che prevede una serie di modifiche sostanziali in materia di contribuzione e trattamenti pensionistici. In questo articolo ci occupiamo delle novità riguardanti le modifiche contributive rinviando al prossimo numero del nostro nuovo giornale telematico l’approfondimento relativo alle prestazioni previdenziali.

Contributo previdenziale obbligatorio (art. 4 del Regolamento)
Dal 2013 il contributo previdenziale obbligatorio che deve essere calcolato su tutte le somme dovute all’agente a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di agenzia (compresi acconti e premi) passa gradualmente, con un incremento annuale fino al 2020 dall’attuale 13,50% al 17% con la seguente progressione:

ARTICOLO 4
ANNO ALIQUOTA
2013 13,75%
2014 14,20%
2015 14,65%
2016 15,10%
2017 15,55%
2018 16,00%
2019 16,50%
2020 17,00%

Il contributo segue il criterio “di competenza” nel senso che va liquidato sulle provvigioni maturate, anche se non ancora liquidate.
Come per il passato la contribuzione è dovuta da parte degli agenti che operino sia in forma individuale sia in forma societaria o associata; sono escluse le società di agenzia costituite sotto forma di società di capitale per le quali a differenza delle disposizioni in vigore finora che non prevedevano contribuzione di sorta per l’agenzia sono assoggettate, già dal prossimo anno, al pagamento di un’aliquota paritetica con il preponente, secondo la seguente elevazione graduale.

Importi provigionali annui Aliquota regolamento 2004 Anno di decorrenza nuova aliquota retributiva
2004 2012 1013 2014 2015 2015
Fino a € 13.000.000,00 2% 2,40% 2,80% 3,20% 3,60% 4,00%
Da € 13.000.000,01 a € 20.000.000,00 1% 1,20% 1,40% 1,60% 1,80% 2,00%
Da € 20.000.000,01 a € 26.000.000,0 0,5% 0,60% 0,70% 0,80% 0,90% 1.00%
Oltre € 26.000.000,00 0,1% 0,15 0,20% 0,30% 0,40 0,50%

La novità che riguarda le società di persone (S.n.c., S.a.s.) è relativa al fatto che il contributo è suddiviso tra i soci illimitatamente responsabili in misura corrispondente alla quota di partecipazione societaria al capitale sociale di ciascuno.
Precedentemente il contributo dovuto veniva ripartito tra i soci appartenenti a tale categoria (tutti i soci della S.n.c. o tutti i soci accomandatari della S.a.s. anche secondo il diverso criterio della ripartizione degli utili. Eventuali modifiche della quota di partecipazione societaria hanno efficacia dal trimestre successivo a quello della relativa comunicazione alla Fondazione.
Nel quadrimestre successivo all’approvazione del Bilancio Consuntivo di ciascun anno la Fondazione mette a disposizione di ciascun agente un riepilogo della sua posizione previdenziale aggiornata con i contributi pervenuti entro il 31 dicembre dell’anno precedente. Entro la stessa data la Fondazione mette altresì a disposizione di ciascun preponente un riepilogo dei contributi versati. L’eventuale contestazione di tali riepiloghi deve pervenire, a pena di decadenza, entro sei mesi; decorso tale termine i riepiloghi dei contributi accreditati s’intendono approvati.

Massimali provvisionali (articolo 5)
Il contributo previdenziale obbligatorio è dovuto, per ciascun rapporto di agenzia, nel limite inderogabile del massimale provvigionale annuo che a partire dal 2012 e fino al 2015 con un regime transitorio di elevazione graduale transitoria è così previsto:

Articolo 5
Tipologia del rapporto di agenzia Anno di decorrenza e massimali provigionali
2012 2013 2014 2015
Monomandatario € 30.000,00 € 32.500,00 € 35.000,00 € 37.500,00
Plurimandatario € 20.000,00 € 22.000,00 € 22.000,00 € 25.000,00

Il massimale provigionale annuo non é frazionabile. Il preponente è tenuto a comunicare per ciascun agente l’ammontare di tutte le provvigioni liquidate, anche nel caso di superamento dei massimali provvigionali.

Minimale contributivo (articolo 5.2)
4. Il minimale contributivo annuo, per ciascun rapporto di agenzia, è pari ad Euro 800,00 per l’agente monomandatario e ad Euro 400,00 per l’agente plurimandatario. Il minimale contributivo è frazionabile per quote trimestrali ed è dovuto per tutti i trimestri di effettiva durata del rapporto di agenzia nell’anno considerato sempreché, in almeno uno di essi, sia maturata una provvigione. In caso di mancato raggiungimento del minimale contributivo annuo, la differenza tra il minimale e l’entità dei contributi effettivamente maturati (applicando le normali aliquote sull’importo delle provvigioni) è a totale carico del preponente. Va rilevato in proposito che i contributi di importo inferiore al minimale sono utili al solo incremento del montante contributivo il cui concetto sarà esplicitato nel prossimo articolo.

Contributo facoltativo (articolo 7) A parte le variazioni di aliquote, di massimali e minimali la vera novità in materia di contributi Enasarco è rappresentata dall’introduzione del contributo facoltativo Al solo fine di incrementare il montante contributivo è data facoltà all’agente che abbia almeno un rapporto di agenzia in essere di versare, a suo esclusivo carico, un contributo annuo facoltativo ulteriore rispetto a quello obbligatorio citato. Tale facoltà è riconosciuta agli iscritti alla Fondazione antecedentemente al 1° gennaio 2004 al solo fine di incrementare la quota di pensione di vecchiaia ed in particolare di quella corrispondente all’anzianità contributiva maturata a partire da tale data calcolata oggi con il sistema contributivo. L’entità del contributo facoltativo è liberamente determinata dall’agente, in misura almeno pari alla metà del minimale contributivo previsto per l’agente plurimandatario e quindi nella misura minima di euro 200,00 (50% di euro 400).

Modalità di versamento Il versamento dei contributi è effettuato nei modi e con le forme consuete.
stabiliti dalla Fondazione. Esso è preceduto dall’invio di una distinta conforme a quella richiesta dalla Fondazione, compilata in ogni sua parte e trasmessa nei modi e con le forme dalla stessa stabiliti. I contributi devono pervenire alla Fondazione, salvo diversa scadenza, entro il 20° giorno del secondo mese successivo alla scadenza di ciascuno dei seguenti trimestri e quindi:

Modalità di versamento
Periodo Scadenza
1 gennaio – 31 marzo 20 maggio
1 aprile – 30 giugno 20 agosto
1 luglio – 30 settembre 20 novembre
1 ottobre – 31 dicembre 20 febbraio

Il preponente è esclusivo responsabile del pagamento anche per la parte a carico dell’agente che viene trattenuta all’atto del pagamento delle somme a cui si riferiscono i contributi stessi.

Prosecuzione volontaria. La continuazione del versamento contributivo può essere un’opzione dell’agente che cessi, temporaneamente o definitivamente, l’attività e che non sia titolare di pensione di invalidità, inabilità o rendita contributiva. Infatti è possibile richiedere alla Fondazione di essere ammessi al versamento di un contributo volontario a proprio esclusivo carico, qualora vantino, all’atto della cessazione dell’attività, un’anzianità contributiva pari ad almeno cinque anni di cui almeno tre nel quinquennio precedente la cessazione dell’attività stessa. La richiesta di ammissione alla prosecuzione volontaria è presentata, a pena di decadenza, entro il termine di due anni decorrenti dal 1° gennaio successivo alla cessazione dell’attività. Il contributo si determina, alla data di presentazione della domanda, sulla base della media delle provvigioni liquidate negli ultimi tre anni di contribuzione obbligatoria, anche non consecutivi. Il contributo volontario non può comunque essere inferiore all’ammontare del minimale contributivo previsto per il monomandatario alla data del versamento. Gli agenti che abbiano ripreso l’attività sono tenuti a comunicarlo alla Fondazione e cessano dal diritto alla prosecuzione volontaria. Per esservi riammessi devono inoltrare una nuova domanda. Il diritto alla prosecuzione volontaria cessa in ogni caso al raggiungimento dei requisiti validi per la pensione di vecchiaia.
La Fondazione Enasarco, in caso di accoglimento della domanda, comunica i periodi autorizzati, la misura del contributo dovuto e le modalità di pagamento. L’accoglimento della domanda di ammissione alla prosecuzione volontaria comporta l’obbligo di far pervenire entro il termine di 90 giorni dalla comunicazione, in un’unica soluzione, i contributi volontari relativi all’anno in corso, anche se non interamente trascorso, nonché di far pervenire, entro i successivi 90 giorni, i periodi pregressi autorizzati per i quali si intende contribuire. L’iscritto decade dal diritto alla prosecuzione volontaria qualora non provveda al versamento dei contributi nel rispetto del primo dei predetti termini. Le annualità successive all’autorizzazione devono pervenire in un’unica soluzione entro il 30 novembre di ogni anno oppure in un massimo di quattro rate trimestrali di pari importo con scadenza al 28 febbraio, 31 maggio, 31 agosto e 30 novembre di ogni anno. I versamenti effettuati in ritardo rispetto alla scadenza del 30 novembre sono imputati alla copertura di periodi successivi. Fermo restando l’obbligo di versamento del minimale contributivo annuo previsto il pagamento di somme inferiori a quelle autorizzate sarà imputato a copertura di un numero di trimestri equivalente alla minor somma versata mentre l’eventuale residuo è destinato ad incrementare il solo montante contributivo individuale.
La prosecuzione volontaria non può essere autorizzata per coprire periodi contributivi per i quali è già intervenuta la prescrizione. La richiesta di ammissione alla contribuzione volontaria deve intervenire entro due anni dalla data di dichiarazione di fallimento o di inizio di altra procedura concorsuale.